IL MONDO INIZIA AD APRIRE GLI OCCHI SUGLI ABUSI SESSUALI. IN ITALIA SI CONTINUA A TENERLI CHIUSI.

 

Di Martina Davanzo e Claudio Foti


Jacinda Ardern, premier della Nuova Zelanda, ha chiesto un confronto con la storia. Con la storia degli abusi sessuali sui bambini compiuti dal 1950 al 1999 nell’intero paese.  Proprio come l’Australia, anche lo stato di Wellington ha deciso di varare una commissione d’inchiesta sugli abusi sessuali e sulle responsabilità delle istituzioni dove questi abusi si sono consumati. Non si tratta di una commissione d’inchiesta all’italiana. Che i neozelandesi vogliano fare sul serio è dimostrato dal fatto che la commissione lavorerà per tutto il mandato del governo appena varato e che per i suoi  lavori è stato stanziato un finanziamento di pound neozelandesi equivalenti a sette milioni di euro.  E’ la più importante commissione della storia del paese. L’idea straordinariamente originale e significativa è quella di assumere una responsabilità politica per ciò che è successo. «Ogni abuso commesso su un bambino è una tragedia», ha affermato il primo ministro della Nuova Zelanda, «ma che un abuso sia stato commesso sui più vulnerabili mentre erano assistiti dallo Stato, è intollerabile. Questo è un modo di confrontarci con la storia, per non commettere lo stesso errore, un passo importante per imparare dalle esperienze di chi è stato violato». Da qui l’esigenza di capire cosa è successo nei centri di detenzione, negli ospedali psichiatrici, negli orfanotrofi e in tutte le altre istituzioni statali nelle quali cittadini neozelandesi minorenni hanno subito violenze di ogni genere. Verranno presi in considerazione anche i casi di bambini che hanno subito abusi in istituzioni religiose o scolastiche nelle quali  lo Stato li aveva inseriti. Occorre tener presente che circa 5  mila bambini ogni anno finiscono nei circuiti dell’assistenza statale neozelandese.

Sicuramente la Nuova Zelanda è stata sollecitata a muoversi in questa direzione dall’esperienza della commissione sulle violenze sessuali all’infanzia che ha lavorato per oltre 5 anni nella vicina Australia e che ha concluso i suoi lavori,  facendo dire al premier australiano che l’abuso sessuale sui bambini è stato una “tragedia nazionale”. La commissione australiana  ha prodotto ben 17 volumi di dati e di conclusioni, ha fatto emergere un numero inimmaginabile di vittime (60 mila sopravvissuti con diritto al risarcimento), ha ascoltato oltre 8.000 testimoni (di cui il 62% ha raccontato di violazioni subite in istituzioni religiose cattoliche), ha fatto emergere che il 7 per cento dei religiosi cattolici australiani è stato accusato di abusi sessuali su bambini tra il 1950 e il 2010 senza che nessuno sia finito sotto indagine. I bambini che hanno denunciato le aggressioni non sono stati ascoltati o creduti e spesso sono stati puniti. In alcune diocesi la percentuale ha raggiunto il 15 per cento dei sacerdoti sospettati di pedofilia.
Anche nel caso dell’Australia la nuova attenzione agli abusi è stata orientata in una prospettiva politica.  La commissione ha dato al governo un anno di tempo per consegnare un programma per dare risposta al fenomeno emerso, attuando un insieme di misure di prevenzione e di contrasto dall’abuso.

 

E l’Italia a che punto è?

 

Il negazionismo dell’abuso sessuale sui bambini continua ad influenzare le istituzioni sociali e giudiziarie.  E la mancanza di comprensione e di identificazione con le vittime spesso risulta ancora forte. Qualche giorno fa si è svolto il processo per le due ragazze americane che a settembre hanno denunciato gli abusi subiti da parte di due carabinieri in divisa. Nonostante la legge “non consenta che le testimoni vengano offese, non sono consentite domande che attengono alla sfera personale, che offendono e che ledono il rispetto della persona” le ragazze sono state interrogate per 12 ore. Gli avvocati dei due militari avevano preparato, per ognuna di loro 250 domande apparentemente con l’intento di raccogliere la loro testimonianza, in realtà con la finalità di far crollare le vittime testimoni dell’accusa.

Mentre i paesi anglosassoni muovono associazioni, inchieste e iniziative di ricerca sulle tematiche della violenza e dell’abuso, grandi resistenze si oppongono a far diventare l’abuso sessuale sui minori una questione politica. La politica Italiana  è ben lontana dal compiere la scelta dell’Australia e della Nuova Zelanda di porre nell’agenda politica un’iniziativa di raccolta d’informazioni sul fenomeno finalizzata a preparare un efficace  intervento dello Stato di prevenzione e contrasto della violenza sessuale ai danni dei bambini.   In Italia i partiti sono totalmente disinteressati al tema della risposta agli abusi sessuali sui minori.   Si prepara inoltre a vincere le elezioni una parte politica con un leader impegnato in “cene eleganti”, dove si realizzavano fatti di prostituzione che coinvolgevano anche minorenni c’è da sperare che la Lega non vada al governo proponendo magari al ministero della Giustizia, l’avvocato Bongiorno che vuole introdurre un reato penale ispirato alla Sindrome di Alienazione Parentale.  Già questa sindrome in moltissime situazioni viene utilizzata per patologizzare i bambini, che rivelano abusi, per negare loro la disponibilità  dell’ascolto, per stigmatizzare le madri che prendono sul serio le rivelazioni dei figli. Altro che commissione d’inchiesta sugli abusi! La prospettiva potrebbe essere quella di un salto di qualità nella criminalizzazione delle madri che vogliono difendere i figli dalla violenza. Auguri per il 4 marzo!

 

Martina Davanzo

Psicologa laureata in psicologia criminologica e forense

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