MALTRATTAMENTO INTRASCOLASTICO E VIDEOCAMERE NELLE SCUOLE

Di Gianluca Baldasseroni


La tecnologia al servizio della prevenzione della violenza sui bambini!  I Carabinieri della Compagnia di Corigliano Calabro (Cosenza) hanno eseguito pochi giorni fa una misura interdittiva disposta dal gip del Tribunale di Castrovillari nei confronti di due insegnanti della scuola d’infanzia San Giorgio Albanese, in forza della quale le due donne sono state sospese dall’impiego per sette mesi.  Le intercettazioni ambientali hanno consentito di constatare come le maestre ricorressero sia a minacce verbali che a percosse, maltrattamenti agiti per mantenere la disciplina nella classe.

Abbiamo recentemente affrontato le tematiche delle “punizioni educative” (http://www.rompereilsilenziolavocedeibambini.it/2017/11/26/e-possibile-e-occorre-aprire-gli-occhi-anche-la-scuola-puo-essere-tatro-di-abusi-e-violenze/)  e del maltrattamento intrascolastico, agito in base ad un modello pseudo pedagogico che ancora esiste e resiste nella cultura di molti insegnanti ed educatori violenti e perversi.   In questo articolo vogliamo toccare un tema altrettanto delicato e dibattuto, strettamente connesso al problema della prevenzione:   perché non mettere delle telecamere all’interno delle aule scolastiche per prevenire il ripetersi di questi crimini contro l’infanzia?

Questa soluzione, apparentemente banale ed ispirata dal semplice buon senso, si scontra però con mille resistenze argomentate, da coloro che si oppongono a questa idea, con i noti temi della privacy e della segretezza dei dati personali.

Vogliamo allora soffermarci a svolgere alcune riflessioni e domandarci fino a che punto, queste argomentazioni, siano valide e condivisibili rispetto alla gravità ed alla diffusione del fenomeno che si vorrebbe contrastare.  Come noto, viviamo in un mondo ormai pieno di telecamere.

Ci sono telecamere nelle strade, nelle stazioni e sui vagoni di treni e metropolitane, negli aeroporti, nei negozi, nelle banche, negli uffici pubblici, ai caselli  autostradali e negli androni condominiali. Ci sono telecamere per l’assistenza al parcheggio installate di fabbrica nelle auto più moderne ed ogni nostro smartphone dispone di due fotocamere, una frontale ed una posteriore.

Ed allora vogliamo chiederci: ma perché, se ci sono telecamere ovunque e nessuno avverte in questa società quasi Orwelliana un disagio invalidante, le videocamere nelle scuole per proteggere i bambini da possibili violenze sono invece ancora un tabù?

Un primo tentativo di monitorare i bambini nella scuola materna risale al 2013, allorquando l’asilo nido “I Pargoli” di Ravenna aveva deciso di installare presso la propria struttura un sistema di videosorveglianza dotato di webcam, in grado di consentire ai genitori di controllare i propri figli minori durante il periodo di permanenza al nido, quando erano affidati alle maestre.

L’iniziativa, lodevole a parere di chi scrive, giunse all’attenzione del Garante per la protezione dei dati personali, che nel provvedimento dell’8 maggio 2013 dichiarò “l’illiceità del trattamento delle immagini dei minori iscritti presso l’asilo nido gestito da “I Pargoli s.n.c. di Avallone Maddalena e Pedico Vanessa Enza”, effettuato dalla stessa società mediante webcam posizionata all’interno dell’area didattica, perché in violazione dei principi di necessità e proporzionalità posti dagli artt. 3 e 11, comma 1, lett. a) e d) del Codice; ai sensi dell’art. 154, comma 1, lett. d) del Codice, vieta alla predetta società l’ulteriore trattamento delle immagini.”.

I nodi cruciali della questione riguardavano da un lato il problema del controllo a distanza dei lavoratori e dall’altro “la veicolazione continua tramite Internet delle immagini, consultabili in ogni momento da qualsiasi terminale ovunque ubicato” che a parere del Garante “risulta problematica per un duplice ordine di motivi: da un lato, il sistema non assicura che la loro visione resti circoscritta ai soli soggetti muniti di credenziali; dall’altro, la visione da parte dei genitori/tutori abilitati non è limitata esclusivamente alle attività del proprio figlio, ma si estende anche alla condotta degli altri minori iscritti e dei docenti”.            (il provvedimento del Garante è consultabile a questo link: http://www.garanteprivacy.it/web/guest/home/docweb/-/docweb-display/docweb/2433401).

La questione del controllo a distanza dei lavoratori è risalente ed affonda le sue radici nel lontano 1970, allorquando lo Statuto dei lavoratori vietava “l’uso di impianti audiovisivi e di altre apparecchiature per finalità di controllo a distanza dell’attività dei lavoratori.”   L’articolo 4 dello Statuto dei Lavoratori è stato recentemente riformato dalla legge nota come “Jobs Act”, che ha introdotto significative novità rispetto alla possibilità, da parte del datore di lavoro, di operare un controllo sull’attività lavorativa svolta dai propri dipendenti.

Un nuovo barlume di speranza si era poi acceso allorquando, nello scorso Ottobre 2016, la Camera aveva approvato un testo unificato delle proposte di legge finalizzate ad introdurre disposizioni sulla videosorveglianza negli asili nido, nelle scuole dell’infanzia e nelle strutture socio-assistenziali per anziani e persone con disabilità, per prevenire e contrastare condotte di maltrattamento o abuso, anche psicologico.

Giunto all’esame del Senato, il disegno di legge veniva affondato dal parere negativo espresso dalla  7^ Commissione, la quale, come risulta a pag. 75 dell’iter dei lavori, concludeva rilevando “in termini critici che il testo… prevede la “possibilità” di attivazione, nelle strutture socio-sanitarie e socio-assistenziali, della videosorveglianza, malgrado quest’ultima possa essere disposta per iniziativa della magistratura senza bisogno di appositi provvedimenti legislativi, e col rischio di gettare un’ombra generalizzata sugli operatori del settore…” , senza considerare che il disegno di legge aveva una evidente e condivisibile finalità preventiva, laddove invece “l’iniziativa della magistratura” è necessariamente successiva, cioè si attiva dopo che le violenze sono iniziate, generalmente a seguito di una denuncia fatta da qualche genitore.

(a questo link potrete trovare l’iter dei lavori ed alle pagine 71/75 il parere contrario espresso dai senatori e le conclusioni della 7^ Commissione

(http://www.senato.it/leg/17/BGT/Schede/FascicoloSchedeDDL/ebook/47371.pdf )

La presenza di una videocamera all’interno di un’aula e la consapevolezza che i genitori, attraverso una specifica password, possano in ogni momento monitorare lo svolgimento delle attività didattiche, costituirebbe certamente un deterrente per quegli insegnanti che ancora adottano metodi pseudo educativi basati sulla minaccia, sull’induzione della paura e sulla somministrazione del  dolore.

Le ragioni finora addotte dagli oppositori di questa forma di prevenzione, seppur astrattamente condivisibili, ci sembra però che dovrebbero recedere allorquando il monitoraggio e l’accesso ai dati sia esercitato, come in questi casi, per la difesa di diritti primari, quali sono senz’altro la sicurezza e la salute dei fanciulli, così come la nostra privacy viene costantemente ma comprensibilmente violata per ragioni di sicurezza e di ordine pubblico.

Del resto ci sembra che sia un legittimo diritto del genitore quello di potersi assicurare in ogni momento che il figlio minore non subisca violenze in ambito scolastico ed il fatto che questa vigilanza si estenda contemporaneamente anche gli altri bambini della classe, può essere solo motivo di maggiore tranquillità, considerato che  la finalità di salvaguardare i figli accomuna tutti i genitori.

Non appare convincente neppure la risalente ed ormai datata questione della privacy dei lavoratori docenti, considerato che in fondo, chi non ha nulla da nascondere ed agisce nel rispetto della legge, non può certo essere preoccupato dal fatto di essere osservato o filmato nella sua interazione con un soggetto debole come è il bambino. Possiamo domandarci: prevenzione o privacy?  Rispondiamo che il diritto alla riservatezza deve recedere davanti alla sicurezza dei nostri figli.

Certo sono questioni delicate e complesse che devono essere affrontate e risolte con misura e prudenza, ma il dato inquietante è che mentre i politici si interrogano, dibattono e riflettono, i bambini continuano a subire violenze e maltrattamenti, anche nei luoghi dove dovrebbero invece imparare il rispetto e l’amore per se stessi e per gli altri.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *