L’ABUSO EMOTIVO AI DANNI DEI BAMBINI

Di Cleopatra D’Ambrosio


La salute fisica non è disgiunta da quella emotiva!

Ci sono varie modalità – apparentemente meno violente della violenza fisica – che i genitori usano ai danni dei bambini. Come ad esempio ricattare e ricattare affettivamente (se non fai questo e quello la mamma non ti fa fare merenda, non ti compra il  giocattolo desiderato, oppure ti manda in collegio o ancora non ti vuole più bene, ecc…). Provo a spiegarmi meglio con un esempio.

 

Siamo in spiaggia: il bambino si diverte con l’acqua e la sabbia. Dopo qualche ora la mamma sente che inizia a fare un po’ troppo caldo e decide che si torna a casa. Dice al figlio che bisogna andare, ovviamente il bimbo si lamenta e non vuole muoversi: è così occupato e si diverte tanto. La mamma insiste ed inizia a raccogliere le cose. Lei è pronta e sollecita per l’ennesima volta il piccolo che però non vuole proprio mollare. La mamma inizia ad incamminarsi e dice: “Se non vieni subito la mamma va via e ti lascia qui!”

Nel nostro esempio è evidente che la mamma, non solo non riesce a mettersi nei panni del bambino, ma addirittura usa il legame affettivo e il bisogno del piccolo di poter contare sul suo amore per ricattarlo.

In realtà l’esperienza che il piccolo sperimenta è che non c’è nulla di sicuro a questo mondo, neanche l’amore di mamma. Tutto può rigirarsi contro di te e minacciarti. Qualche bambino può anche arrivare a pensare che: se essere voluti bene ti espone a questo genere di ricatto affettivo, forse, è troppo rischioso. Forse, è meglio chiudersi in un guscio difensivo e non aver bisogno dell’amore degli altri. Forse è meglio non mostrare i propri bisogni…. A lungo andare, questi bambini non si fideranno più.

Purtroppo non si fideranno più né di sé né degli altri.

Per sostenere e legittimare questi maltrattamenti, ai bambini vengono loro attribuiti, in maniera pregiudizievole, una serie di stereotipi: “non sa neanche lui perché piange” e ne seguiva la frase: “adesso le prendi così piangi per qualcosa!”; “non sente il dolore; dimentica facilmente”.

In virtù di questi pregiudizi i bambini venivano operati alle tonsille a “crudo”; spediti in colonia per “far cambiare aria” anche a 2 anni e mezzo  senza mamma e visite dei genitori; non venivano dati alla mamma dopo la nascita ma messi in una culla lontani.

Molti libri suggeriscono ancora oggi di lasciare che il neonato pianga nella sua culla così imparerà a dormire da solo.

Il bambino piange? Lascialo piangere altrimenti poi prende il vizio…

Le evidenze scientifiche ci fanno presente che:

  • il pianto del piccolo è l’unica modo che lui ha per comunicare un suo disagio;
  • quando il bambino piange è disperato e il suo cervello riceve gli stessi stimoli di un adulto fortemente depresso;
  • il piccolo alla nascita non è in grado di ripristinare il senso di calma, questo è un lavoro che fa la mamma prendendolo in braccio e facendogli sentire il suo odore, il suo respiro calmo e rasserenante.

 

Il pianto del piccolo che deve andare all’asilo è un altro evento svilito.

Le mamme “pietose” quando accompagnano il figlio sulla porta dell’asilo ed indugiano perché questi piange e non riesce a staccarsi vengono spesso sgridate, disorientate e fatte sentire inadeguate con affermazioni tipo: “lo lasci piangere e vada via perché poi gli passa, appena lei si allontana lui giocherà tutto il tempo”. L’abuso emotivo dunque ha infinite manifestazioni.

 

 

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