RAZZISMO E PREGIUDIZIO. SE UN NEUROPSICHIATRA INFANTILE COMMETTESSE UN ORRENDO DELITTO …

I fatti di Macerata, la caccia violenta all’immigrato ci interpellano.  Contro gli imprenditori della paura, contro i mandanti morali – come li definisce Saviano – dell’odio razziale,  contro coloro che demonizzano la presenza degli immigrati e danno una giustificazione sociologica alla follia distruttiva razzista, può essere utile avviare una riflessione sul pregiudizio.

Andrea ha quattro anni, frequenta la scuola materna ed è figlio di una psicologa e di un insegnante. I genitori hanno idee e modelli di comportamento molto aperti e progressisti. Non hanno certo educato al pregiudizio il figlio.   Ma il pregiudizio si trasmette per canali sociali oltre che per canali familiari. Un carissimo amico di Andrea è Omar, anche lui ha quattro anni ed è marocchino. Per un anno a scuola materna ha parlato prevalentemente l’arabo. Eppure Omar ed Andrea sono diventati amici e sono molto legati fra loro. Un giorno la madre di Andrea che non conosce la nazionalità di Omar chiede al figlio se Omar è marocchino. Andrea scoppia a piangere. E’ molto offeso. Dice che Omar “non è marocchino: è mio amico”. La madre cerca di spiegargli che lei voleva soltanto sapere da dove veniva Omar, che non voleva offendere il suo amico. Cerca di spiegargli che marocchino è una persona che viene dal Marocco. Che il Marocco è un po’ come la Svizzera, dove sono stati in vacanza: “Guarda che Marocco e Svizzera sono la stessa cosa…”. Poi la mamma di Andrea si ferma e pensa tra sé e sé che forse Marocco e Svizzera non sono proprio la stessa cosa, ma è troppo difficile spiegarlo adesso ad Andrea. Ed Andrea peraltro non è convinto e continua a piangere arrabbiato: “Omar non è marocchino: è mio amico.”

Dunque per Andrea il termine e il concetto di marocchino rinviano ad una rappresentazione sociale interiorizzata, carica di pregiudizio negativo. Marocchino è già un insulto, una definizione che si oppone a quella di amico.

Il potere degli stereotipi che alimentano il pregiudizio nasce dal fatto che tutti gli stereotipi si autoconfermano. Se un neuropsichiatria infantile commette una violenza sessuale ai danni di un bambino o di una donna, difficilmente questo fatto contribuirà alla stigmatizzazione della categoria dei neuropsichiatri infantili. Se è un immigrato invece a commettere il medesimo reato, si può confermare in molte persone uno stereotipo in base a cui gli immigrati sono portatori di una pericolosità sociale e possono in particolare attentare con gravi rischi alla sicurezza dei bambini o delle donne. Ovviamente le altre violenze ai danni dei bambini o delle donne di cui veniamo a conoscenza e che non vengono commessi da extracomunitari rischiano di non incidere adeguatamente nella correzione o nel ridimensionamento dello stereotipo. D’altra parte se un immigrato si comporta in modo particolarmente rispettoso delle norme e dei valori sociali, se lavora e se assume comportamenti altruistici e prosociali, si può sentir dire che quella persona è proprio una brava persona, con un tono che magari può significare che quella persona è proprio una brava persona nonostante sia un immigrato.

L’associazione tra azione delinquenziale e rappresentazione dell’immigrato colpisce maggiormente l’attenzione e va a rafforzare il pregiudizio per un meccanismo psicologico di perseveranza e di autoconferma delle credenze.

Pensiamo a quanto succede alla persona superstiziosa che può sentire fortemente l’associazione mentale fra la vista del gatto nero e l’imminenza di una disgrazia.

Quando questa persona superstiziosa vede un gatto nero e poi non si verifica un evento particolarmente spiacevole, non per questo egli metterà in discussione la propria associazione mentale, non per questo rinuncia al proprio schema superstizioso.  Questa persona non rifletterà neppure sull’accaduto oppure se ci rifletterà potrà piuttosto andare alla ricerca di eventi successivi alla percezione del gatto nero in qualche modo spiacevoli (magari eventi leggermente spiacevoli in grado di evitare una completa smentita dello schema che la vista del gatto nero non porta affatto bene). Quando invece succederà, e prima poi non potrà non succedere, che alla percezione del gatto nero è seguito magari il pomeriggio seguente o il giorno dopo un avvenimento decisamente sfortunato, sicuramente il fatto non passerà inosservato e il nesso associativo gatto nero-disgrazia imminente, verrà decisamente a confermarsi.

Il pregiudizio e l’intolleranza nei confronti dell’immigrato si fondano fra l’altro sulla paura e su altre reazioni emotive negative. E’ impossibile evitare completamente la comparsa in una comunità ospitante di sentimenti di ansia, diffidenza ed ostilità verso gli immigrati.   Ciò che è possibile evitare è il passaggio all’atto di questi sentimenti. Ciò che è possibile in altri termini è impedire che la paura, la diffidenza, l’ansia depressiva, confusiva o persecutoria si trasformino in comportamenti di odio, di rifiuto, di espulsione.

 

 

Claudio Foti

Psicologo, psicoterapeuta, direttore scientifico del Centro Studi Hansel & Gretel

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