CONTRASTARE IL PREGIUDIZIO ETNICO CHE RISCHIA DI ENTRARE DENTRO ALLE PERSONE SIN DALL’INFANZIA

Continuiamo la riflessione sul pregiudizio etnico. La cultura dell’infanzia è una cultura dell’accoglienza, perché I bambini hanno bisogno di essere accolti al mondo senza pregiudizi.

Il pregiudizio sociale è il risultato di un apprendimento emotivo che ha profonde radici – spesso risalenti all’infanzia – in immagini, informazioni, attribuzioni, che deformano in modo negativo ed aprioristico la rappresentazione del diverso, dell’estraneo, dell’immigrato.

C’è un rischio che nelle giovani generazioni si creino le basi per una profonda interiorizzazione del pregiudizio sociale contro gli immigrati e contro i neri. Il pregiudizio è il risultato di un apprendimento emotivo di lunga, di lunghissima durata che, una volta radicato,  non ci si può illudere di vanificare in tempi rapidi.  Esistono certi pregiudizi, talmente radicati e condizionanti, che finiscono per ricordare certe macchie che cadono su di un vestito. Dopo un certo lasso di tempo la macchia è talmente penetrata nel tessuto che non si riesce più a toglierla, se non danneggiando o lacerando il tessuto stesso.

Daniel Goleman, pur senza affrontare in modo sistematico il problema delle radici del pregiudizio razziale, fornisce comunque alcuni spunti importanti sul problema. Goleman cita l’esperienza di uno psichiatra Vamik Volcan, che lavora alla Virginia University,  occupandosi dello studio dei conflitti etnici. Volkan è stato allevato e cresciuto in una famiglia turca nell’isola di Cipro, in un’epoca in cui l’isola era al centro di un’aspra contesa tra greco-ciprioti e turco-ciprioti.

«Da bambino, Volkan aveva sentito dire che i preti greci locali facevano un nodo alla loro cintura per ogni bambino turco che avevano strangolato, e ricorda molto bene il disprezzo col quale gli raccontarono che i suoi vicini greci mangiavano carne di maiale, che la cultura turca considerava un cibo impuro. Ora, come studioso dei conflitti etnici, Volkan si serve di questi ricordi della sua infanzia per dimostrare come l’odio fra i gruppi venga tenuto vivo e alimentato negli anni – quando ogni nuova generazione viene imbevuta e impregnata di pregiudizi ostili come quelli da lui vissuti da bambino.  Il prezzo psicologico della lealtà verso la propria gente può essere l’antipatia verso un altro gruppo, soprattutto quando fra di essi c’è una lunga storia di inimicizia.»[1]

Per mantenere l’identificazione con la propria gente e la fedeltà al proprio gruppo di appartenenza il prezzo da pagare è la rinuncia ad una percezione realistica della realtà dei gruppi etnici e delle loro reali differenze. La percezione realistica è ciò che impedisce di trasformare l’etnia diversa in un gruppo sociale meritevole di disprezzo e di ostilità. La percezione realistica è ciò che impedisce un’elaborazione di tipo schizo-paranoide della rappresentazione delle differenza culturale ed etnica, consentendo di riconoscere l’esistenza di limiti, problemi e carenze nel gruppo d’appartenenza (e non solo di qualità e ragioni) e di individuare nel gruppo diverso non solo difetti e pericoli, ma anche pregi, risorse e verità.

«I pregiudizi – prosegue Goleman – sono un tipo di insegnamento emozionale che viene impartito molto presto nella vita, il che li rende particolarmente difficili da sradicare, anche in persone che, una volta divenute adulte, capiscano quanto sia sbagliato sostenerli. “Le emozioni legate al pregiudizio si formano durante l’infanzia, mentre le convinzioni con cui l’individuo lo giustifica compaiono più tardi”, spiega Thomas Pettigrew, studioso di psicologia sociale presso la California University di Santa Cruz, che ha lavorato per decenni sul pregiudizio. “Può darsi che in seguito, nella vita, l’individuo voglia liberarsi del suo pregiudizio, ma è di gran lunga più facile modificare le convinzioni intellettuali che non i sentimenti profondi. Molti americani degli stati del Sud mi hanno confessato, ad esempio, che sebbene nella loro mente non sentano più il pregiudizio contro i neri, provano ancora un senso di fastidio quando stringono loro la mano. Questi sentimenti sono il residuo di quanto venne loro insegnato in famiglia da bambini.”»[2]

 

 

 

[1] D. Goleman, L’intelligenza emotiva, Rizzoli, Milano, 1996, pp.189-190.

[2] D. Goleman, ivi, p. 190.

Psicologo, psicoterapeuta, direttore scientifico del Centro Studi Hansel & Gretel

Claudio Foti

Psicologo, psicoterapeuta, direttore scientifico del Centro Studi Hansel & Gretel

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