LA PAS E LA BANALITA’ DEL MALE

di Martina GIUFFRIDA


Divorce.

Hannah Arendt definisce il male come un fungo che si espande sulla superficie, che non possiede profondità e che proprio per tale caratteristica sfida il pensiero che invece tenta di andare alla radice delle cose. Ecco la banalità del male, non possedere profondità.

Da alcuni anni c’è una presunta sindrome che ha ottenuto un grande successo nelle aule giudiziarie di tutto il mondo, una falsa sindrome che piace a molti psicologi, a molti avvocati, a molti giudici. Si sta  diffondendo silenziosamente come un “fungo” e non molti sembrano rendersi conto della scia di confusione e pericolosità che questa pseudosindrome lascia dietro di sé. 
 Alludo alla PAS (Parental Alienation Syndrome) e alla banalità del male che gli è propria.   La PAS è una costruzione diagnostica che viene utilizzata dal potere adultocentrico che penalizzano pesantemente ed ingiustamente tante madri e tanti bambini vittime di situazioni di sopraffazione, di violenza domestica e di abuso, situazioni  che la cultura patriarcale continua ad alimentare. Logiche di potere adultocentrico aleggiano silenziose nella nostra società e rischiano di legittimare il comportamento di padri abusanti o comunque violenti, gettando nell’inferno madri e bambini che si trovano disarmati. 
Si parla troppo poco di quei bambini obbligati in nome del principio della bigenitorialità a frequentare un padre che fino a poco tempo prima ha mantenuto in famiglia un clima di dominio autoritario, di maltrattamento o addirittura di abuso  ai loro danni.

Nonostante urlino al mondo che quel padre non lo vogliono vedere, questi bambini non vengono ascoltati ma al contrario vengono minacciati di essere allontanati dalla loro madre, che rappresenta quel solo genitore in cui ancora ripongono la loro fiducia. La loro madre, colpevole di aver preso sul serio le dichiarazioni dei figli,  rischia di venir squalificata, criminalizzata, penalizzata per aver “indottrinato”, “manipolato” il figlio, “mettendolo contro all’altro genitore”.

Sicuramente è necessario, quando possibile tutelare il diritto del minore alla bigenitorialità e a coltivare relazioni affettive con entrambi i genitori, ma è importante rendersi conto che un tale diritto può essere strumentalizzato per far prevalere gli interessi dei padri negando qualsiasi ascolto del bambino,  per non riconoscere il disagio e la protesta del figlio nei confronti del proprio genitore, per costringere ad ogni costo il bambino ad incontrare il padre senza tener conto dei racconti – spesso molto precisi – che il piccolo  ha fatto sulle violenze subite.

Le autorevoli ricerche sulle violenze ai danni dei bambini dimostrano che il fenomeno è particolarmente diffuso e sommerso.  L’ideologia che sta dietro alla PAS contribuisce a tenere nascosta la realtà della violenza sui bambini perché presuppone che le rivelazioni dei bambini sui maltrattamenti, sugli abusi, sulla violenza assistita di cui sono vittime siano a priori false e siano sempre  condizionate da un’azione manipolatrice ed alienante delle madri.

La banalità del male della PAS sta nel calpestare e violare il diritto all’ascolto dei bambini che sono vittime di situazioni familiari, attraversate dalla sopraffazione e dalla violenza per difendere una cultura patriarcale che in Italia fatica ad essere cancellata, se non sulla carta. 
 La banalità del male della PAS permette a abusanti e maltrattanti di affermare il loro diritto assoluto ad incontrare i figli “a prescindere”, a riavvicinarsi comunque alle proprie vittime e talvolta di continuare ad essere il loro carnefice.

 

 

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