GLI ABUSI SESSUALI NON SONO ESISTITI. NEI LAGER I FORNI CREMATORI SERVIVANO A CUOCERE IL PANE

di Martina Davanzo e Claudio Foti   


A vent’anni di distanza dal processo che ha visto la condanna di numerose famiglie per abusi sessuali sui loro figli nella Bassa Modenese il caso è tornato all’attenzione della cronaca. Le famiglie coinvolte – condannate dalla giustizia italiana dopo tre gradi di giudizio per abusi sessuali – vogliono nientepopodimeno che un risarcimento danni per le “ingiuste” condanne subite e per l’allontanamento dei figli che nessuno di loro ha più rivisto.

Sul caso della Bassa Modenese è stata aperta un’inchiesta giornalistica – pubblicata da Repubblica in otto puntate – a cura di un giornalista delle Iene, con lo scopo di ripercorrere l’intera vicenda per giungere a “fare luce sulla verità”. I risultati che sono stati riportati dall’inchiesta, che prende il nome di Veleno, evidenzierebbero macroscopici errori giudiziari relativi al caso ed inoltre – udite, udite! – la totale assenza di prove circa gli abusi sessuali contestati e addirittura lo straziante dolore delle famiglie che si sarebbero viste private dei propri figli pur essendo all’oscuro di tutto.

Risultati apparentemente sconvolgenti insomma, che l’Avvenire non rinuncia a sottolineare, con un registro marcatamente iperbolico, in un articolo del 7 gennaio 2018 in cui si legge “almeno sedici piccolini da 0 a 11 anni sono stati così sottratti a genitori disperati, che dopo anni di processi da inquisizione verranno infine prosciolti con formula piena, ma ai quali i figli non saranno mai più restituiti”.

Peccato, però, che questa ricostruzione sia del tutto fantasiosa ed assurda. I “macroscopici errori” appartengono innanzitutto a questa inchiesta giornalistica negazionista che vorrebbe tentare di dare un colpo di spugna ad un procedimento giudiziario che ha accumulato una valanga di prove convergenti, provenienti da numerosi bambini e riguardanti gravi e prolungati abusi sessuali in famiglia.

I genitori dei bambini allontanati furono, infatti, condannati per violenza sessuale nei confronti dei loro figli e non prosciolti con formula piena come l’articolo de L’avvenire cerca di sostenere. Gli abusi sessuali furono provati e oggetto di una condanna penale più che equilibrata: l’assoluzione avvenne soltanto per l’accusa di coinvolgimento in riti satanici e abusi di gruppo, nonostante una condanna inflitta in primo grado anche per questo capo di imputazione. E’ palese peraltro la difficoltà di pervenire al reperimento di prove in situazioni di abusi sessuali di gruppo in quanto le organizzazioni che li gestiscono hanno una grande capacità di nascondere le tracce.

ll tentativo dell’inchiesta Veleno e dell’articolo de L’avvenire è quello di sollecitare l’identificazione del lettore con genitori a cui sarebbero stati strappati i figli improvvisamente ed immotivatamente, sollecitando il fantasma di istituzioni sociali capaci di interventi intrusivi e ingiusti. Ma questi giornalisti non hanno pensato di chiedere a quei bambini di un tempo, vittime degli abusi, oggi diventati adulti perché in tutti questi anni non hanno mai espresso una protesta per essere stati allontanati dalle loro “buone” famiglie, perché non hanno mai più voluto né rivedere, né risentire i loro genitori, perché non hanno mai fatto nulla per ricercarli. Moltissimi figli adottivi sviluppano una curiosità o un desiderio di ricontattare le loro origini. Perché dopo essere stati inseriti in famiglie affidatarie hanno continuato a starci serenamente ben felici di voltare le spalle al loro passato? Nessuno ha chiesto in modo rispettoso a questi bambini, oggi diventati adulti, il loro attuale punto di vista. In realtà queste vittime di ieri, oggi adulte,   possono aver subito una qualche forma di ulteriore vittimizzazione da questa inchiesta giornalistica, dal momento che la loro testimonianza è stata disprezzata e sono state esercitate pressioni da alcuni giornalisti che si sono appostati sotto l’abitazione di uno di loro o lo hanno accerchiato nel tentativo di ottenere delle dichiarazioni capaci di smentire le accuse – in realtà ben credibili – formulate allora.

Ma le vittime della vicenda della Bassa Modenese iniziano a rompere il silenzio e quattro di loro lo fanno tramite una lettera: «Sui media e nei pubblici dibattiti, si dà spazio a persone che hanno scontato pesanti condanne per aver abusato dei propri figli. Non ci siamo mai sentiti ‘rapiti’ dalle istituzioni, ma, al contrario, da queste tutelati e protetti. Non abbiamo mai chiesto in questi anni di rivedere i nostri parenti naturali, non abbiamo pianto quando abbiamo saputo che qualcuno di loro non c’era più».

Dunque questa è la verità: ci sono stati abusi sessuali gravi che il procedimento giudiziario ha provato e le vittime di allora lo riaffermano oggi con chiarezza contro il rigurgito negazionista di alcune fonti di stampa.   C’è sempre qualcuno disposto a pensare che gli abusi sessuali non esistono, anche quando sono stati dimostrati da un rigoroso cammino giudiziario, che in questa vicenda ha messo in discussione ad un certo punto l’acquisizione di alcune prove e ne ha confermate altre – pesantissime – al di là di qualsiasi ragionevole dubbio.

Se si vuole riaprire la discussione su un caso così grande e complesso come quello della Bassa Modenese è necessario mettersi una mano sulla coscienza e farlo nel modo giusto: invece è stata condotta un’inchiesta con modalità suggestive e incomplete e con un presupposto ideologico negazionista. Sarebbe come sviluppare un’indagine storica sul nazismo a partire dall’idea che le camere a gas sono state un’invenzione dei sionisti e dei vincitori della seconda guerra mondiale. Le vittime di questa vicenda non sono mai state prese in considerazione con correttezza e rispetto.   I giornalisti che hanno voluto far luce sulla vicenda non hanno puntato alcun riflettore sul netto e massiccio rifiuto che queste vittime per lunghi anni hanno evidenziato anche solo ad informarsi sulla propria famiglia d’origine.

 

Psicologo, psicoterapeuta, direttore scientifico del Centro Studi Hansel & Gretel

Claudio Foti

Psicologo, psicoterapeuta, direttore scientifico del Centro Studi Hansel & Gretel

1 Comment

  • michele turano

    (3 Feb 2018 - 11:34)

    credo che oggigiorno, la professione del giornalista sia quella che più ha colpe nell’andamento delle nostre società. facendo le debite e sostanziali differnze e che peraltro riguardano una piccola percentuale di essi, credo di non dire un amenità affermando che essi siano il braccio armato di un sistema criminale. in ogni ambito sociale, li troviamo schierati dalla parte di una politica corrotta e che a sua volta è serva del volere di pochi individui, dediti alla distruzione sistematica di quelle prerogative civili e sociali che dovrebbero essere da tutelate in primis da loro.

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