ALCUNE DOMANDE SULL’EDUCAZIONE SESSUALE

Ho risposto ad alcune domande rivoltemi da una giornalista della Stampa sul tema dell’educazione sessuale per un’intervista che ha apparsa ieri sul quotidiano torinese

http://www.lastampa.it/2018/04/03/societa/disegna-il-corpo-e-scrivi-cosa-provi-cos-i-bambini-si-confrontano-in-classe-RnffG32dkiWjSivudMz86H/pagina.html in una pagina dove  si sottolinea il fatto che a differenza di gran parte dei paesi europei in Italia l’educazione sessuale continua a non essere prevista.

http://www.lastampa.it/2018/04/03/societa/desiderio-tab-per-legge-si-impara-online-VZZw6NkNFLoZC1JeDGwXoK/pagina.html

Pubblico le mie risposte in forma estesa per precisare ed approfondire alcune questioni rilevanti relative all’educazione sessuale.

  • Qual è il suo ruolo e la sua esperienza sul tema dell’educazione sessuale.

Lavoriamo dal 1989 come Centro Studi  Hansel e Gretel nelle scuole con insegnanti ed allievi  su diverse tematiche: prevenzione del disagio, prevenzione del maltrattamento dell’abuso, l’ascolto, intelligenza emotiva, gestione del conflitto. Una delle tematiche su cui abbiamo lavorato maggiormente e stiamo lavorando è l’educazione alla sessualità e all’affettività.  Ho scritto nel ’92 un libro con Cristina Roccia “Abuso sessuale sui bambini: educazione sessuale, prevenzione e trattamento”. Ho lavorato e lavoro alla formazione dei formatori anche sul tema dell’educazione alla sessualità e all’affettività  in diverse città italiane: Cagliari, Reggio Emilia,  Napoli  ecc.. Il 30 31 marzo dello scorso anno  abbiamo organizzato  – come Hansel e Gretel e come Rompere il silenzio – un convegno a Torino “Educazione sessuale a che punto siamo?” dove abbiamo presentato esperienze, riflessioni e modelli d’intervento.

  • In quante (all’incirca) scuole di Torino e non solo avete attivato negli anni percorsi sull’educazione affettiva/sessuale? Ce ne sono in corso?

Da quando esistiamo almeno una cinquantina di scuole tra Torino e Provincia . Abbiamo appena finito l’intervento nelle quinte elementari dell’istituto comprensivo di Nichelino II. Stiamo per concludere nelle classi seconde medie dell’ist. comprensivo d. Milani di Druento (negli anni scorsi lavoravano nelle terze medie ma quest’anno insieme ai professori abbiano deciso di anticipare l’intervento di un anno). Per l’autunno abbiamo in programma in una scuola superiore Giolitti di Torino  un intervento nelle terze,  quarte e quinte di Torino. L’intervento è stato richiesto in memoria della figlia di un’insegnante uccisa a Ginevra da un uomo.

  • Come mai si è passati dal chiamarla educazione sessuale a educazione affettiva? Solo un modo di definirla o è cambiato l’approccio?

Non abbiamo mai cambiato il modo di definire il nostro modello. L’abbiamo sempre definita da circa 29 anni a questa parte educazione alla sessualità e all’affettività. Perché le due componenti vanno sempre associate.

  • Voi puntate molto sulle emozioni nel vostro intervento di educazione sessuale, ma non è fondamentale – magari non alle scuole primarie ma più avanti – dare anche informazioni pratiche e sanitarie?

L’aspetto informativo è assolutamente importante. Alcune attivazioni privilegiano l’esplorazione della curiosità e vengono fuori  domande a cui si cerca di rispondere dopo aver fatto emergere gli aspetti emotivi. Comunque il problema da chiarire è questo: dare informazioni senza aver fatto esprimere le emozioni serve a ben poco. Tutto questo è stato oggetto di ricerche scientifiche ed è dimostrato: dare informazioni per es. sulla prevenzione dell’aids e non far emergere gli aspetti emotivi ha un’utilità scarsa. Dire agli adolescenti usate il preservativo perché altrimenti rischiate non è efficace. Le campagne sulla prevenzione dell’aids e sull’uso degli anticoncezionali hanno invece un’efficacia 20 volte superiore  se le ragazze possono parlare della vergogna a portare con sé il preservativo, se si crea un clima confidenziale nel gruppo degli adolescenti, nel quale sia possibile parlare degli aspetti emotivi associati  alla sessualità: il disagio ad indossare il preservativo, la paura di far brutta figura e di non riuscire nella prestazione sessuale, la rabbia per le colpevolizzazioni a cui la sessualità va incontro. Questo è valido per tutti gli aspetti dell’educazione sessuale e per tutte le età a cui ci si rivolge.  Quindi proprio perché è fondamentale dare anche informazioni pratiche e sanitarie  è indispensabile lavorare sull’espressione e sulla comunicazione di gruppo attraverso i principi e i metodi dell’intelligenza emotiva. Si crea un clima che consente di superare l’inibizione e  favorire l’apprendimento. In linea generale dopo ogni attivazione che proponiamo ai bambini e ai ragazzi segue un’elaborazione emotiva (qual è il vissuto emotivo più forte che avete sperimentato?) ed un’elaborazione riflessiva (che cosa possiamo imparare da questa esperienza?)

Gli aspetti informativi che possono essere trasmessi in questa fase sono recepiti ed interiorizzati molto meglio rispetto a quanto avverrebbe senza l’attivazione e l’elaborazione emotiva precedente.

  • L’Italia in Europa è praticamente l’unico Paese in cui l’educazione sessuale non è obbligatoria. Cosa comporta questo e non crede sia sbagliato?

E’ sbagliatissimo! Come ho detto i bambini in tutto l’occidente e dunque anche in Italia sono bombardati da sollecitazioni che non riescono ad inquadrare e a comprendere, talvolta sono ipereccitati, molto spesso disorientati, confusi.  Non sarà meglio affrontare sul piano educativo la tematica della sessualità prima che lo faccia l’industria pornografica in modo perverso e distorto? Perché non fornire strumenti appropriati ai bambini per prepararli ad una dimensione sessuale che inevitabilmente, a partire dall’adolescenza,  risulterà molto coinvolgente  farà parte della vita di ogni persona?

  • Si sta ritornando a parlare di educazione sessuale dopo anni in cui era stata un po’ accantonata: quando pesa, ancora oggi, la componente cattolica nel nostro Paese?

In effetti l’educazione sessuale continua ad essere accantonata e negata.  Rimane lontana dall’agenda politica ed istituzionale. La cultura cattolica integralista pesa ancora moltissimo ed è un fattore di resistenza consistente all’introduzione dell’educazione sessuale nelle scuole.    Bisogna invece coinvolgere e rassicurare la componente cattolica non integralista. Solo così si potrà aprire una prospettiva di trasformazione nella scuola che consenta anche in Italia l’introduzione dell’educazione  sessuale.  Ci sono peraltro  alcuni temi e sollecitazioni provenienti dal mondo cattolico che meritano attenzione e che noi raccogliamo: una rappresentazione della sessualità che non risulti consumistica, individualista ed esclusivamente tesa alla realizzazione di un piacere individuale. Il nostro modello può essere presentato a tutti i genitori anche quelli cattolici come costruttivo e finalizzato a non lasciare da soli i bambini esposti senza informazione,  senza dialogo, senza riflessione agli stimoli di una sessualità perversa. Definiamo il nostro modello “educazione alla sessualità e all’affettività nel rispetto delle emozioni e delle persone”. Consente di affrontare il tema coniugando la ricerca del piacere con la costruzione dell’intimità, che è un aspetto fondamentale della sessualità, coniugando la trasmissione di informazioni specifiche  con l’insegnamento al dialogo e al rispetto della comunicazione in materia affettivo/sessuale, coniugando la valorizzazione  dell’identità sessuale maschile e femminile con il rispetto dei diritti degli omosessuali e con il contrasto all’omofobia.

La componente cattolica integralista invece è quasi impossibile da coinvolgere perché vede l’educazione alla sessualità pregiudizialmente come fumo negli occhi.    E’ molto  difficile anche solo provare a chiarire ad alcuni genitori influenzati da un’impostazione cattolica integralista che non vogliamo  sollecitare i bambini a scegliere il proprio genere e non vogliamo insegnare ai piccoli ad attivare precocemente la loro sessualità, né tanto meno. Semmai è vero il contrario: l’educazione alla sessualità consente di apprendere innanzitutto “a pensare e a dire” la sessualità, imparando a gestirla, a negoziarla e dunque a non vederla in modo precipitoso come scorciatoia per verificare le proprie capacità di virilità o di seduzione. Tutte le ricerche dimostrano che i programmi di educazione alla sessualità e all’affettività riducono le gravidanze precoci.

  • Succede che in questi incontri emergano situazioni difficili, o addirittura abusi, subiti dai bambini/adolescenti?

 Ero a Verona ad un convegno. Prima di me parlava Alberto Pellai, grande esperto sul tema della sessualità e della prevenzione dell’abuso in Italia. Sono rimasto molto colpito quando ha affermato che nella sua esperienza emerge in genere un abuso sessuale per ogni classe perché con la nostra metodologia, in base alla nostra esperienza, otteniamo lo stesso identico risultato. Forse si potrebbe affermare che negli ultimi anni gli abusi sessuali sui bambini stanno aumentando perché non solo c’è un’esposizione maggiore dei soggetti in età evolutiva ai messaggi in rete, ma crescono anche i comportamenti perversi degli adulti.

  • In 30 anni di esperienza in questo campo, come sono cambiati i ragazzi e i bambini rispetto alla sessualità? Sono più precoci, più spaventati, più informati?

Sono senza dubbio più iperstimolati e più confusi. Quindici venti anni fa non accadeva che i bambini in terza elementare possano essere raggiunti da stimoli mediatici riguardanti la sessualità. Forse la metà dei bambini nella scuole elementari sa che cos’è “You porn” Ovviamente è un sapere confuso, accompagnato da evitamento, angoscia, distorsioni cognitive gravi.

Oggi, la sessualità è ormai ovunque. Il primo contatto con la sessualità arriva in media a 8 anni ma già un bambino di 5 è potenzialmente influenzabile da stimoli mediatici a sfondo sessuale che trasmettono spesso un’immagine perversa della sessualità, tendente ad oggettivare il corpo della donna.

  • 3 incontri di due ore pensa siano sufficienti o che servirebbe un percorso molto più lungo?

Assolutamente sì: servirebbe un percorso più lungo Questa proposta dei tre incontri è decisamente il minimo.  Ci vorrebbero più incontri per migliorare la comunicazione e la confidenza nel gruppo, sciogliere le inibizioni, aumentare la fiducia in un adulto disponibile a reggere le loro ansie e  le loro curiosità. Ci vorrebbero più incontri per coinvolgere gli insegnanti e i genitori e dare ampiezza e consistenza ad un progetto formativo/educativo.    Occorrerebbe poi far entrare abitualmente la metodologia dell’intelligenza emotiva nella pratica didattica e nell’insegnamento scolastico. L’apprendimento diventa efficace se si tiene conto delle persone degli allievi ed inoltre se  diventa possibile affrontare le loro paure, rabbie, sofferenze, incertezza che ingombrano la mente e sabotano la possibilità di imparare. Tutto questo richiede tempo. Occorrerebbe, almeno una volta alla settimana,  secondo modelli e proposte ampiamente validate avere un tempo per l’ascolto delle esperienze e delle difficoltà emotive incontrate nella classe del corso della settimana (il cosiddetto “circle time”) . Così avrebbero sicuramente modo di emergere nel gruppo classe un’infinità di problemi, di difficoltà, di confusioni da dipanare,  relativi a diversi aspetti della vita dei bambini, fra cui quelli legati alla sfera sessuale.

 

 

Claudio Foti

Psicologo, psicoterapeuta, direttore scientifico del Centro Studi Hansel & Gretel

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