DI FRONTE AL TRAUMA LA PERSONALITA’ DELLA VITTIMA SI FRAMMENTA

Nell’articolo “Le emozioni del maltrattamento e maltrattamento delle emozioni. Abuso all’infanzia e i meccanismi di difesa degli operatori” (cfr. la sezione “documenti” in questo sito), scritto circa vent’anni fa, Claudio Foti portava due esempi per comprendere il tema della scissione di personalità come conseguenza del trauma.

“Di fronte ad una relazione traumatica che attacca gravemente i bisogni di rispecchiamento o di idealizzazione che il bambino avverte nei confronti dei propri genitori, di fronte per esempio all’abbandono affettivo da parte della figura materna, il bambino non solo perde la propria autostima sentendosi un bambino cattivo, indegno, non meritevole di essere amato, ma addirittura perde la possibilità di mantenere un contatto con una parte della propria vita emotiva individuale.

Il bambino abbandonato che subisce questa grave frustrazione del proprio bisogno di vedersi rispecchiato in modo positivo e continuativo dalla propria madre non può vivere neppure in se stesso i propri sentimenti, le proprie esigenze individuali. Un ragazzo abbandonato a due anni dalla propria madre e vissuto per molti anni in istituto è riuscito a comunicarmi in analisi che quando era in compagnia e provava desiderio di un panino o di una Coca Cola, non solo si sentiva obbligato mostrarsi superiore a queste esigenze di fronte agli altri, ma anche doveva spegnere queste esigenze dentro di sé, doveva anche cancellare il proprio bisogno del panino o della Coca Cola per timore di essere percepito dentro la propria mente dai suoi coetanei, non avendo un’identità ben coesa e ben definita nei propri confini rispetto agli altri. Non solo dunque doveva esibire una superiorità grandiosa rispetto ai bisogni e rispetto ai desideri, ma anche si sentiva costretto a staccare il contatto con questi bisogni dentro di sé, a tagliare i fili del collegamento con questi bisogni interni.

Non è semplice comprendere questa esperienza di vuoto, di mancanza di contatto fra il soggetto e se stesso, fra il soggetto e i propri bisogni, fra il soggetto e i propri sentimenti ed altrettanto difficile riuscire ad empatizzare sul piano emotiva con chi vive questa “scissione verticale” del proprio Sé.

Un altro bambino abbandonato a tre anni dai propri genitori biologici aveva un tale bisogno di compiacenza nei confronti dei genitori adottivi da non riuscire mai ad esprimere un sentimento di rabbia o di fastidio nei loro confronti. Questo bambino aveva chiesto e purtroppo ottenuto dai propri genitori adottivi di cambiare il proprio nome di battesimo da Carmelo a Giorgio, nel tentativo di cancellare il proprio passato e tutta la vita emotiva connessa a questo passato. I genitori adottivi erano stati selezionati, come spesso succede, senza ricorrere al criterio della sensibilità e del rispetto per la vita emotiva e, dopo l’inserimento adottivo del bambino, non erano stati affatto sostenuti ed aiutati. Questi genitori, nel tentativo di fare del figlio adottivo il figlio ideale che avevano sempre desiderato, avevano colluso con la tendenza del bambino a cancellare Carmelo per far vivere un Giorgio ideale pieno di buone intenzioni. Ovviamente i sentimenti di rabbia e di fastidio scissi dalla vita mentale del bambino non potevano essere cancellati, tant’è vero che dopo qualche anno Giorgio incendiò, senza neppure dare l’allarme, la cantina di casa. Giorgio in realtà non riusciva a provare sentimenti di fastidio o di odio ed era pieno di buone intenzioni, ma Carmelo dentro di lui rimaneva profondamente arrabbiato: nella parte “Carmelo” rimasta dentro Giorgio ardeva il fuoco incendiario dell’odio.”

 

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