“CHE TI LAMENTI, L’HAI VOLUTO TU!” QUANDO LA VIOLENZA ARRIVA IN SALA PARTO

di Chiara Martorelli


“Che ti lamenti, l’hai voluto tu!”, “ti piaceva quando hai aperto le gambe”, “sbrigati o il bimbo muore e sarà colpa tua”, “urlare non serve a niente”, “non sai spingere”. 

Si tratta solo di alcune tra le tante frasi riportate nell’articolo dell’Espresso di Rita Rapisardi (2016), che testimoniano la brutalità con la quale diverse donne, in procinto di partorire, hanno dovuto fare i conti. Frasi indelebili, rimaste sepolte nei brutti ricordi delle mamme che hanno subito violenza ostetrica e che, anche dopo diversi anni da quello che sarebbe dovuto essere “solo” un lieto evento, vedono le proprie giornate scandite dal dolore fisico e psicologico che da allora le accompagna.                                                                                                    La nascita del proprio bambino rappresenta uno dei momenti più significativi nella vita di una donna, specialmente per il carico emotivo, i pensieri e le aspettative che questo evento porta con sé.  Ma non a tutte è concesso di vivere gli istanti in cui si mette al mondo una nuova vita in assoluta tranquillità, intimità e con l’adeguato sostegno del personale medico. Per molte donne, il parto si trasforma in un vero e proprio incubo.    

Ma in cosa consiste la violenza ostetrica?  L’organizzazione mondiale della sanità (OMS)  ne parla in un documento dal titolo La prevenzione ed eliminazione dell’abuso e della mancanza di rispetto durante l’assistenza al parto presso le strutture ospedaliere”  e con questo si fa riferimento a trattamenti irrispettosi e abusanti durante il parto, quali: l’abuso fisico diretto, umiliazioni verbali, procedure mediche coercitive o non acconsentite, mancanza di riservatezza, trascuratezza nell’assistenza al parto. Queste “cure” non solo violano il diritto delle donne ad un’assistenza sanitaria rispettosa, ma possono anche minacciare il loro diritto alla vita e ledere l’integrità psicofisica della donna. 

Secondo la prima ricerca nazionale, realizzata dalla Doxa per conto dell’Osservatorio sulla Violenza Ostetrica in Italia, si stima che negli ultimi 14 anni circa un milione di mamme italiane abbiano vissuto un’esperienza di violenza ostetrica durante il parto o il travaglio, di conseguenza molte donne decidono di non avere altri figli: sarebbero circa ventimila i bambini non nati ogni anno per motivi legati all’assistenza sanitaria ricevuta al primo parto.                                                                  Grazie a questa ricerca, qualcosa si è smosso e molte donne hanno trovato il coraggio di parlare. Dietro ai numeri infatti, sono presenti storie come quella di Sara, che dopo il terzo figlio dice di non essere più la stessa. Oltre al dolore fisico per l’episiotomia e la lussazione dell’osso sacro, dovuta alla manovra di Kristeller (procedura pericolosa e sconsigliata dall’OMS), Sara afferma: “Mi sveglio di notte in un bagno di sudore, rifiuto qualunque tipo di contatto fisico con mio marito, mi chiudo a scrigno d’istinto. E poi c’è quel nodo che ti abitui a portare e che è divenuto parte di te. Quando ne senti il peso lo rimandi giù. Perché dai tanto tutto si dimentica. Non è cosi che dicono sempre?”                   

Ora, immaginiamo di essere una donna in preda ai dolori del parto, in un turbinio di ansia e gioia, e di avere davanti delle persone, medici e infermieri, che teoricamente dovrebbero essere lì per aiutarci ed offrirci un’assistenza competente  ma che, al contrario, si dimostrano irrispettosi della stessa dignità e dei diritti umani della donna, la quale affida a loro la sua vita e quella del nascituro. Le conseguenze possono essere molteplici e variare in base all’entità dei maltrattamenti subiti: si parla di disturbi d’ansia, problematiche relative alla sfera sessuale, ma anche perdita della fiducia in se stesse e nelle proprie capacità, sentimenti di inadeguatezza, impotenza e colpa.

Come in molte storie di violenza, anche in queste, le vittime si son trovate a provare in solitudine il proprio dolore, senza riuscire, come spesso accade, a dare un nome e un significato a questo sentire. Quando i maltrattamenti avvengono da parte di un’istituzione come quella sanitaria, preposta alla cura e all’assistenza, riconoscerli e parlarne diventa più difficile. Tutte le donne che entrano in ospedale per mettere al mondo il proprio bambino, lo fanno con la convinzione che tutto ciò che verrà fatto, sarà per il loro bene, per cui si rimane quasi increduli e impotenti davanti ad un atteggiamento di squalifica, ad  un insulto, a un taglio di troppo, e si torna a casa senza troppe lamentele, perché tanto è così che funziona. Si torna a casa con l’idea consolatoria che tanto si dimentica tutto. In questo panorama, quasi offuscato da dicerie e violenze che passano come “normali prassi ospedaliera”, la voce del dolore viene soffocata, perché non ha spazio, tempo e modo per poter essere ascoltata. Questo non significa che tutto si dimentica, il nodo alla gola rimane e le ricerche lo confermano.

 

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