OTTO ANNI: TROPPO POCHI PER SUICIDARSI

E’ una notizia subito scomparsa dall’attenzione dei media.  Un bambino pachistano di 8 anni si è tolto la vita dopo il rimprovero del padre. La discussione all’ora di pranzo. Lui dice che non vuole tornare a scuola per le lezioni pomeridiane. E il padre – sembra – lo sgrida: «Guarda che a scuola ci devi andare». Non emerge niente di eclatante che possa spiegare il suicidio.  Ma per determinare la scelta di suicidarsi, dobbiamo pensare a vissuti di tristezza, disperazione, di rabbia, di solitudine e senso di incomprensione, vissuti che in questo bambino devono essere derivati da qualcosa.

Avrebbe preso una sciarpa e se la sarebbe arrotolata attorno al collo. Poi in qualche modo sarebbe riuscito a salire sull’armadio salvo poi lanciarsi di sotto. Il bimbo è stato trasferito d’urgenza all’ospedale Civile di Brescia dove è stato ricoverato in prognosi riservata. E’ morto nella notte.

Restano gli interrogativi. Qualcuno si aggrappa al dubbio che si possa essere trattato di una bravata finita in tragedia.  Il paese di Travagliato dove è avvenuta la tragedia esprime solidarietà ai genitori, scagionati da ogni responsabilità rispetto all’accaduto.  Molti utenti social hanno espresso solidarietà verso la famiglia “Ma insomma cosa deve fare un genitore? Se lo sgridi succede questo, se non lo sgridi sei troppo permissivo!”

Ma se c’è stato un suicidio le sue cause non sono nate in un pomeriggio, devono essere assai più profonde.

Il suicidio di un bambino rappresenta il fallimento più grave di una comunità adulta, il cui compito evolutivo più rilevante è quello di garantire un futuro ai propri cuccioli, indirizzandoli verso la vita e non già verso la morte.  Il suicidio di un bambino è una notizia troppo angosciante per non essere oggetto di evitamento e di rimozione.  Le reazioni in rete fanno pensare ad una grossa fretta di liquidare le domande, di non indagare sull’esistenza quotidiana di questo bambino, di non approfondire la sua vicenda!

Leggiamo su sussidiario.net:  «Il bambino a scuola andava, e andava bene. Il preside è costernato e non sa indicare neppure l’ombra di un possibile motivo. Eppure chi ha confidenza con i banchi di scuola e ha un po’ di passione per l’ascolto del pensiero del bambino, non solo per trasmettere a lui qualcosa ma anche per ricevere qualcosa da lui, la frase “allora mia madre/mio padre mi uccide”, pronunciata dopo un brutto voto, una nota, una sospensione, una pagella deludente potrebbe averla sentita. Magari sorridendo subito dopo, pensando a un’iperbole infantile.

Mentre questo pensiero ci informa che nella mente del bambino, tutta intenta a dare un senso al proprio mondo di relazioni, la disapprovazione, o il non sentirsi ascoltato, o l’essere soverchiato nel rapporto con l’adulto, configurano atti, situazioni e esperienze mortificanti. Ci informa anche che nella mente di un bambino i grandi sono oggetto di un’importante distorsione: sono idealizzati, diventano giganteschi e con loro il peso delle loro lodi e dei loro rimproveri».

 

 

 

 

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