AUSTRALIA. ITALIA. DUE MODI DIVERSI PER DARE UN COLPO DI SPUGNA AD ABUSI SESSUALI DI TRENT’ANNI FA

Siamo in Australia. Secondo quanto riportato dal The Daily Telegraph un uomo di 55 anni (identificato come TM in quanto la sua identità e quella delle vittime è stata oscurata attraverso un ordine di non pubblicazione) è sotto processo con l’accusa di abuso sessuale. Ha avvicinato le due bambine di 8 e 10 anni  attraverso un gruppo ecclesiastico di cui all’epoca faceva parte e ha perpetrato gli abusi nell’arco di 7 anni, tra il 1980 e il 1987. L’uomo conferma l’accusa a suo carico e nello specifico confessa quanto avvenuto 30 anni prima.  TM avrebbe costretto una delle due bambine a praticargli del sesso orale e pochi anni dopo l’avrebbe violentata in un frutteto. Per quanto riguarda la seconda ragazzina, il 55enne l’avrebbe portata in diverse occasioni in una stanza facente parte della chiesa e avrebbe tentato di violentarla ripetutamente.

In questi casi, la giustizia australiana non applica la prescrizione e prevede condanne fino a 54 anni di carcere, ma non oggi, non per questo caso. Il giudice della Corte Distrettuale australiana, John North, ha deciso di assolvere l’uomo dal peso delle accuse assegnandoli solo due anni con pena sospesa e senza un ordine di supervisione. Quindi l’uomo non solo non metterà piede in carcere, ma non avrà neanche una supervisione a suo carico. Il giudice, a sostegno di quanto deciso, ha infatti stilato una lista di motivazioni che rasentano l’assurdità. Innanzitutto, secondo il giudice, l’uomo dopo i sei anni in cui ha ammesso di aver compiuto abusi sulle due bimbe, ha condotto «sempre una vita esemplare» e ora gode di «un’attuale moralità» che, evidentemente, al magistrato basterebbe per non impartirgli una condanna. Rimane il dubbio su come il giudice abbia potuto accertarsene, ma soprattutto su come questo dovrebbe esimere l’imputato dal rispondere dei reati che ha commesso in passato, sempre ammettendo che in questi anni non abbia abusato altre ragazzine. La tesi dell’attuale moralità, inoltre, rimarrebbe salda nonostante le violenze perpetrate, in quanto, specifica il giudice, l’uomo, appena 19enne, fosse un ragazzo «ingenuo ai tempi degli episodi accaduti e totalmente inesperto». Ingenuità e poca esperienza dovuta in parte al non aver «mai seguito una qualche forma di educazione sessuale a scuola» in quanto «sua madre gli avrebbe negato la partecipazione». Ma non solo, la lista continua e il giudice North, tra le motivazioni che aggiunge per evitare il carcere all’uomo, pone ulteriormente il fatto che «tra il 2002 e il 2012 la sua proprietà ha sofferto di una notevole siccità» e «la sua preoccupazione per questa crisi gli ha causato gravi problemi di insonnia». L’insonnia, inoltre, non sembrerebbe l’unica motivazione di salute che viene presa in considerazione. Il giudice, infatti, ha voluto evidenziare come il diabete dell’imputato, gli alti livelli di colesterolo e una patologia renale cronica sarebbero difficili da trattare in prigione, all’interno della quale sarebbe relegato in isolamento. E in chiusura a quanto elencato, il magistrato pensa bene di porre anche la possibilità che TM «sia vulnerabile agli abusi in carcere per la natura dei reati che ha commesso». E grazie alla “lista dell’assurdo” l’uomo è stato graziato. Fortunatamente il Procuratore Generale, Mark Speakman, ha chiesto urgentemente al direttore delle Procure in Australia di rivedere il caso e ora si spera in una condanna per il pedofilo.

È un caso che in Australia sta facendo molto discutere e fa eco alla giustizia italiana. Una sentenza che da una delle due vittime è stata descritta come uno «schiaffo in faccia». Le due bambine, ora donne, si stanno muovendo per impedire che l’uomo e i loro nomi rimangano nell’anonimato, perché la storia e i suoi protagonisti devono essere conosciuti. «Io voglio parlare e avvertire la comunità di quanto è accaduto in passato e di quanto potrebbe ancora accadere». E non è tutto, ai giornali si mostrano preoccupate per l’assenza di un ordine di supervisione a carico dell’uomo, soprattutto tenendo in considerazione la possibilità che l’uomo avrà di avvicinare altre potenziali vittime attraverso il gruppo ecclesiastico di cui fa ancora parte. Una delle vittime ha cercato invano di parlare con il leader della comunità religiosa del paese del pericolo delle attività dell’uomo che ad ogni raduno ecclesiastico, che si tiene ogni 3 settimane, ha la possibilità di avvicinare centinaia di bambine, ma è stata ignorata.

Si potrebbe pensare che in qualche modo il giudice abbia voluto tenere in considerazione la storia di vita dell’abusante a giustificazione di quanto commesso. Ma questo non dovrebbe condizionare una motivazione giudiziale, o peggio, come in questa occasione, non dovrebbe trasformare una sentenza di condanna in una di proscioglimento. La punizione, soprattutto per gli autori di questi reati, è necessaria e deve arrivare con un NO forte e deciso all’impunità, perché queste persone se non vengono fermate e reindirizzate NON cambiano. E’ assurdo che venga garantito un “diritto all’umanità” al posto della pena a chi commette un crimine sessuale ai danni di bambini. Il “diritto all’umanità” ha senso nel corso della pena e dopo la pena, non già in sostituzione alla pena. Altrimenti si dimenticano le vittime e si dimentica che la pena può avere una funzione rieducativa.

C’è da sottolineare infine che in situazioni di questo genere in Italia i giudici non hanno bisogno di ricorrere ad assurde  liste di comprensione e di giustificazione per l’abusante. Basta infatti applicare il meccanismo della prescrizione che dà un colpo di spugna ad eventi di abuso lontani nel tempo.

«I want to speak, I’m not ashamed about what happened to me»

«They said it was for our protection but … the only person it’s protecting is him.»

(«Io voglio parlare, non mi vergogno per quanto è successo»
«Dicono che sia per la nostra protezione ma l’unica persona che stanno proteggendo è lui»)

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