IL SADISMO DELLE INTERVISTE GIUDIZIARIE ALLE DONNE VITTIME DI VIOLENZA SESSUALE

Sono state ascoltate dal Giudice le due ragazze statunitensi che a settembre hanno accusato due carabinieri di Firenze di aver abusato di loro dopo una serata in discoteca.

Le ragazze hanno raccontato che i due militari, in divisa, si sono offerti di riportarle a casa e che loro, sotto gli effetti dell’alcol, hanno accettato il passaggio. I carabinieri – sostengono le ragazze –  hanno approfittato dello stato di non lucidità delle ragazze per avere rapporti sessuali con loro.

I due carabinieri hanno ammesso soltanto di aver avuto con loro un rapporto orale e che nessuna delle due si è opposta. Le domande che sono state rivolte alle ragazze, costantemente mediate dall’intervento del Giudice, sono state riportate da numerosi giornali e hanno fatto accapponare la pelle a molti lettori e lettrici. Nonostante la legge preveda che non siano ammissibili domande che ledano il rispetto e la dignità della persona l’interrogatorio è stato caratterizzato da un atteggiamento che col rispetto non ha nulla a che vedere, come mostrano questi stralci di intervista:

 

Avvocato: «Non ha lottato fisicamente? Volevo sapere se Camuffo ha esercitato violenza…». (A questo punto il legale scende nei particolari della presunta violenza sessuale, ndr).
Giudice: «Che brutta domanda avvocato. Sono domande che si possono e si devono evitare nei limiti del possibile, perché c’è un accanimento che non è terapeutico in questo caso… Non bisogna mai andare oltre certi limiti. È l’inutilità a mettere in difficoltà le persone, non si può ledere il diritto delle persone».
Avvocato: «Lei trova affascinanti, sexy gli uomini che indossano una divisa?».

Giudice: «Inammissibile, le abitudini personali, gli orientamenti sessuali non possono essere oggetto di deposizione».
Avvocato: «Lei indossava solo i pantaloni quella sera? Aveva la biancheria intima?». Domanda non ammessa.
Avvocato Giorgio Carta (difensore del carabiniere Pietro Costa): «In casa avevate bevande alcoliche? Lei ha bevuto dopo che i carabinieri sono andati via?». (L’avvocato cita nuovamente in modo esplicito la presunta violenza sessuale, ndr).
Giudice: «Non l’ammetto, non torno indietro di 50 anni».
Avvocato: «Alla sua amica hanno sequestrato tutti i vestiti compresi slip e salvaslip, voglio capire se lei ha nascosto qualche indumento alla polizia». Domanda non ammessa.
Giudice: «Si fanno insinuazioni antipatiche, perché si dovrebbe nascondere alla polizia degli indumenti?».
Avvocato: «Penso che qualcuno abbia finto un reato, io non voglio sapere come lei circola, con o meno gli indumenti, voglio sapere se ha dato tutto alla polizia».
Giudice: «Ricorda il momento in cui le hanno sequestrato gli indumenti?».
Ragazza: «No».
Avvocato: «Io non ci credo che non lo ricorda».
Giudice: «Non possiamo fare la macchina della verità».
Avvocato: «La ragazza si è sottoposta a una visita ginecologica sulle malattie virali. Possiamo sapere l’esito di questa visita?».
Giudice: «Sta scherzando avvocato? Questo attiene alla sfera intima non è ammesso questo genere di domande. Ripeto: non torno indietro di 50 anni, non lo consento a nessuno».
Avvocato: «Si può sapere se ha una cura in corso?».
Giudice: «No».
Avvocato: «È la prima volta che è stata violentata in vita sua?». Domanda non ammessa.
Avvocato: «Quando era in discoteca ha dato una o due carezze ad un carabiniere?». Domanda non ammessa.
Più avanti, rispondendo a un altra domanda, la ragazza racconta: «Non mi ricordo tutto, ero ubriaca, però mi ricordo che ci siamo baciati e che lui mi ha tirato giù la maglietta. Mi ricordo che ha cercato di toccarmi nelle parti intime, che ha tirato fuori il pene e io ero assolutamente in choc. Ero così sconcertata, però, ero talmente ubriaca, mi sentivo indifesa non avevo la forza di dire o fare qualcosa. Mi ricordo che gli dissi di no, non volevo avere un rapporto con lui. Dopo non ricordo più niente. So che abbiamo avuto un rapporto».
Giudice: «Allora come fa a dire che ha avuto un rapporto? Glielo chiedo con rispetto ma questo aspetto deve essere chiarito».
Ragazza: «Perché sentivo fastidio alle parti intime».
Avvocato: «Ha un fidanzato?».
Giudice: «Cosa ci interessa avvocato?».
Avvocato: «Voglio sapere se ha un fidanzato, se è un poliziotto ecc…».
Avvocato: «È stata arrestata dalla polizia negli Stati Uniti? Ha precedenti penali?».
Giudice: «Domanda non ammessa. Non si può screditare un teste sul piano della reputazione, lo si può fare sul contenuto delle dichiarazioni. Se un teste non è una persona sincera lo dobbiamo rilevare dal contenuto delle dichiarazioni».
Avvocato: «Ha mai detto al carabiniere che non avrebbe voluto fare sesso con lui?». Domanda non ammessa e riformulata.
Ragazza: «Dopo che lui ha tirato giù il top volevo che smettesse».

Avvocato: «Il carabiniere ha insistito per avere contatti con lei? Ha insistito silenziosamente, con gesti e parole, perché uno insiste a un no…».
Giudice: «Ha manifestato questo non gradimento con comportamenti espliciti?».
Ragazza: «No, non avevo forza nel mio corpo».
Giudice: «E con questa risposta non accetto più domande così invadenti».
Avvocato: «Perché dobbiamo privarci di scoprire la verità, la ragazza muore dalla voglia di dire la verità, sentiamola se è salita a piedi…».
Giudice: «Che ironia fuori luogo, ora sta andando oltre il consentito. C’è una persona che secondo l’accusa ha subito una violazione così sgradevole e lei fa dell’ironia? Io credo che non sia la sede».
Avvocato: «Cosa diceva esattamente la sua amica quando urlava? Erano urla di parole o semplicemente urla di dolore?».
Giudice: «No, fermiamoci qui, il sadismo non è consentito».

 

La linea difensiva molto colpevolizzante verso le due ragazze è coerente: nessuna delle due ha dovuto opporsi alle azioni violente degli agenti, perché “ci stavano” e nessuno avrebbe usato violenza contro di loro. Nessuna delle due avrebbe manifestato la propria opposizione alla consumazione dei rapporti sessuali. Inoltre i numerosi commenti degli avvocati circa i gusti sessuali, i dettagli dei rapporti e gli indumenti intimi delle ragazze sono palesemente attacchi alla dignità della persona.

La logica è quella per cui, se non c’è stata violenza esplicita,  l’abuso non è esistito. Nessuna violenza fisica evidente, dunque nessun reato.. Non importa se lo stato alterato di coscienza indotto dall’alcol non ha consentito alle ragazze di avere lucidità su quanto stava capitando. Questo è la sentenza che secondo gli avvocati dei Carabinieri andrebbe emesso. Questo è l’atteggiamento che da secoli nega o sminuisce la violenza contro le vittime di abusi sessuali. La cultura negazionista che circola ancora fortemente nel nostro paese ricorre all’umiliazione e al luogo comune maschilista che in fondo alle vittime la violenza piace.  La cultura negazionista continua ad opporsi alle  istanze di ascolto e di giustizia delle vittime, al loro desiderio di far valere la loro voce, di urlare la loro verità.

 

Psicologa laureata in psicologia criminologica e forense

Martina Davanzo

Psicologa laureata in psicologia criminologica e forense

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