PER UNA CULTURA DELLA RESURREZIONE

Nella Pasqua dei cristiani circola un’energia che ci tocca laici e credenti, c’è un contenuto che ci interpella, qualsiasi sia la nostra posizione sociale o professionale,  c’è un tema che ci sollecita, qualsiasi sia il nostro impegno nel mondo: è il tema della resurrezione.

Di fronte ad ogni morte e ad ogni sconfitta la mente umana e la comunità umana nel corso della propria evoluzione hanno dovuto elaborare per adattarsi e sopravvivere una capacità di accettazione attiva e di mobilitazione. Hanno dovuto cercare le risorse per dare risposte agli eventi sfavorevoli e per reagire agli eventi drammatici e tragici.

Quando una persona giusta e compassionevole muore magari per mano di un nemico ottuso e violento la reazione di coloro che gli sono stati vicini e che hanno conosciuto da vicino il suo atteggiamento saggio e buono è quella di affermare che quella persona non è morta, ma continua a vivere.  Quella persona può allora diventare un martire, un eroe, un uomo da non dimenticare mai, che “vive e lotta insieme a noi” come si diceva nel ’68.  Tutto questo può scivolare nella retorica, ma può costituire anche un vissuto di fede nella continuità di un esempio, nel valore di una prospettiva, nell’indicazione di una strada.

Non è un atto di diniego della realtà, perché i sostenitori della persona giusta scomparsa son ben consapevoli della sua morte, per quanto sofferta e sconvolgente,  ma essi non vogliono restare schiacciati dalla sua morte fisica, vogliono tener viva la sua memoria e dare forza e valore al suo messaggio.  Nei tempi più recenti questo è accaduto, per fare un solo esempio, con personalità come Ernesto che Guevara. Una canzone di Francesco Guccini dedicata al guerrigliero cubano si conclude con questa strofa:

“Da qualche parte un giorno,
dove non si saprà,
dove non l’aspettate,
il “Che” ritornerà!”

Come dire: Che Guevara – come io ritengo – politicamente può avere sbagliato quasi tutto, ma l’impegno di solidarietà per gli esseri umani più svantaggiati e il sacrificio personale sono valori che al di là della sua morte risorgeranno.

L’anelito alla resurrezione è dunque  iscritto nel cuore dell’uomo.

Nel caso di Gesù di Nazareth i suoi fedeli hanno reagito alla sua morte, avvenuta storicamente per l’ostilità della casta dei sacerdoti e  per l’opportunismo di chi deteneva il potere politico in quel luogo e a quel tempo, affermando la sua resurrezione, intesa non solo in senso ideale e spirituale, ma anche in senso corporeo. Hanno reagito così alla morte, sia quella che coincide nella dimenticanza di una persona e dei suoi valori, sia quella che si realizza nell’ annientamento fisico.   Vuoi per l’intensità coinvolgente del suo messaggio, vuoi, nell’ottica di fede, per la natura divina della sua persona, la  figura di Gesù, al di là della sua morte,  ha avuto nel tempo una tenuta culturale e spirituale straordinaria ed è oggi inscindibilmente legata alla resurrezione.

Cosa può dire questa riflessione a noi persone del nostro tempo, che siamo impegnati nel nostro piccolo  a compiere qualcosa di buono per i bambini?

Dice che oggi cristiani e laici possono trovare una forte convergenza nell’impegno a favore dei più deboli e dei più piccoli.

Dice che la resurrezione, al di là del contenuto di fede,  è un movimento della storia – certo tutt’altro che lineare o scontato –  di cui occorre comunque  osservare i segni. Dice che le molestie e le violenze millenarie ai danni delle donne  hanno oggi un movimento crescente di opposizione e di consapevolezza.

Dice che i maltrattamenti sui bambini possono trovare oggi qualche risposta capace di  incrinare il muro di silenzio, di omertà  e di ingiustizia che li avvolge e li perpetua  Dice che il fariseismo degli esperti che negano sistematicamente gli abusi sessuali sui bambini per garantire l’impunità ai loro assistiti non sarà eterno. Dice che almeno in alcune situazioni i soggetti traumatizzati non sono più isolati e che non sono più del tutto isolati gli psicoterapeuti capaci di accompagnare i pazienti nell’elaborazione del trauma,  supportando le risorse di “resurrezione” e il potere di guarigione, che,  come scriveva Ron Kurtz, risiedono nel paziente.    Dice che di fronte al trumpismo più ottuso e più nazionalista sale sul palco della “Marcia per le nostre vite” a Washington una bambina di nove anni, nipote di Martin Luther King, un cespuglio di capelli neri, una voce squillante ed un sorriso trascinante per scandire  di fronte a mezzo milione di ragazzi mobilitati per l’abolizione delle armi: “Mio nonno aveva un sogno che i suoi quattro bambini non venissero giudicati per il colore della loro pelle, ma per i tratti della loro personalità. Io ho un sogno, che questo sia un mondo libero dalle armi, punto e basta!”.  Buona Pasqua.

 

 

Psicologo, psicoterapeuta, direttore scientifico del Centro Studi Hansel & Gretel

Claudio Foti

Psicologo, psicoterapeuta, direttore scientifico del Centro Studi Hansel & Gretel

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