DISABILITÀ E DIRITTO ALLA SESSUALITÀ E ALL’AFFETTIVITÀ

Condividiamo un articolo di Eleonora Fissore dal Centro studi Hansel e Gretel. L’articolo affronta il tema della disabilità collegato alla necessità, sempre più forte, di far conoscere loro il tema dell’educazione sessuale.

Di Eleonora Fissore


Sessualità, affettività e disabilità, un tema difficile, un po’ per  pregiudizi e paure (Wolfe, 1997), un po’ per un falso pudore diffuso, ma lentamente se ne inizia a parlare. L’argomento va affrontato per abbattere una barriera culturale e garantire una maggiore integrazione della persone con disabilità, intellettiva o fisica.

Ancora oggi, infatti, la nostra società manifesta una sorta di atteggiamento fobico e difensivo nei confronti dell’accesso alle relazioni di intimità e dell’espressione della sessualità nei portatori di handicap. Essi finiscono spesso per essere identificati con il proprio deficit, vedendo negati i propri sentimenti, le proprie potenzialità, i propri bisogni, in particolar modo quelli sessuali (Foti, Oddenino, 2005). L’atteggiamento prevalente nei confronti della sessualità dei disabili oscilla tra la negazione del diritto alla sessualità (la persona con disabilità viene spesso trattata come se fosse asessuata), e una considerazione di essa come perversa e deviante. Le famiglie vengono lasciate sole, senza alcuna forma di sostegno psicologico. Accade allora che la sessualità dei disabili venga negata o soddisfatta meccanicamente attraverso il ricorso alla prostituzione o alla masturbazione, quest’ultima frequentemente messa in atto dai familiari stessi. Viene in ogni caso totalmente tralasciata la vita affettiva del disabile: i suoi sentimenti, le sue emozioni, i suoi dubbi ed i suoi desideri, insomma, la sua dignità di persona che ha il diritto di coltivare il proprio benessere sessuale. Gli individui affetti da disabilità devono essere riconosciuti come persone con piena integrità della propria sfera sessuale, aventi desideri sessuali esattamente come noi.   Proprio perché continuamente negati, questi desideri possono diventare esasperanti.

Già  nel 1993 l’Assemblea Generale dell’ONU ha approvato un documento nel quale viene riconosciuto a tutti i portatoti di handicap  “il diritto di fare esperienza della propria sessualità, di vivere all’interno di una relazione, di essere genitori, di essere sostenuti nell’educazione della prole da tutti i servizi che la società prevede per i normodotati, compreso il diritto di avere un’adeguata educazione sessuale”.

È evidente come si sia ancora molto lontani dal reale concretizzarsi di questi diritti tanto enfatizzati. Nella pratica c’è ancora parecchio lavoro da fare perché l’eguaglianza diventi realtà. È necessario un cambio di mentalità che determini una reale apertura e predisposizione ai soggetti  ‘diversi’.

Alcuni studi  mostrano che persone con disabilità, soprattutto intellettiva,  mancano di conoscenza ed esperienza, hanno un atteggiamento pessimista rispetto al sesso e maggiori bisogni di natura sessuale in tutte le aree della sessualità (McCabe, 1999; McCarthy, 1999). Questa mancanza deriva dall’idea che le persone disabili non siano in grado di avere una vita sessuale e non siano sessualmente attive, una falsa credenza connessa all’infantilizzazione della persona portatrice di handicap. La sessualità è una componente essenziale, in termini emozionali, etici, fisici, psicologici, sociali e spirituali, dell’identità di ciascuno di noi (Kupper, Ambler e Valdivieso, 1992).

Si mostra pertanto indispensabile per le persone con disabilità fisica o intellettiva la promozione di interventi psicoeducativi sull’affettività e sulla sessualità adeguati e specifici, fin dall’infanzia. Nonostante questo tipo di interventi sia garantito in molti paesi, in Italia la sua importanza continua a non essere riconosciuta (Caretto, 2005). L’intervento psicoeducativo in questo ambito non è in effetti semplice o intuitivo, ma è possibile, e dovrebbe essere determinato da linee guida che ne stabiliscano la “politica”(Aliata, 2006).

Effettivamente, un progetto sull’assistenza sessuale in Italia è nato nel 2013 con la realizzazione del comitato “lovegiver” che si occupa della promozione della figura professionale dell’Assistente Sessuale. Una proposta di legge è stata depositata in Senato il 24 Aprile 2014 ed è stata poi consegnata alla Camera  il 23 Gennaio 2015. Entrambe le proposte di legge non sono mai state discusse in commissione.

L’Assistente Sessuale è una persona che accompagna il disabile che non è in grado di gestire la propria sfera sessuale, aiutandolo materialmente, con i giusti tempi e nei limiti decisi dal disabile stesso, a scoprire l’erotismo e ad indirizzare energia ed impulsi che diversamente potrebbero esprimersi in malessere e rabbia. Tale figura professionale è presente e riconosciuta in svariati paesi, tra cui Olanda, Germania, Danimarca, Austria, Svizzera. In Italia questa figura non esiste perché non riconosciuta legalmente, perché tocca aspetti che ancora si preferisce fingere di non vedere.

Il supporto fornito da una figura professionale di questo genere potrebbe essere utile se inserito all’interno di un percorso psicoeducativo che integri la sfera della sessualità a quella dell’affettività, coinvolgendo anche le famiglie. L’iniziativa ha il merito di proporre finalmente una risposta concreta, sicuramente non l’unica e forse nemmeno la migliore, ma che sembrerebbe essere apprezzata, secondo quanto riportato da un sondaggio del sito disabili.com all’interno del quale il 77% dei disabili si è espresso in favore dell’introduzione di tale figura professionale.

Vivere la propria sessualità è un’esigenza naturale per chiunque. È per questa ragione che chi vive con un handicap, sia esso fisico o psichico, dovrebbe avere la possibilità, qualora lo desiderasse, di rivolgersi ad un Assistente Sessuale che lo aiuti ad esprimere questo bisogno, accompagnandolo nella scoperta della propria intimità. Il riconoscimento di tale figura sancirebbe una piccola rivoluzione culturale, sia perché concretizzerebbe il diritto di ognuno ad avere una vita sessuale attiva, sia perché sottolineerebbe le necessità di un’educazione generale sul tema. Parlare di eros e handicap ha prima di tutto un valore civile, perché vuol dire considerare chi è affetto da disabilità non soltanto come soggetto debole, da accudire e proteggere, ma anche come persona pienamente degna.

C’è però dietro questo progetto qualcosa di incompiuto e che pone non pochi interrogativi: come si può sanitarizzare l’amore? Come vengono gestite, accolte e valorizzate le emozioni della persona disabile? La componente affettiva sembra essere trascurata, rimanendo inascoltata, assieme al bisogno di calore e contatto emotivo, il bisogno di empatia. Un bisogno di cuore, oltre e forse più che di corpo e fisicità, a cui probabilmente nemmeno la migliore assistenza sessuale può supplire. Dunque l’Assistente Sessuale aiuta a risolvere i problemi tecnici, ma non aiuta a dare risposta al desiderio d’amore.

Si rendono pertanto indispensabili interventi psicoeducativi sulla sessualità e la disabilità che promuovano prima di tutto la consapevolezza e l’affermazione del sé emozionale ed affettivo dei portatori di handicap fisico o psichico, perché ciò che il disabile cerca non è tanto l’accoppiamento sessuale quanto la soddisfazione dei propri bisogni relazionali ed affettivi, che restano inascoltati (Veglia, 2000).

Tali programmi dovrebbero impegnarsi ad implementare la consapevolezza e comprensione della sessualità ed il relazionarsi con gli altri nelle persone con disabilità, basandosi su un’impostazione relazionale, esperienziale, che coinvolga direttamente gli utenti, sollecitando l’espressione delle proprie ansie, paure, speranze, desideri (Foti, Oddenino, 2005). “L’efficacia dei programmi formativi è direttamente proporzionale alla capacità di associare la trasmissione di conoscenze ad un coinvolgimento emotivo e ad un’attivazione esperienziale dei partecipanti. ” (Foti, 2004, p.15). “Ciò che fa la differenza sono le competenze sociali, relazionali ed emozionali che alcuni programmi cercano di potenziare, mentre altri no”  (ivi, pp. 15-16).

Un accurato accompagnamento educativo e relazionale è la condizione fondamentale perché si manifestino nella loro pienezza le autonomie personali in grado di sostenere le relazioni affettive ed una soddisfacente vita sessuale. Un buon progetto di educazione sessuo-affettiva dovrebbe educare al raggiungimento di una maturità affettiva ed una crescita personale, occupandosi delle emozioni, della reciprocità, dell’autotutela, delle fantasie, dei vissuti affettivi e relazionali relativi al rapporto con gli altri significativi. La finalità non è tanto legata alla regolazione di comportamenti inadeguati, quanto ad aiutare le persone disabili a trovare i significati che la sessualità assume nella loro vita e ad esperirli attraverso modalità comportamentali che possano rappresentare un’occasione di crescita piuttosto che di disagio ed emarginazione.

Si fa fatica a promuovere un’idea di educazione alla sessualità che non sia una semplice trasmissione di informazioni igienico-sanitarie ma miri alla ricerca ed alla ricostruzione dei significati personali che i disabili già hanno ed attribuiscono alla sessualità, per promuovere una completa identità del disabile.

Programmi di questo genere inoltre sono utili ed indispensabili per insegnare alle persone con disabilità, soprattutto intellettiva, l’auto tutela dall’abuso sessuale, anche inteso come esercizio di potere sull’altro anziché scambio d’amore, per prevederne il possibile verificarsi, insegnando a riconoscere situazioni potenzialmente pericolose, ad individuare comportamenti di manipolazione e sopraffazione, a denunciare ed evitare tali situazioni, essendo le persone con handicap maggiormente manipolabili: “Il soggetto disabile deve essere aiutato  a valorizzare le proprie risorse  e capacità sul piano affettivo, relazionale, sociale, sessuale, accettando benevolmente il proprio deficit” (Foti, Oddenino, 2005, p. 54).

 

 

Riferimenti Bibliografici

  • Aliata P. (2006) La sessualità possibile: adolescenti ed adulti con autismo. Autismo e Disturbi dello Sviluppo, 4 (1) 107-120
  • Caretto F. (2005) Affettività e sessualità nelle persone con autismo. Autismo e Disturbi dello Sviluppo, 3 (2) 253-266
  • Foti, C. & Oddenino, P. (a cura di), L’educazione sessuale, questa sconosciuta, S.I.E edizioni, 2005.
  • Foti, C. (a cura di), Prevenire il maltrattamento è meglio che curarlo, S.I.E edizioni, 2004.
  • Veglia, F. (a cura di), Handicap e sessualità: il silenzio, la voce, la carezza, Milano, Franco Angeli, 2000.
  • Kupper, L., Ambler, L., & Valdivieso, C. (1992), Sexuality education for children and youth with disabilities, National Information Center for Children and Youth with Disabilities News Digest, 17, 1-43.
  • McCabe, M. P. (1999), Sexual knowledge, experience and feelings among people with disability, Sexuality and Disability, 17(2), 157-170.DOI: 1023/A:1021476418440
  • McCarthy, M., Sexuality and women with learning disabilities, London, Jessica Kingsley Publishers, 1999.
  • Wolfe, P. S. (1997), The influence of personal values on issues of sexuality and disability, Sexuality and Disability, 15 (2), 69- DOI: 10.1023/A:1024731917753.
  • https://www.disabili.com/

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