IL FASCINO DISCRETO ED ABUSANTE DELL’ALLENATORE SPORTIVO

Mariassunta SEVERINO


Tatiana Gutsu l’ex ginnasta di origine ucraina, campionessa olimpica a Barcellona ’92, ha deciso di rompere il silenzio, su Facebook racconta: “Chi mi ha violata a Stoccarda nel 1991? Vitalij Sherbo. Il mostro che mi ha tenuta rinchiusa nella prigione del silenzio per tutti questi anni. “ Si rivolge poi all’autore della violenza: “Sherbo, io so che proverai a difenderti, ma i miei dettagli sono molto più forti delle tue difese!”. Scrive ancora l’ex campionessa che al momento dell’abuso aveva 15 anni:  “Ora sono forte,  non puoi più piegarmi. Questa è la mia storia di Cenerentola. Sono sopravvissuta a te”.

Negli ultimi mesi la cronaca ci ha raccontato di numerosi casi di abusi/molestie sessuali a danno di personaggi famosi, facenti parte del mondo del cinema, dello spettacolo (vedi il caso di Harvey Weinstein), delle istituzioni politiche.

Allo stesso modo anche in ambito sportivo alcune coraggiose rivelazioni hanno fatto luce su una situazione sommersa, nella quale bambini e ragazzi si ritrovano a subire violenze dagli adulti che avrebbero invece un compito di sostegno nella crescita psico-fisica. Basti pensare allo scandalo esploso in Inghilterra nel mondo del calcio, dove s’è scoperto che Barry Brennell, ex allenatore del Manchester City, ha abusato di centinaia di bambini e ragazzi, che stavano diventando calciatori.

L’allenatore di una squadra di calcio è una figura spesso affascinante perché si presenta agli occhi dei bambini e degli adolescenti come personaggio competente, che prospetta uno sviluppo di capacità sportive. Sicuramente l’allenatore è una figura importante, su cui un bambino dovrebbe investire per sostenere il proprio percorso di crescita educativa, sociale e sportiva. E invece negli Stati Uniti e in Gran Bretagna (dove il coperchio comincia a sollevarsi)  si sta scoprendo che decine e decine di allenatori sportivi negli ultimi decenni hanno usato il loro ruolo e il loro carisma di tecnici per approfittare del corpo dei giovani e giovanissimi atleti a loro affidati.  E negli altri paesi? Gli allenatori sono stati tutti bravi? O piuttosto non si sono ancora prodotte le condizioni per l’emersione di rivelazioni di abusi?

La vittima di un abuso è portatrice di indicatori del proprio malessere fisico e psichico, ma difficilmente questi malesseri vengono percepiti immediatamente dalle persone adulte a loro più vicine in famiglia e nelle istituzioni educative. Le giovani vittime stesse faticano  a raccontare quanto gli sta succedendo, anche ai propri genitori o a quelle persone che si dovrebbero, per legge e non solo, prendersene cura.  Nella stragrande maggioranza dei casi la rivelazione degli abusi non avviene in tempi celeri in quanto la vittima non trova le forze per parlare, pensa di essere lei stessa il problema, fino a quando può avere la fortuna di incontrare qualcuno in grado di mettersi in ascolto in maniera compassionevole. La vittima sentendosi accolta e ascoltata prima o poi può trovare  il coraggio di raccontare, il coraggio di rompere il silenzio.

Mi sorge una domanda: come mai i genitori non si accorgono di quanto sta succedendo ai loro figli? Sicuramente oggi giorno la vita molto frenetica ci induce a molteplici distrazioni, ma i figli no, non sono delle distrazioni, i figli sono doni di Dio e come tali bisogna prendersi cura di loro leggendo e ascoltando i loro bisogni e i loro comportamenti.  Sarebbe necessaria una corretta informazione di prevenzione rivolta agli adulti e agli stessi bambini.  Occorre comprendere e far comprendere innanzitutto che gli atteggiamenti perversi e strumentali ai danni dei bambini sono diffusi. C’è bisogno che siano le famiglie ad essere informate dei vari pericoli che la vita sociale riserva, pericoli che possono segnare traumaticamente la vita del bambino.

Ci vuole inoltre più attenzione e più ascolto da parte delle famiglie, senza per questo trasmettere ansie allarmistiche o senza diventare opprimenti. Le famiglie devono vigilare sui comportamenti dei figli, sui cambi di umore che avvengono in prossimità di un allenamento o anche al rientro a casa dopo una giornata impegnativa e più in generale porsi in posizione di ascolto delle gioie e delle preoccupazioni, dei problemi piccoli e grandi dei loro figli. 

Lo sport è un momento per ritrovarsi con i propri amici, amici che condividono la tua stessa passione, un momento fatto di sacrificio per raggiungere i propri obiettivi, di felicità legati non solo non solo ai successi, ma anche alla crescita personale e di squadra.  Lo sport non  deve trasformarsi, come invece può avvenire,  nell’habitat ideale dell’orco.

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