PERCHE’ LA CASTRAZIONE CHIMICA NON SERVE A FERMARE I PEDOFILI

A maggio dell’anno scorso, in Indonesia, è stata approvata la procedura di castrazione chimica per i pedofili condannati in via definitiva. Una punizione che non resta isolata nel panorama mondiale se si considera che anche in altri Paesi del mondo è diventata legge. Negli USA, il primo Stato ad introdurla con il consenso del condannato e con sconto di pena, è stata la California nel 1996. La Polonia, nel 2009, è stato il primo paese europeo a prevedere la castrazione chimica per i pedofili che hanno abusato di bambini al di sotto dei 15 anni. Ad oggi la pratica è attiva anche in Australia, Olanda, Germania, Svezia, Danimarca, Norvegia, Francia, Russia, Corea, Regno Unito, Spagna. In Italia è stata più volte proposta dallo schieramento di destra come pena da assegnare a chi commette reati sessuali e, al riguardo, è stata anche presentata una proposta di legge in Senato. La procedura, nei diversi Paesi, è applicabile sulla base della legge che la dispone: in alcuni è un provvedimento imposto, in altri può essere richiesta volontariamente. Nella maggior parte dei casi, però, non è prevista dalla legge come misura obbligatoria; il condannato, infatti, può decidere di sottoporsi alla castrazione per aver accesso alla libertà vigilata, ricevere uno sconto di pena o diminuire il rischio di recidiva.

Ma una punizione di questo tipo, può veramente servire a ridurre il rischio di recidiva?

Per rispondere bisogna procedere per gradi. Cos’è e come funziona la castrazione chimica? La castrazione chimica è una procedura che mira a provocare l’atrofia testicolare. La procedura prevede la somministrazione di due ormoni di sintesi – leuprorelin (enantone) o il depo-provera (medroxyprogesterone) – che vanno ad inibire la produzione dell’ormone luteinizzante che normalmente stimola la funzione testicolare. In questo modo cessa la produzione di testosterone e conseguentemente il desiderio sessuale. E se la sessualità si potesse ricondurre ad un mero processo ormonale allora, forse, il problema potrebbe essere risolto. Peccato solo che la sessualità abbia a che fare non solo con una componente ormonale, come sembra che molti credano, ma deve fare i conti anche con una componente psichica, familiare, culturale, ambientale, mediatica; fattori che, ovviamente, un farmaco non può neutralizzare. Come specifica Silvio Garattini, farmacologo, «la pedofilia è un problema che nasce nella psiche della persona, non nei suoi livelli di testosterone».

E come se questo non bastasse, spesso ci si dimentica che l’abuso sessuale non viene necessariamente perpetrato attraverso l’atto della penetrazione e con questo la castrazione chimica non solo non andrebbe a ridurre il rischio di recidiva negli abusanti, ma ne lascerebbe fuori una buona parte.

Quindi forse la domanda da porsi dovrebbe essere un’altra, invece di interrogarsi su «castrazione sì/castrazione no» bisognerebbe chiedersi, sostiene il criminologo Paolo Giulini, «dopo che violentatori e pedofili sono stati presi e condannati, come risolvere il problema? Se la risposta non è l’ergastolo o la castrazione chimica, come procedere? Resta il trattamento». Che nella teoria dovrebbe, tra l’altro, essere garantito, come ravvisabile nella Convenzione di Lanzarote all’articolo 13-bis «che individua uno specifico trattamento psicologico per i condannati per reati di sfruttamento sessuale dei minori con finalità di recupero e di sostegno dei detenuti». Ma «non ci sono i fondi», denuncia Giulini.

Alle solite.

Forse l’unica sfida che può essere vinta è quella della prevenzione. Non dimenticando però che «più sbattiamo il mostro in prima pagina, meno permettiamo di rivolgersi a specialisti a coloro che ne hanno la capacità di chiedere aiuto». Parlare di emergenza o epidemia stupri, di mostri da castrare o da fare marcire in galera non aiuta affatto. Anzi aiuta a peggiorare la situazione. Ma come disinnescare questo meccanismo? Nell’introduzione di “Psicoterapia dei sex offenders e cura delle emozioni”, Claudio Foti spiega come sia necessario partire dai sentimenti di avversione che vengono provati nei confronti dei sex offenders. Avversione che, soprattutto da parte degli operatori sociali, dovrebbe «sciogliersi ed evolversi per lasciare posto ad una stabile e lucida indignazione» perché soltanto con questa attitudine si ha la possibilità di iniziare una cura.

Una cura che non deve essere vista, come spesso accade, “dalla parte dell’abusante” perchè «prendersi cura dell’abusante significa innanzitutto prevenire le sue recidive» e prevenendo le recidive si evitano «future e potenziali vittimizzazioni ai danni di bambini o di altri soggetti deboli». Ed anche questa è prevenzione, una prevenzione necessaria che deve essere fatta su più fronti.

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