EPPURE ANCHE I BAMBINI SONO PERSONE … IL DIRITTO ALLA VITA E ALL’INTEGRITÀ FISICA

Iniziamo con oggi tutti i lunedì a pubblicare interventi di Cleopatra D’Ambrosio sul maltrattamento fisico psicologico e sessuale ai danni dei bambini  e sui diritti delle persone in età minore. Cleopatra D’Ambrosio  è una delle più attente studiose nel nostro paese delle diverse  forme di violenza all’infanzia.  E’ autrice di diverse pubblicazioni fra cui “La ricerca delle radici. Identità, migrazioni, adozioni, orientamenti sessuali e percorsi terapeutici” 2017, “L’abuso infantile” 2013, “L’abuso infantile. Tutela del minore in ambito terapeutico, giuridico e sociale” 2010, “Sono solo fantasie? l’abuso sessuale e le inascoltate verità dei bambini” 2000.


 Di Cleopatra D’Ambrosio

La nostra costituzione sancisce i DIRITTI dell’essere umano: sono un complesso di norme giuridiche strettamente collegate al concetto di persona.

I diritti della persona sono:

  • assoluti, cioè diritti protetti nei confronti di tutti.
  • indisponibili: cioè diritti che il loro titolare non può alienare, ai quali non può rinunciare;
  • imprescrittibili: cioè diritti che non si prescrivono, che non si estinguono per il loro non uso prolungato nel tempo
  • diritti indefettibili, cioè non possono mancare.

 

Il primo diritto è quello alla vita e alla integrità fisica e più in generale alla salute dell’individuo. E’  tutelato da una serie di norme alcune delle quali puniscono anche penalmente chiunque causi la morte di una persona o gli provochi delle lesioni personali.

 

Probabilmente i bambini, in molti casi, non sono considerati persona e non godono di questi diritti, non perché non esistano leggi specifiche, ma perché la nostra cultura è gravida di una storia di diritti sui minori e non di diritti dei minori.

All’inizio dell’età moderna, in Italia, la struttura familiare poggiava su un’organizzazione gerarchica indiscussa e il rapporto tra genitori e figli era sostanzialmente violento e affettivamente distaccato.

Il padre doveva garantire la protezione dei figli, fungere da guida spirituale e, dopo il matrimonio dei figli, la relazione doveva fondarsi sul rispetto e sull’affetto. La misurata correzione dei figli disubbidienti era parte interrante delle modalità educative e quindi uno strumento per ristabilire l’ordine sociale.

I bambini non potevano sperare nella minima carezza da parte del padre o della madre: il timore era il principio sul quale si basava l’educazione dei figli ( Badinter 1980, p149).

I bambini come i servi e le mogli, venivano punti sia da piccoli che da grandi. La violenza all’interno della casa era generale ed indiscussa.

Il principio d’autorità non poteva essere posto in discussione: i genitori erano tenuti ad educare secondo una giusta e ferrea disciplina (Hancke 1999, p.224)

Le opere pedagogiche hanno espresso a lungo, e con determinazione, il concetto che il primo caposaldo dell’educazione consiste in una rigorosa obbedienza verso i genitori e verso coloro che sono preposti all’educazione stessa.

Educare i bambini ha significato per molto tempo piegarne la volontà ribelle e ridurla a una tale soggezione nei confronti delle decisioni degli adulti.

Era ritenuto necessario che il bambino, selvaggio e indemoniato, venisse trattato con intransigenza. Le punizioni corporali erano comuni e viste come parte integrante di un’educazione che doveva essere decisa e vigorosa.

“L’atto correttivo era sempre accompagnato da aggressioni fisiche con le mani, con i piedi, con strumenti d’ogni tipo: la bacchetta, la cintura, il mestolo, il gatto a nove code, la verga, la bacchetta di legno o di ferro, il bacio di bastoni, la disciplina (una frusta fatta di tante catenelle); e c’erano strumenti speciali per la scuola, come un aggeggio che terminava a forma di pera, con un foro rotondo per far venire le vesciche (de Mause 1983, p. 56)

La storia ci consegna una lunghissima tradizione di abusi e de Mause ci ricorda che (1983 p. 9) “più si va indietro nella storia, più basso appare il grado di attenzione per il bambino, e più frequentemente tocca a costui la sorte di venire assassinato, abbandonato, picchiato, terrorizzato e di subire violenze sessuali.”

Dobbiamo aspettare la fine del secolo scorso per iniziare a parlare di bambini maltrattati.

“Nel 1860  Ambroise Tardieu descrisse per la prima volta la sindrome del bambino maltrattato. Egli analizzò 32 casi di bambini maltrattati fino alla morte…

Nel 1946 John Caffey riportò le sue osservazioni riguardo le inspiegabili associazioni dell’ematoma subdurale e segni di lesioni che emergevano nei rapporti radiografici delle ossa lunghe, a dimostrazione delle molteplici contusioni cui i bambini erano andati incontro in tenerissima età.” (Paoli 1998, p.131)

E’ solo nel 1962 che “Kempe definì la sindrome del bambino picchiato, che si deve sospettare ogni qual volta ci si trova di fronte ad un bambino che presenti fratture ed ematomi o che sia soggetto a morte improvvisa” (Di Cagno 2000, p.117)

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