DENUNCIARE LE MOLESTIE ANCHE SE NON ABBIAMO LA DIVISA …

Negli ultimi giorni, in due diverse città, si sono verificati due episodi di molestie sessuali in ambienti pubblici: a legare questi due episodi è il ruolo professionale delle donne vittime delle molestie.

Il primo episodio si è verificato in un locale di Milano dove un ragazzo di 21 anni, dopo numerosi tentativi di approccio con alcune ragazze del locale, ha palpeggiato insistentemente nelle parti intime una ragazza di 23 anni senza rendersi conto che la vittima da lui prescelta era una giovane donna carabiniere. La ragazza, dopo essersi qualificata e aver intimato al ragazzo di smettere, si è vista costretta a procedere allo stato di fermo di fronte alla mancata volontà del molestatore di allontanarsi.

Un episodio molto simile si è verificato a Roma qualche giorno prima dove, a bordo di un autobus di linea, una ragazza è stata avvicinata e palpeggiata insistentemente nelle parti intime da un ragazzo 39enne: anche in questo caso il qualificarsi della giovane donna, assistente capo della Polizia di Stato, non è bastato a far desistere il molestatore dai suoi comportamenti e l’uomo è stato immobilizzato dalla donna e condotto in centrale dai suoi colleghi.

Solo alla vista di questa scena una seconda donna, di origini polacche, si è avvicinata alla poliziotta e ha trovato il coraggio di denunciare di aver subito lo stesso genere di molestie da quell’uomo poco prima che l’attenzione del molestatore si spostasse sulla poliziotta.

La domanda che sorge spontanea e che fa riflettere sulla condizione odierna delle donne vittime di molestia è: se non ci fosse stata l’agente a fermare le molestie di quell’uomo, qualcuna avrebbe trovato il coraggio di denunciarlo come poi è riuscita a fare la signora polacca?

Ogni giorno negli ambienti di lavoro, sui mezzi pubblici, nei locali decine di donne vengono avvicinate da uomini che, insistentemente, tentano di ricevere da loro un contatto, un bacio, una “palpatina” nelle parti intime. La reazione più comune delle donne  a questo genere di “attenzioni” è la paura che una denuncia aperta ed immediata di quel gesto possa andare incontro ad un atteggiamento da parte degli astanti  di incredulità o di riprovazione per la donna che protesta o ad una risposta di aggressione da parte del molestatore. Così le vittime finiscono spesso per ricorrere ad un intimorito e silenzioso tentativo di sottrarsi a quelle mani indesiderate. Ma è proprio necessario avere la forza della divisa per avere il coraggio di fermare quella che viene considerata una molestia sessuale vera e propria? È un diritto delle donne essere rispettate non solo come persone ma anche nella loro integrità fisica e nessuno dà il diritto agli uomini in cerca di qualche attenzione “affettuosa” di appropriarsi del loro corpo senza alcun permesso.

Ogni donna dovrebbe avere il coraggio di denunciare a gran voce questo tipo di comportamenti e non cedere sotto il peso della vergogna: coloro che dovrebbero vergognarsi sono quegli uomini che mettono in atto questi comportamenti, oltretutto in luoghi pubblici, come se la molestia fosse per loro motivo di orgoglio e di fierezza “maschile”.

 

Psicologa laureata in psicologia criminologica e forense

Martina Davanzo

Psicologa laureata in psicologia criminologica e forense

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