BABY GANG: IL PIACERE DI FARE VIOLENZA AI DANNI DEI PIU’ DEBOLI

La violenza giovanile è in vertiginoso aumento: solo negli ultimi mesi si contano 17 rapine commesse a danni di ragazzi minorenni a Napoli; l’aggressione a una madre che aveva chiesto ad alcuni ragazzini di non bestemmiare e rapine a danni di minori a Torino. Un assalto al treno Torino-Ventimiglia. Rapine nel modenese, a Genova, a Reggio Emilia.  Assalti e rapine a Bologna.

A colpire non sono i soliti delinquenti, in cerca di denaro: sono le baby-gang, gruppi organizzati di minorenni che mettono in atto rapine, violenze e altri atti criminali o di sopraffazione ad un solo scopo apparente: il puro divertimento.

L’ultima vittima, Arturo, è un ragazzo di 15 anni, massacrato davanti alla metropolitana a Napoli da un gruppo di ragazzini che hanno trovato il modo di sfogare la loro rabbia, lasciandolo, senza alcuna motivazione, a terra, ferito gravemente.

Le istituzioni e i media si stanno ora interrogando su quale possa essere una soluzione per questi attacchi. Una delle città che più risente del fenomeno è Napoli, anche se violenza giovanile e bullismo sono diffusi in tutta Italia, soprattutto nei quartieri meno fortunati e che offrono ai giovani meno opportunità. Scrive Repubblica: “Nei quartieri più violenti in città e nella periferia gli unici punti di incontro e di accoglienza sono la scuola e le parrocchie. Gli assistenti sociali si contano sulle dita di una mano. Bisogna ricostruire una rete intorno ai ragazzi violenti, intrecciando rapporti personali con figure autorevoli di educatori. Le famiglie che chiedono aiuto non vanno lasciate sole. Una soluzione possibile, a Napoli e in tutta Italia – lo ricorda Marco Rossi-Doria – sono le “comunità educanti di quartiere”, che il Rione Sanità ha proposto al ministero dell’Istruzione e al Viminale per prendere in carico i minori a rischio. A ciascuna comunità partecipano il Comune, le scuole, le organizzazioni del Terzo settore, i centri sportivi, le parrocchie. Ai progetti devono essere attribuiti fondi certi e costanti, con una regia e una visione”.

Comunità, dunque, la soluzione che viene prediletta: e la famiglia? E la scuola? Certo è facile ripetere  che la famiglia non deve essere lasciata sola, che la scuola deve assumersi una responsabilità ma né la famiglia, né la scuola nei fatti sono prese in considerazione come risorsa fondamentale da cui far partire un intervento di recupero del minore violento. Nei gesti delle baby gang uno dei tratti distintivi è la violenza, che parla di frustrazione, umiliazione ed impotenza che questi ragazzi vogliono rovesciare nel contrario: trionfo sul più debole ed onnipotenza. La violenza  rinvia a protesta, rabbia ed odio, vissuti emotivi alla ricerca di bersagli: un grido di aiuto silenzioso da parte di ragazzi che hanno molto da dire e poche orecchie disposte ad ascoltare. La soluzione migliore è sempre la più semplice per le istituzioni: se un ragazzino devia dalla cosiddetta “normalità” bisogna cercare per lui una soluzione che non miri a trovare nel suo presente la causa della devianza, bensì che cerchi di migliorare esclusivamente il suo futuro, consigliando la creazione di reti sociali nuove e “controllate”.

Sicuramente la socializzazione con un contesto scevro da violenza e delinquenza offre nuove prospettive per ragazzi che non ne hanno ma è necessario ricordarsi che il punto di partenza per modificare la strada che un giovane può intraprendere è innanzitutto comprendere e analizzare quali sono stati i buchi e le mancanze che hanno reso il suo cammino difficoltoso sino ad oggi.

Parlare di un futuro migliore senza avere il coraggio di guardare un passato di solitudine, di sofferenza, di assenza di figure adulte vicine e credibili, di circolazione di modelli violenti, servirebbe soltanto a suturare una ferita infetta. Il recupero del giovane delinquente deve essere incentrato sul recupero delle sue risorse e non sulla semplice costruzione di una rete sociale positiva.

I ragazzi esprimono il loro malessere in mille modi diversi, a volte in silenzio, a volte urlandolo con la violenza. Il primo passo è partire proprio da lì, da quei gesti silenziosi che, spesso, noi adulti, abbiamo paura ad ascoltare.

Psicologa laureata in psicologia criminologica e forense

Martina Davanzo

Psicologa laureata in psicologia criminologica e forense

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