CIÒ CHE SANNO LE DONNE

Di Anna BALLARINI


“Ah che bello, la giornata contro la violenza alle donne. Tutti in piedi, indigniamoci, mobilitiamoci, facciamo un minuto di silenzio. Perché noi siamo brave, siamo bravi, noi vogliamo che queste violenze cessino.”
Ma se viene uccisa più di una donna al giorno dal proprio marito, compagno o ex marito vuol dire che quelle donne, tante, sono vittime e vittimizzate non solo dal proprio uomo. Nessuno dirà che uccidere la compagna, picchiarla, umiliarla, torturarla è accettabile ma se questo succede allora vuol dire che vi sono pensieri ed atteggiamenti violenti che inquinano la nostra quotidianità e contribuiscono a creare i presupposti per cui un uomo si sente in diritto di picchiare, vittimizzare ed uccidere!
“Si, lui la picchia: la segue, minaccia tutti coloro che cercano di aiutarla a costruire la propria autonomia ma come padre è perfetto, nulla da dire …”.
“Lei lo sapeva che lui era molto innamorato e non voleva che la storia finisse e gli ha dato un ultimo appuntamento. Lei l’ha ferito. Si sa che non va dato l’ultimo appuntamento.”
“Ma non sarà gelosa… .adesso tira fuori che lui è violento ma prima….prima di essere tradita….prima non lo sapeva? Lo sapeva e le andava bene!”
“Insomma, se bevi e ti metti una gonna corta e dai confidenza a degli stranieri non ti puoi lamentare se ti violentano a turno, ti umiliano, ti filmano.”
“Anche quella lì, quella della televisione, che è tornata più volte dal produttore che l’ha abusata…poi però ha fatto carriera, ha fatto i soldi, di cosa si lamenta? E’ prostituzione, non stupro!”
“E’ colpa sua. E’ colpa loro. E’ colpa delle donne!”
“Dovevano accorgersene prima. Lo sapevano e fino ad adesso è andata loro bene così. Hanno reagito in modo scomposto. Hanno ceduto alle insistenze.”
Insomma non bisogna sbagliare: bisogna stare sveglie, reagire alle prime avvisaglie, reagire in modo composto e proporzionale all’offesa subita. Bisogna che misuriate gli abiti. Restare sobrie, essere umili, non cercare ad ogni costo la soddisfazione sul lavoro, non parlare del successo a cui aspirare, del rispetto da pretendere.
“Bisogna denunciare. Donne, denunciate. E’ ovvio che non vi tutelano, se non denunciate. In qualche modo continua ad essere colpa vostra. Se aveste denunciato sareste state difese perché noi siamo buoni.”
“Noi che siamo buoni non possiamo difendervi, se avete sbagliato. Se non vi siete comportate, non possiamo prendere le vostre parti. Avete fatto degli errori.”
La verità è che denunciare non è facile e spesso non è risolutivo. Poi, denunciare per cosa? Per salire sul banco degli imputati? Per essere giudicate, per vedere la propria vita passate ai raggi x alla ricerca della debolezza che ha permesso l’abuso? Ma la debolezza, la fragilità non è una colpa, approfittarsene ed abusare delle persone fragili lo è.
Molte di noi sanno cosa vuol dire innamorarsi di un uomo sbagliato, sanno di averlo riconosciuto fra tanti perché già abituate all’umiliazione, alla violenza, ad essere usate come valvola di sfogo delle frustrazioni altrui, assuefatte ad essere trascurate da precedenti esperienze sin da bambina. . Sanno che tanto è tutta colpa tua. Sanno che cosa vuole dire perdonare, cercare dentro di se le motivazioni dei comportamenti ignobili delle persone a cui si vuol bene.
Molte di noi sanno di essere cresciute nel convincimento che se sei brava, sempre più brava, loro saranno meno mostruosi e tutto andrà bene. Abituate a non dare limiti e sempre scuse per gli errori degli altri. Sanno che ad una prima volta seguono scuse e poi una seconda. Che esistono punizioni durissime, che fanno male all’anima ed al corpo. Sanno che alle volte per dimenticare tutto questo o per uscire dai panni della brava bambina, scegli in modo perdente di bere e di stordirti è perché non hai trovato ascolto e hai solo voglia di non capire più niente.
Le donne che hanno provato tutto questo sanno che quando ti ribelli hai paura, ti senti terribilmente in colpa, che sei sola, che la gente ti biasima, ti giudica. Sanno che non lo fai mai nel modo giusto, non hai mai ragione.
La verità è che stare dalla parte delle vittime non conviene perché la vittima è fragile, ambivalente, confusa, perde il controllo, commette errori. Non conviene a chi teme il giudizio, a chi teme di prendere e venire assimilato alla parte debole. Si rischia di perdere: un peccato mortale nella nostra società e una macchia nella carriera di un assistente sociale, di uno psicologo, di un medico, di un avvocato.
Fra chi agisce violenza e chi la subisce, il potente è il violento ed il potere predilige massimamente se stesso. In una società che ama i vincenti, il violento rischia di essere simpatico, stimato, adeguato perché fra lui e la vittima, lui è già vincente e quindi ha più probabilità di aver la meglio nelle varie battaglie e di sedersi dalla parte di chi ha “ragione”.
Invece di mobilitarci sul piano ideologico o sprecare fiato per dire alle vittime come dovrebbero comportarsi, piuttosto promettiamo loro di essere migliori, di avere la capacità di riconoscere e di ascoltare chi si trova in difficoltà e chiede aiuto. Impegniamoci a crescere nella forza e nella pazienza per riuscire a stare vicino alle vittime nel modo giusto, avendo il coraggio come operatori di rischiare di perdere con loro senza cedere alle lusinghe dei soldi, dell’immagine, della carriera, dell’essere vincenti.

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