QUANDO L’ABUSO TROVA ORECCHIE TAPPATE: L’INCUBO DI DIEGO

Ci sono storie che meritano di essere raccontate: storie che possono servire da esempio per il futuro, storie che racchiudono in sé tutti gli errori che la società possa commettere con le vittime di reati sessuali. Una di queste è la storia di Diego, oggi quarantenne, che nonostante l’atroce sofferenza che ancora oggi pervade la sua vita non cessa di parlare e raccontare la verità.

L’incubo di Diego inizia quando ha 13 anni e ha come protagonista un prete, don Silverio Mura, insegnante di religione del ragazzo e parroco di paese. Diego è figlio di due genitori molto devoti, una famiglia modesta che passa le vacanze in pellegrinaggio e per cui l’amicizia di un sacerdote viene vista come un onore e un piacere. Per questo motivo Diego è onorato quando don Mura inizia ad invitarlo nella sua abitazione.

“Ero al terzo della scuola media – racconta – don Silverio mi portò nella sua stanza, chiuse la porta e vi sistemò davanti una poltrona pesante, così che se qualcuno avesse provato a entrare, essendo sprovvista di chiave, sarebbe rimasto bloccato. Si sdraiò sul lettino, io ero sulla poltrona. “Vieni a sederti qui vicino a me”, mi disse. Iniziò a toccarmi. Io ero a disagio, rigido, impietrito, non capivo cosa stesse succedendo, ma restai letteralmente sconvolto quando mi baciò in bocca. Lui capì che ero sotto choc e per calmarmi mi disse: “Stai tranquillo, lo faccio perché ti voglio bene”.

Diego racconta di aver rivelato tutto alla moglie e alla madre quando, colto da un violento attacco di panico, pensava di essere in punto di morte: racconta loro delle manipolazioni del parroco, dei regali ricevuti per mantenere il segreto sulla loro relazione e per tenere a bada l’ansia del ragazzo di fronte al sospetto che ci fossero altri bambini con cui don Mura intratteneva quel rapporto speciale.

Da quel momento la sua vita è stata costellata di racconti e denunce, di dettagli raccapriccianti e intrisi di dolore: “Gli abusi iniziarono così – dice – a pochi metri dall’anziana madre del parroco, e andarono avanti per tre lunghi anni. Io subivo passivo, piegato su quella poltrona, rigido come un sasso. A volte pretendeva di avere con me rapporti orali, diceva che il mio seme gli curava il mal di stomaco, che ne aveva bisogno”.

Le risposte delle istituzioni, però, non furono quelle sperate: la denuncia effettuata dai carabinieri non ebbe un riscontro positivo, in quanto il reato risulta ormai prescritto; Diego si rivolge così alla Curia, ottenendo la rassicurazione che la sua storia verrà seguita a dovere. Ma forse anche in questo ambito la denuncia ritardata non ha favorito l’ascolto della vittima.

“Aspettavo che dalla Chiesa mi dessero una risposta o semplicemente che mi ascoltassero – afferma Diego – ma nulla di tutto questo è mai successo. Il ‘Don’ ha continuato ad essere un prete e un insegnante e io, a stare sempre peggio. Scrissi a papa Francesco ottenendo che mi chiedessero nuovamente di sporgere denuncia. Nel 2014 padre Luigi Ortagli, delegato da Papa Bergoglio a occuparsi del caso, raccolse la mia seconda denuncia. Intanto i giornali avevano ripreso il mio caso e quando chiesi conto di dove si trovasse il prete mi venne risposto che si trovava in una struttura per quel ‘tipo di casi’. Ad oggi non so dove sia, so solo che non è più un insegnante.”

“La mia frustrazione ha continuato a salire tanto da chiedere udienza al Cardinale Sepe. Nel 2016, circa un anno fa, un comunicato stampa firmato da padre Ortagli smentiva le mie accuse di insabbiamento contro il cardinale Sepe”.  La vicenda è complessa e non abbiamo potuto approfondirla, ma la conclusione a cui perviene Diego merita almeno di essere ascoltata con attenzione.  Guai alle vittime dunque. E maggiori guai alle vittime che non possono effettuare una rivelazione tempestiva. Ciò che purtroppo resta a Diego è una pesante terapia farmacologica per tenere a bada i sintomi che porta con sé dal suo passato traumatico.

Diego non è mai stato ascoltato dalle istituzioni, insieme alle numerose altre vittime del prete che, nel corso degli anni, rivelarono i loro abusi: il suo reato non ha potuto ricevere giustizia da un lato per l’illusoria efficienza della legge che tutela la prescrizione a scapito della verità e dall’altro per una tendenza che talvolta ancora si registra in ambienti ecclesiali a manifestare ambivalenza nell’ascoltare le vittime.    Rivelare un vissuto così straziante sembra quindi, per l’istituzione giudiziaria ma non solo per questa istituzione,  un atto che richiederebbe alla vittima un’immediata risposta (che spesso risulta impossibile per le vittime) e se le vittime ci mettono anni a portare alla luce la consapevolezza dell’abuso, perdono allora  il diritto di essere tutelate né ascoltate.

La storia di Diego sollecita una seconda riflessione importante: un trauma non rielaborato e non affrontato con una psicoterapia condotta con le adeguate conoscenze e competenze porta con sé devastanti conseguenze e la vittima porterà con sé i sintomi traumatici per il resto della propria vita, senza la possibilità di ricucire quello strappo che la giustizia e la Chiesa hanno solo contribuito ad aggravare oltremisura.

Diego racconta la sua storia per tutelare le altre vittime di abuso, per evitare che gli errori commessi con lui vengano reiterati con altre persone: e speriamo che il suo coraggio serva davvero a qualcosa.

Psicologa laureata in psicologia criminologica e forense

Martina Davanzo

Psicologa laureata in psicologia criminologica e forense

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