EDUCAZIONE, UMILIAZIONE E VERGOGNA

Di Cleopatra D’Ambrosio


I giudizi, i rimproveri e le osservazioni, dati al bambino (a volte pensando che questo è per il suo bene o che deve imparare la buona educazione) sovente hanno modalità e contenuti aggressivi e svalutativi. “Non piangere come una femminuccia!”; “Sembri proprio un maschiaccio!”; “Siediti composta, non ti vergogni? Ti si vede tutto!”. Una ragazza ricordava che la suora dell’asilo, Suor Enrichetta: “Dava le sberle quando si piangeva, non voleva vederci piangere…”.

Queste esperienze infantili di maltrattamento  producono sentimenti di vergogna perché umiliano ed attaccano il valore della persona.

Le metafore degli effetti della vergogna sono esplicativi:

  • mi sono sentito paralizzato, mi sono bloccato, mi sono pietrificato, mi sono irrigidito;
  • mi sono sentito senza spessore, mi sono sentito senza appoggio, mi sono sentito sprofondare, mi sono sentito piccolo piccolo;
  • mi sono sentito denudato, non più scoperto , mi sono sentito spogliati. (Caronia, 1989).

Le esperienze di umiliazione e di vergogna sviluppano un senso di insicurezza e di sfiducia in sé e negli altri. Si arriva a vergognarsi dei propri processi emotivi, come il sentirsi feriti, deboli o bisognosi, arrabbiati e si ha timore che tali esperienze interiori possano venire alla luce.

Sunderland dice che in questi casi, per paura d’essere ferito nuovamente, il bambino mette il suo cuore al sicuro e matura la convinzione che il suo bisogno di protezione e conforto non sia adeguato e se traspare verrà rifiutato, punito o  umiliato.

E’ indicativo, ad esempio, il fatto che quando la persona inizia a piangere in terapia, perché tocca aspetti dolorosi, puntualmente si scusa per questa manifestazione che è vissuta come debolezza, come essere senza ritegno.

Allo stesso modo molte donne riferiscono di provare vergogna se devono chiedere al proprio partner di modificare l’approccio sessuale, quindi cercano di sopportare le modalità non gradite per non esplicitare all’altro il proprio desiderio.

 

  1. Meares (2005) nella sua teoria sul valore, ritiene che un oggetto acquista valore quando si assume interesse in esso e ci ricorda che valore deriva da un’antica parola indoeuropea che significa potere o forza. Il suo contrario è invalido, quindi incapace, quando il potere è andato perduto.

Le vittime ad esempio d’abuso sessuale e/o di punizioni frequentemente sperimentano vergogna per un atto di cui ci si sente responsabili o che si pensa d’aver meritato o provocato anche se in realtà non aveva alcun controllo.

Il comune denominatore di tutte le situazioni umilianti è la constatazione della propria impotenza, “impotenza a dimostrarsi come si vorrebbe (esibizione non riuscita, smascheramento) e impotenza a non mostrarsi quando non lo si vorrebbe (esibizione forzata, svelamento), e quindi la vergogna conseguente è, al di là degli specifici contenuti [..], vergogna della propria impotenza, e precisamente vergogna di se stessi in quanto impotenti».

Una giovane trentenne, ad esempio, ricorda un episodio di quando era piccola.

“Giocavamo a pallone, mi scappava la pipì e sono andata a farla in un angolo, mio cugino (più grande di me di 10 anni) è arrivato e mi ha chiesto se poteva guardarmi.

“Vieni che facciamo il gioco, è una cosa solo nostra, vedrai che ti piace”.

Questo mi diceva all’inizio…

Poi sono diventate costrizioni e lui urlava perché non riuscivo a farlo eiaculare, non ero abbastanza veloce. “Sbrigati altrimenti non esce il latte!”  Urlava.

Allora mi prendeva la mano e la testa e me le spingeva.

Avevo una paura tremenda.

Io mi sentivo complice, pensavo d’essere io che volevo fare quelle cose lì.

Mi vergogno anche solo a raccontarla questa cosa….Non l’ho detta mai a nessuno”.

In questi casi solo l’elaborazione del trauma permetterà di “ripulire” la situazione emotiva ed attribuire correttamente le responsabilità.

Riprendendo la legislazione si potrebbe dire che molte volte i bambini vengono umiliati, feriti, in altre parole subiscono ingiurie cioè vengono offesi nell’onore; altre volte subiscono diffamazione, cioè vengono svergognati davanti a tutti. I bambini che sono stati feriti nella loro essenza di esseri umani:

  • diventano permalosi cioè ipersensibili alle critiche, al rifiuto e al biasimo. Suscettibili, non credono ai complimenti che ricevono, hanno la tendenza a fare paragoni e si sentono insicuri nel confronto con gli altri.

Il senso di vergogna che hanno patito verrà attribuito a delle imperfezioni interne (ad esempio egoismo, impulsi rabbiosi, desideri sessuali inaccettabili) o esterne (ad esempio aspetto fisico indesiderabile, goffaggine sociale).

  • Imparano a trattare se stessi nel modo in cui sono stati trattati, cioè con un ostile di auto-biasimo e auto-disprezzo.

Durante la terapia, l’indicatore più chiaro che evidenzia lo stile educativo che il soggetto ha ricevuto, e quindi ha introiettato, riguarda il modo di reagire alle difficoltà e agli errori. In alcuni casi gli individui tendono a rimproverarsi aspramente, si auto-denigrano e auto-condannano per errori, mancanze o fallimenti. Diventano spietati e inclementi con se stessi. Sembra paradossale ma molte volte oltre ad aggredirsi il soggetto esprime contemporaneamente la paura di essere troppo indulgente e/o di piangersi addosso.

  1. Anolli (2002, p. 93) dice: “L’auto-svalutazione conseguente alle umiliazioni può essere esibita nel modo di presentarsi e nei commenti auto-derisori e spesso auto-ironici; questo atteggiamento è in continuità con un tipico modo di far fronte all’esperienza di vergogna, quello appunto dell’auto-derisione, che ha come sua forma più raffinata l’autoironia e come forma più blanda il sorridere davanti alla propria umiliazione. Il significato di questa mossa conversazionale è chiaro: l’umiliato si mette dalla parte dell’umiliatore e recupera una posizione attiva sia pure ai danni di se stesso; tuttavia, quando questa mossa diventa un atteggiamento generalizzato, intervengono altre motivazioni: con l’esibizione della bassa stima di sé e con il controllato rivolgimento dell’aggressività su di sé, in definitiva con un’auto-umiliazione, si mettono le mani avanti e si prevengono così ulteriori umiliazioni, vere e più penose perché subite da parte di altri.”
  • Non consentono agli altri di avvicinarsi troppo per paura di essere smascherati e umiliati, oppure si impegnano in sforzi compensatori per rendersi attraenti e desiderabili.

Operano costantemente un monitoraggio continuo di se stessi con gli altri e sviluppano una preoccupazione invidiosa di ciò che hanno gli altri.

L’associazione tra i fatti rimproverati e il dolore subito per la vergogna struttura ciò che viene definita “angoscia di vergogna”: il soggetto anticipa l’umiliazione di cui ha memoria e cerca di evitarla. Questo spiega perché in molte casi durante l’incidente probatorio, il bambino che evidentemente non è stato aiutato a superare il trauma e a far fronte all’angoscia di vergogna cerca di evitare in tutti i modi di avvicinarsi emotivamente all’evento che dovrebbe raccontare: l’evento abuso. Allora vediamo bambini che vagano nella stanza, oppure che “distraggono” l’interlocutore chiedendo fogli per disegnare che poi non usano, o ancora pasticciano con lo schifidol che si sono portati da casa….

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