LA CHIESA NON LO DENUNCIO’ PER EVITARE LO SCANDALO: COSI’ IL PEDOFILO SPOSTO’ IL PROPRIO CAMPO DI CACCIA ED OGGI  VIENE ACCUSATO PER 9 CASI DI ABUSO

Tre minorenni, due di 15 e uno di 16 anni, sono chiamati a testimoniare in aula le violenze subite da un ex sacerdote. Si tratta di Giovanni Trotta, 56enne, che all’epoca dei fatti, nel 2014, era loro allenatore di calcio in una squadra della provincia di Foggia. I tre adolescenti entrano in aula e prima della deposizione chiedono che i propri genitori non siano presenti. Prendono la parola, rispondendo alle domande dei PM. Per ore, tra lacrime e imbarazzo, ricordano quanto accadeva nella casa dell’uomo, gli atti sessuali singoli o di gruppo, le foto dei loro nudi. Nel processo che si sta celebrando, Trotta è imputato per violenza sessuale aggravata, produzione di materiale pedopornografico realizzato mediante lo sfruttamento sessuale, distribuito e diffuso “agli stessi ed anche ad altri minori al fine di attrarli a sé e di metterli in competizione tra di loro, per via telematica e mediante l’applicazione WhatsApp del telefono cellulare in suo uso” e adescamento di minori attraverso le chat di Whatsapp e Facebook. All’interno del processo sarebbero coinvolti altri 6 ragazzi, le cui testimonianze verranno raccolte nelle prossime settimane e che insieme a quelle dei compagni costituiscono un muro di prove attendibili.

Questo per quanto riguarda il processo odierno.   Perché Trotta, nel 2015, era già stato condannato con rito abbreviato ad 8 anni di carcere per violenza sessuale ai danni di un 11enne, compagno di squadra di quei ragazzini che prendono parola soltanto oggi in tribunale, dopo 3 anni dai fatti accaduti.

Ma non è tutto. Nel novembre del 2012 un gruppo di genitori aveva deciso di allontanare Trotta “per motivi etici”, in veste di allenatore, dalla squadra di calcio giovanile all’interno della quale giocavano i propri figli senza però sporgere denuncia. L’uomo aveva quindi abbandonato l’incarico e aveva trovato lavoro presso un’altra squadra di calcio giovanile. Il pericolo era stato quindi avvertito, si erano presi dei provvedimenti, ma nulla di incisivo. E nulla di incisivo non è stato fatto neanche nel marzo dello stesso anno quando la Congregazione per la Dottrina della Fede l’aveva dimesso dallo stato clericale non volendo, però, “divulgare i motivi del suo allontanamento per evitare lo scandalo”. La Congregazione, all’epoca guidata dal cardinale Joseph Levada, nella stessa occasione aggiunse: “se sussistesse il pericolo di abuso per i minori, l’Ordinario potrà divulgare il fatto”.

E per ora siamo a 2 processi e 10 vittime. Dalla scomunica sono passati 5 anni, anni in cui il sacerdote non ha mai smesso di farsi chiamare “Don Giannì” dai bambini e dai genitori. In pochi in paese sapevano che Trotta non era più un prete. “Al funerale del padre aveva il collarino ecclesiastico” raccontano oggi. “Frequentava la chiesa, ci aveva detto che era in attesa di una nuova destinazione”. E intanto si improvvisava allenatore di calcio e si proponeva per aiutare nei compiti i bambini dopo scuola.

Davanti a questi fatti le domande che ci si pone sembrano essere sempre le stesse, com’è stato possibile che nessuno si sia reso conto della pericolosità dell’ex sacerdote? Com’è possibile che non sia stato denunciato? Perché nessuno ha fatto niente? Com’è possibile che non si riesca a vedere nell’autore di abuso sessuale su minore  il pedofilo prima ancora del sacerdote? “Da un punto di vista del diritto canonico il provvedimento della Congregazione è inattaccabile: è stato inflitto il massimo della pena e la legge italiana non impone la denuncia”, dicono alcuni giuristi.. Ma quella decina di bambini violati avrebbero potuto avere una chance, se il vescovo dell’epoca, monsignor Domenico Cornacchia, lo avesse denunciato anche soltanto quando Trotta ha cominciato ad allenare, come d’altronde imponeva la direttiva del Vaticano. “Ma io non sapevo nulla di Trotta – dice Cornacchia – non era un presbitero diocesano, avrebbero dovuto controllare il suo superiore generale e provinciale”.

E a quanto pare anche le risposte restano uguali. Nessuno sapeva niente. Il gioco dello scaricabarile praticato dalle istituzioni ecclesiastiche, ma non solo … E poi il silenzio: un silenzio assordante e colpevole che consente al pedofilo di spostarsi e cambiare il proprio campo d’azione, il proprio luogo di caccia,  agendo indisturbato.

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