“QUANDO ERO PICCOLO…”: COME FAR CRESCERE UN BAMBINO NEL SENSO DI COLPA PER LE PROPRIE EMOZIONI

“Quando ero piccolo non capivo molte cose.. anzi, non capivo quasi nulla. Quando ero piccolo, avrò avuto sì e no 6 anni, mia mamma mi fece sentire un po’ solo, un po’ trascurato, un po’ abbandonato. Tutto per colpa di mio fratello, o forse non dovrei dirlo: perché lui stava male, e io no. Aveva una malattia neurologica e ogni volta che aveva delle crisi vedevo gli occhi di mamma, spaventati, lucidi, molto vigili che correvano in suo soccorso. Io, invece, non capivo perché dovesse dedicare così tanto tempo a lui e non a me; anche io avevo le mie difficoltà con i numeri, con le lettere.. che il mio cervello non voleva proprio mettere nella giusta sequenza. Non capivo perché lei dovesse stare con mio fratello e io con i miei nonni. A loro volevo molto bene, già. Loro c’erano, mi facevano giocare, mi cucinavano i miei piatti preferiti… ma a me mancava mia mamma. Non potevo certo dirlo però.

Mio fratello stava male, io no.

Mio fratello aveva bisogno di mia mamma, io no

Io non avevo bisogno di nessuno.

E così decisi di crescermi un po’ da solo, ero bravo, potevo farcela. Col tempo scoprì che la mia testa anche se con i numeri non voleva fare pace, correva più veloce del tempo; non capivo bene perché ma è come se tutto il mondo andasse a piedi mentre io continuavo a prendere treni. Mi piacevano tanto i treni. Quando ero piccolo passavo le mie giornate a costruire le piste per il mio trenino di legno. Era il mio gioco preferito.

Ora quei treni mi sono stancato di prenderli, ora vorrei un mondo che andasse alla mia velocità, vorrei un mondo che mi capisse e smettesse di deludermi, come ha fatto in tutti questi anni, come ha fatto quella mamma che oggi non riesco ad abbracciare, perché quando avevo bisogno non lo faceva mai. Ma non era colpa sua. Era solo colpa mia. Era colpa di un bambino troppo stupido per capire che la mamma aveva qualcosa di più urgente da fare, invece di prendersi cura di me. Un bambino stupido che non riusciva a dare un senso alla sua tristezza ma la metteva in un angolo. Un bambino stupido che non poteva piangere, né cedere, né cadere. Un bambino stupido che, ad oggi, non trova posto dentro di me perché io non posso essere stato così ingenuo, così bisognoso, così…stupido.”

Questa è una storia non tanto rara, non tanto incredibile. Sono le parole di un uomo oggi arrabbiato e deluso da ciò che è stato nel corso della sua infanzia e da ciò che è successo intorno a lui e che non è stato compreso.  La mancanza di legittimazione della sua tristezza, la tendenza a giudicare e colpevolizzare i suoi bisogni di affetto sono rimaste dentro di lui, nella sua mente di adulto.

Quando ci sono vissuti di pena, tristezza, abbandono, trascuratezza non è corretto chiedere al bambino di mettere da parte questi vissuti per cercare di comprendere le esigenze degli adulti, interpretando poi l’adesione a questa richiesta da parte del bambino questa richiesta prova di “maturità”, di “crescita”, di “ragionevolezza“, di “capacità di adattamento alla realtà”. C’è un tempo per essere triste e per esprimere la frustrazione per la negazione di bisogni essenziali e c’è un tempo per capire quali sono le esigenze di adattamento alla realtà.  Il secondo tempo non può sopprimere il primo tempo. La “ragionevolezza” non può essere pretesa, prima che il bambino riesca ad esprimere pienamente la sofferenza patita. Riconoscere le proprie emozioni e dare loro uno spazio di legittimità nel momento in cui ci invadono è un passaggio fondamentale per stare bene.  Un’emozione non riconosciuta né espressa può essere paragonata ad una mina inesplosa: non importa quanto tempo passi dal suo innesco, ci sarà sempre il rischio che avvenga un’esplosione.

Quante volte ci è capitato di provare una forte rabbia per qualcosa o qualcuno e “ingoiare il rospo” per poi vedere riaffiorare quella rabbia in un altro momento, in un altro contesto e in un modo inaspettato e inadeguato?

Un bambino che si sente solo e trascurato è un bambino ferito, che ha bisogno di veder riconosciuta la sua tristezza e la sua rabbia per riuscire a superarla. Non dobbiamo pretendere che i bambini diano delle spiegazioni razionali ai propri stati emotivi e “ci passino su”. Le emozioni hanno un senso, sono risposte a situazioni difficili, non si sedano con saggi ragionamenti o con appelli alla buona volontà: soprattutto in tenera età.

Permettiamo ai bambini di esprimersi, di piangere di tristezza o di gioia, di urlare di rabbia, se ne sentono la necessità.  L’esigenza di essere ascoltati nelle proprie emozioni è  un bisogno del bambino di cui dobbiamo prenderci cura, è un diritto che va rispettato.  Noi adulti in prima persona, a partire dal nostro comportamento, insegniamo ai nostri bambini a legittimare le loro emozioni, a dare un nome a ciò che provano. Regaliamo loro la libertà di esprimerlo. Un bambino triste per una madre assente, che non ha mai potuto esprimere il suo dolore né vederlo riconosciuto ha una grande probabilità di diventare un adulto arrabbiato, emotivamente inibito, che tende a non capire e a colpevolizzare i propri bisogni, così come un tempo i suoi bisogni sono stati non compresi e colpevolizzati dagli adulti che gli erano vicino.  Quel bambino diventerà un bambino incapace di accettare la parte di sé bisognosa, continuerà a sentirsi stupido per le proprie legittime emozioni legate al bisogno  di essere amato e di amare. Continuerà a sentirsi stupido come lo facevano sentire gli adulti  quand’era piccolo. Ma lui non era affatto stupido: aveva solo voglia di essere guardato, abbracciato, di poter  piangere perché il suo bisogno era frustrato e colpevolizzato … e non poteva neppure piangere…

 

Psicologa laureata in psicologia criminologica e forense

Martina Davanzo

Psicologa laureata in psicologia criminologica e forense

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