IL MITO DELL’OBBEDIENZA E LE PUNIZIONI FISICHE DEI BAMBINI

Di Cleopatra D’Ambrosio


Il mito dell’obbedienza è il caposaldo dell’educazione autoritaria e adulto-centrica. In questo modello la relazione è molto semplice: l’adulto impone e il piccolo obbedisce.

Il termine ubbidire rimanda a potere, comando, sottomissione. Avere attitudine ad eseguire gli ordini ricevuti. Sottomettersi ad un comando o ad una persona. Dare ascolto, dare retta, accondiscendere alla volontà di qualcuno.

L’idea ancor oggi diffusa è che, quando un bambino sbaglia, reagisce male, risponde maleducatamente, sia normale che l’educatore lo sgridi o lo punisca. E’molto frequente trovare dei genitori che non tollerano che il figlio abbia una posizione diversa dalla loro e che non li ascolti.

Il dramma di molti genitori è la mattina quando bisogna prepararsi per andare a scuola o la sera per andare a letto. Ciò che frequentemente capita è la situazione seguente.

E’ sera ed il papà dice al figlio: “adesso spegni la tele e vai a prepararti per la notte, lavi i denti e ti metti il pigiamino”. Il bambino tergiversa, prende tempo, “non ascolta”. Il genitore ripeterà il comando con tono più sostenuto ottenendo un “aspetta un attimo lo faccio dopo”.

Allora scatta la voce alta o l’urlo: “Quante volte te lo devo dire??!!”

Passerà poi alla minaccia: “se adesso non chiudi subito la televisione…..;

La tensione aumenta, cresce lo stress e cresce la gravità dell’intervento perché ormai si è inoltrato in un escalation emotivo. La situazione diventa tesa e il genitore, nel tentativo di farsi ubbidire, cercherà di sottomettere il figlio imponendosi, comandando, minacciando, urlando, punendo e persino picchiando.

In tal modo tutti i conflitti vengono risolti con il potere e l’aggressività. La regola è: ti metto sotto, ti faccio vedere chi comanda.

E’ un metodo molto semplice: il più forte ha la meglio.

In tutti questi casi il genitore, per legittimare le sue strategie di auto-rassicurazione e di auto difesa, ricorre a teorizzazioni adulto-centriche come ad esempio che una sculacciata non fa male, anzi; che bisogna imporsi altrimenti.., che a mali estremi…, che le botte ci vogliono;…che il figlio le cerca “le stai proprio chiamando”, che ha bisogno d’essere contenuto. ecc.

 

In realtà le ricerche dimostrano che:

 

  1. L’adulto arriva a picchiare quando è teso e nervoso.
  2. L’atto aggressivo dell’adulto è indipendente da ciò che fa il bambino.
  3. L’adulto si sente impotente e nel tentativo di rassicurarsi cerca di dimostrare d’essere il “più grande e il più forte”.
  4. La pretesa che le punizioni possano essere educative è una grossa menzogna: servono solo ai genitori per sbarazzarsi della loro collera.
  5. I genitori picchiano solo se da piccoli hanno subito un’educazione rigida e non l’hanno rielaborata. Queste persone continueranno a pensare che i loro genitori hanno fatto bene e che era lui/lei ad essere un monello. Egli accetta la modalità violenta come metodo educativo per non porre attenzione al dolore, al risentimento, alla collera ed ai danni che questa esperienza comporta. Ci sono adulti che mi dicono: “se mio padre non me le avesse date sarei diventato un delinquente”, oppure “in fondo l’hanno usato anche con me e sono cresciuta bene!” E’ evidente che questi adulti non si ascoltano.
  6. La punizione crea un falso senso di successo disciplinare poiché interrompe momentaneamente il comportamento indesiderato: in realtà incrementa atteggiamenti scorretti e può innescare delle vere e proprie escalation di aggressività. Crea un circolo vizioso: punizione, deterioramento della relazione, frustrazione e ulteriore punizione.

E’ significativo che la maggioranza dei testi specialistici non contengono informazioni sui danni causati dalle punizioni.

I mass media veicolano il messaggio che solo i genitori violenti, irosi e malati puniscono i bambini, occultando il dato di realtà che più del 90% dei genitori usa tali metodi.

La cultura sancisce ciò che deve rientrare nel concetto di normalità e per noi è normale che, quando un adulto è arrabbiato e la tensione aumenta, si possa scaricare l’ira con un urlo o, eventualmente, con uno sculaccione.

La punizione è contraria al diritto del bambino di essere protetto e non vessato da azioni crudeli o che offendano la sua dignità. Quando viene picchiato il bambino subisce una lesione profonda dei suoi diritti fondamentali: il diritto all’integrità, alla titolarità dei suoi sentimenti, delle sue emozioni, dei suoi bisogni.

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