SINDROME DI MUNCHAUSEN PER PROCURA: QUANDO È LA MADRE A FARE DEL MALE

Condividiamo un articolo dal sito del Centro Studi Hansel e Gretel in cui Viola Salis affronta il tema della sindrome di Munchausen per procura, analizzando il rapporto madre-bambino, la genesi e lo sviluppo della patologia

Di Viola Salis


 Torino, estate 2014: una madre viene arrestata con l’accusa di tentato omicidio verso il figlio di 4 anni. La donna, infermiera professionale di 42 anni, avrebbe ripetutamente iniettato insulina nel figlio, in dosi non mortali, per far in modo che si manifestassero nel bambino tutta una serie di sintomi fisici, per altro facilmente confondibili con diverse malattie. Ad inchiodarla, le videocamere nascoste nella stanza dove il piccolo era ricoverato, le quali hanno mostrato la madre intenta ad inserire dosi di insulina nelle flebo del minore.

Il caso sopra riportato è un chiaro esempio di quella che viene chiamata “Sindrome di Munchausen per procura”, chiamata anche Sindrome di Polle (Polle era il figlio del barone Munchausen, morto prematuramente e in circostanze misteriose). Si tratta di una patologia caratterizzata dalla presenza di un disturbo mentale inuno dei due genitori, solitamente la madre, la quale crea o simula,  nel proprio figlio, numerosi sintomi, con l’obiettivo di ottenere attenzione e assistenza da parte del personale medico.

Il nome di tale patologia deriva da un personaggio realmente esistito nel XVIII secolo in Germania, Karl Friederick von Munchausen, un nobile mercenario che amava intrattenere ospiti e amici raccontando storie fantasiose e viaggi incredibili. Il primo ad utilizzare questo termine fu Asher, nel 1951, per descrivere quei pazienti che erano soliti inventare disturbi e sintomi clinici e che si affidavano costantemente e ripetutamente a cure mediche. Ma fu Meadow, nel 1977, a coniare per primo l’espressione “Sindrome di Munchausen per procura”, intendendo con ciò le madri affette da una grave patologia psichica, che trasmettono al proprio figlio la loro preoccupazione circa le malattie fisiche, sottoponendolo a continue visite mediche e cure inutili, tali da provocare anche importanti danni fisici e psichici.

Il DSM 5la definisce come un “Disturbo fittizio provocato ad altri”, nella categoria “Disturbo da sintomi somatici e disturbi correlati”, i cui criteri diagnostici sono caratterizzati dalla

falsificazione di segni o sintomi fisici o psicologici, o induzione di un infortunio o di una malattia in un altro individuo, associato a un inganno accertato. La vittima viene presentata dall’individuo come malata, menomata o ferita. Il comportamento ingannevole è palese anche in assenza di evidenti vantaggi e non è meglio spiegato da un altro disturbo mentale, come il disturbo delirante o un altro disturbo psicotico.

Il DSM 5 afferma, inoltre, che la presenza del disturbo è di circa l’1% in ambito ospedaliero e che l’esordio avviene nella prima età adulta, solitamente dopo il ricovero di un figlio, e come esempi descrive lo sviluppo di falsi sintomi neurologici, l’alterazione dei  test di laboratorio, la falsificazione di cartelle cliniche e l’assunzione di sostanze utili a simulare una malattia (come insulina e warfarin), con un netto miglioramento del quadro clinico nel momento in cui il bambino viene allontanato dal genitore abusante. (APA, 2014)

La vittima è solitamente un minore, mentre il responsabile (nel 90% dei casi) sembrerebbe essere la madre. (State of mind, 2014). Quest’ultima presenta delle caratteristiche ben definite, come un buon livello di istruzione, e discrete conoscenze in campo medico. Davanti al personale sanitario si mostra sempre molto attenta e collaborativa.

E proprio per questo motivo, formulare una diagnosi di questo tipo diventa più complesso, in quanto la donna si mostra sempre molto affettuosa e premurosa nei riguardi dei figli, e dunque insospettabile.

Allo stesso tempo, le madri affette da Sindrome di Munchanusen rivelano anche alcuni aspetti patologici, come: paranoia, convinzioni maniacali circa gli ipotetici problemi di salute dei loro bambini, e una personalità sociopatica. Inoltre, non è insolito che queste donne siano state, a loro volta, vittime di abusi durante l’infanzia, da parte dei genitori.

Va rilevato che in alcuni casi la diagnosi di sindrome di Munchausen per procura è stata usata scorrettamente per stigmatizzare donne che hanno creduto alle rivelazioni di abusi da parte dei loro figli, in contesti di forte pregiudizio sociale ai danni di queste madri e di massiccio rifiuto a prendere in considerazione l’ipotesi di abuso ai danni del bambino.  In questi casi la diagnosi distorcente di Sindrome di Munchausen per procura, nei confronti di una madre che denuncia un abuso ai danni del figlio, serve a liquidare la sua testimonianza e a garantire uno pseudo fondamento diagnostico, con l’obiettivo di non approfondire l’ascolto del bambino. Patologizzare la madre in certe vicende serve a sostenere in modo aprioristico che il bambino non merita di essere preso in considerazione in quanto alienato da una figura materna psicologicamente inaffidabile.

In queste situazioni la madre è priva di tratti psicopatologici, il bambino spesso continua ad evidenziare sintomi e ad effettuare comunicazioni riguardanti l’abuso che però non vengono ascoltate dagli operatori e l’eventuale allontanamento del minore non porta assolutamente ad un miglioramento della sua condizione sintomatica, come invece avviene quando la diagnosi di sindrome di Munchausen per procura è fondata.

Tornando dunque all’uso corretto di questa diagnosi, alcuni autori (Rosenberg,1987; Welldon e van Velson, 1997; Harman, 2004) ritengono che le cause che conducono all’insorgenza di tale disturbo siano da ricercare nella mancanza di potere attribuita al ruolo femminile, che può contribuire al disagio psicologico delle donne, oppure in una mancanza di empatia o a causa di problematiche riguardanti l’attaccamento al figlio. Ancora, sembra  che tale sindrome possa svilupparsi per compensare ferite narcisistiche o come tentativo di riparare alcune esperienze traumatiche risalenti all’infanzia, come trascuratezza emotiva e diverse forme di abuso; e il bisogno di controbilanciare una bassa autostima e un sé fallimentare.

Il ruolo dei padri, invece, in questo tipo di vicende, appare spesso ambiguo. Nello specifico, questi appaiono assenti, all’oscuro dalle questioni riguardanti le problematiche familiari, o restano lontani da casa per diverso tempo. Questo permette alla madre di agire indisturbata nel produrre una sintomatologia più o meno grave nei suoi figli.

La Sindrome di Munchausen per procura può essere considerata a tutti gli effetti una vera e propria forma di maltrattamento, in quanto sembrerebbe nascere dal bisogno di utilizzare l’altro per compiacere i propri bisogni emozionali.

Nel momento in cui si sospetta la presenza di questa patologia, la prima cosa che viene valutata è la condizione fisica e psicologica del bambino. Successivamente viene analizzato il comportamento della madre, ma formulare una diagnosi risulta difficile, in primo luogo perché, a volte, le condizioni del minore smentiscono i sintomi che erano stati riferiti, e in altri casi perché il maltrattamento è talmente evidente che la salute del bambino appare gravemente compromessa, ad esempio come nel caso in cui vengono somministrati medicinali o effettuati interventi chirurgici non necessari.

Nonostante si tratti di una patologia ampiamente riconosciuta dalla comunità scientifica, in alcuni paesi, come l’Italia, rappresenta un fenomeno ancora troppo sottostimato e infatti in molti casi possono trascorrere anni prima di riconoscere la presenza del disturbo, con inevitabili conseguenze sulla salute del bambino.

Nel nostro paese la percentuale è di 2,2 casi su 100.000, e quindi sono circa 1.500 le persone che soffrono di questa patologia e che creano volutamente una o più patologie nei bambini.

Le persone affette da sindrome di Münchausen per procura vengono di rado trattate con successo, e le terapie utilizzate implicano raramente l’utilizzo di psicofarmaci e necessitano di  anni di psicoterapia.

L’approccio ottimale, per limitare i rischi a lungo termine, sembra comunque essere l’applicazione di un programma terapeutico integrato, che preveda l’intervento sia di figure come psicologi e psichiatri, ma anche di pediatri e altre figure professionali che si occupino della tutela dei minori coinvolti. Occorre, dunque, una maggiore informazione su questa sindrome, fondamentale per riconoscere i casi sospetti ed evitare eventuali decessi dei minori, causati da questa grave forma di abuso.

BIBLIOGRAFIA

APA (2014), Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, Quinta edizione, DSM-5. Raffaello Cortina Editore, p. 375.

Salerno Alessandra, Giuliano Sebastiana (a cura di), La violenza indicibile, L’aggressività femminile nelle relazioni interpersonali, Milano, Franco Angeli, 2012, p. 184.

Costi, S., De Simoni, I., Righi, G. (2014). Quando l’amore fa male: sindrome di Munchausen per procura, State of Mind.

 

 

 

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