COSA VUOLE LA CULTURA PATRIARCALE?

L’odio della cultura patriarcale verso le donne accompagna ed esalta la necessità maschile di oggettivare e disumanizzare la donna per poterla dominare e possedere. La logica di potere è coerente: è necessario attaccare la dimensione soggettiva della donna, la sua libertà espressiva, la sua capacità d’iniziativa per poterla controllare meglio come si controlla un oggetto privo di vita. La finalità della cultura patriarcale è quella di poter acquisire la donna, di appropriarsene, di potersela “fare” con sicurezza, con continuità, con il massimo di piacere oggettivante.
Secondo l’Organizzazione Mondiale per la Sanità (Oms), una donna su 3 ha subito violenza fisica e/o sessuale da parte del partner o di sconosciuti. Circa 120 milioni di ragazze con meno di vent’anni (una su dieci a livello globale) hanno subito “rapporti forzati o altri atti sessuali forzati” o sono state costrette a diventare baby lavoratrici domestiche: “oltre 11 milioni di bambine sono oggi impiegate in case d’altri e 7,5 milioni di loro sono sfruttate fino a 20 ore al giorno. Molte lo fanno senza ricevere alcun compenso, sottoposte ad ogni tipo di abuso psicologico e fisico”.
Terre des hommes racconta ogni anno nel dossier “Indifesa” le condizioni di un’infanzia sfruttata e negata, privata dell’istruzione e del gioco, una carenza che segnerà per sempre in particolare l’esistenza delle bambine. “Le bambine sono l’83% delle vittime di violenze sessuali aggravate, l’82% dei minori entrati nel giro della produzione di materiale pornografico, il 78% delle vittime di corruzione di minorenne, ovvero bambine al di sotto dei 14 anni forzate ad assistere ad atti sessuali”. Non dobbiamo ovviamente dimenticare che la cultura patriarcale che attacca e sfrutta le donne è la stessa che minaccia, rischia di strumentalizzare e violentare tutti i bambini, anche quelli maschi e non solo le bambine.
Ma indubbiamente è interesse di tutti coloro che s’impegnano nella tutela dell’infanzia analizzare, comprendere e contrastare la cultura patriarcale nella sua specifica strategia di dominio e controllo sulle donne. Emergono sempre più dalla disattenzione sociale i dati sulle violenze sessuali di genere e sui femminicidi (in Italia 18 dall’inizio dell’anno, in media uno ogni 60 ore).
Le storie raccolte dalla campagna “Indifesa” di quest’anno mettono a fuoco i fenomeni dei matrimoni precoci e delle mutilazioni genitali drammaticamente con la finalità di possesso e di potere perseguita dalla cultura patriarcale: negare alla donna la libertà di disporre del proprio corpo, in specifico del proprio organo genitale, del proprio diritto a scegliere chi sposare e come orientare la propria esistenza. Praticamente ogni due secondi nel mondo una bambina o ragazza con meno di 18 anni diventa una baby sposa, costretta a sposare uomini più grandi di lei, con gravi conseguenze per la  salute e lo sviluppo di “almeno 15 milioni di bambine e adolescenti”. “Da baby spose a baby mamme il passo è breve: nel 2016 sono state registrate 21 milioni di gravidanze tra le ragazze di età compresa tra i 15 e i 19 anni che vivono nei Paesi in via di sviluppo e nel 49% dei casi si trattava di gravidanze non cercate.” Per quanto riguarda le bambine vittime del terribile fenomeno delle mutilazioni genitali, in base alle stime dell’Oms, parliamo di un fenomeno che coinvolge circa 200 milioni di ragazze che tra i 5 e i 14 anni hanno subito questa pratica e vivono prevalentemente in 30 Paesi, tra questi, la Somalia ha la percentuale più alta di mutilazioni che interessano praticamente tutte le donne (98%), segue la Guinea (96%), il Gibuti (93%), l’Egitto (91%).
Ovviamente la cultura patriarcale in paesi più arretrati mostra più chiaramente la propria finalità di disumanizzazione e di appropriazione della donna. Ma in ogni paese in forme più o meno evidenti e violente, attraverso la propria logica e la propria prassi di controllo tenta di garantirsi una prospettiva di dominio, spesso purtroppo schiacciante. D’altra parte, negando l’umanità e la soggettività della donna, calpestando la sua libertà, la cultura patriarcale deve distruggere la possibilità di un’interazione affettiva, deve negare il riconoscimento dei valori, che la donna può esprimere, deve rinunciare a scoprire e riscoprire nell’identità maschile quelle qualità di tenerezza, accoglienza o scambio, che solo nell’incontro rispettoso con la donna possono emergere e potenziarsi. La cultura della violenza patriarcale finisce per riprodurre all’infinito una scissione mortifera tra la dimensione tra razionalità e dell’efficienza, condannate all’insensibilità e le qualità dell’intimità, della reciprocità affettiva e dell’espressione condivisa delle emozioni.

Claudio Foti

Psicologo, psicoterapeuta, direttore scientifico del Centro Studi Hansel & Gretel

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