ADOLESCENTI VIOLENTI E RESPONSABILITA’ DEGLI ADULTI

Adolescenti arroganti che minacciano gli insegnanti e vengono espulsi dalla scuola. Adolescenti che hanno agiti sessuali o agiti violenti contro altri ragazzi o bambini più piccoli. Adolescenti che pongono in essere la sopraffazione attraverso i comportamenti. Altre volte attraverso la rete. Spesso la violenza viene realizzata con entrambe le modalità: il comportamento dei ragazzi è funzionale ad un video che viene messo in rete.

Aumentano gli episodi in cui gli adolescenti si rendono responsabili di un uso dei social media per diffondere immagini a sfondo sessuale ai danni di coetanei.
Un episodio fra i tanti, tanto per mettere a fuoco un esempio: dodici liceali che frequentano un Liceo scientifico a Milano hanno messo in chat il video di una loro amica, all’epoca tredicenne. Il video era stato mandato dalla ragazza a un suo ex fidanzato quando erano alle scuole medie. L’adolescente l’aveva fatto circolare tra i suoi amici e i genitori della ragazza, cercando di proteggere la figlia, non avevano denunciato l’episodio. Il video, però, è rispuntato al liceo. Un fenomeno complesso e sfaccettato, in queste forme certamente in crescita.

Definire le responsabilità non è semplice. I modelli sociali, proposti alle nuove generazioni sono ispirati al narcisismo e all’affermazione individualistica di sé costi quel che costi. Anche la scuola che lancia giustamente l’allarme quando i suoi insegnanti sono direttamente colpiti da comportamenti violenti degli allievi non è certo esente da responsabilità.
L’impostazione della scuola è totalmente incapace di fornire agli allievi un’educazione allo sviluppo delle competenze emotive e relazionali, all’educazione alla sessualità e all’affettività, al rispetto delle regole. Questi tre terreni educativi sono totalmente ignorati dalla scuola: la formazione degli insegnanti, la strutturazione dei programmi, l’organizzazione delle materie ignorano completamente l’intelligenza emotiva e la dimensione della sessualità e la coerenza teorica (e talvolta anche pratica) degli insegnanti con i principi della legalità non è straordinaria.

Parliamo poi di responsabilità della famiglia. «Manca oggi – afferma giustamente il Procuratore della Repubblica dei Minori di Milano Ciro Cascone nei genitori, una “educazione digitale” in grado di consentire un uso consapevole dei mezzi di comunicazione in accordo con una sana e corretta educazione sessuale». Cascone si riferisce agli episodi di ‘sexting’, di ‘revenge porn’, che vedono protagonisti degli adolescenti e che finiscono al centro di indagini della magistratura minorile.
Ma le responsabilità della famiglia sono certamente più ampie di quelle relative ad una carente “educazione digitale”.
Mi sono occupato tempo fa di una situazione in cui una quindicina di bravi ragazzi in una festa hanno costretto a spogliarsi quasi completamente la “bella” della classe. La ragazza all’inizio aveva acconsentito per gioco e con una scarsa capacità di autotutela. Poi ha ceduto alle pressioni dei compagni di scuola. Per fortuna i “bravi ragazzi” si sono fermati, ma la violenza ai danni di questa ragazza è stata gravissima. Tuttora ne porta i segni.
Ci chiedevamo con gli insegnanti perché adolescenti apparentemente ben adattati sul piano sociale e scolastico sono giunti a compiere un’azione di questo tipo? Ho incontrato molti genitori di questi quindici ragazzi: pochissimi di loro manifestavano una preoccupazione adeguata all’episodio. Molti di loro ed anche molte madri hanno cercato di difendere il comportamento dei figli, minimizzandone la gravità.

La logica dominante fra i ragazzi faceva riferimento a tre principi:
“Ciò che mi piace me lo prendo”.
“Le regole le faccio io” (avevamo fatto un gioco … quelle erano le regole e lei doveva rispettarle: come dire, le regole della festa canvcellano le regole morali e sociali!)
“Che male c’è se mi diverto!”

Dopo che ho conosciuto i genitori, soprattutto i padri, mi risultava più chiaro perché questi bravi ragazzi si erano comportati così. Una parte degli adulti sembrava guidata da modelli psicologici e culturali, da cui i principi percepiti nei ragazzi traevano origine. “Ecco da dove hanno preso”, mi son detto.
Certamente non dobbiamo dimenticare che esistono condizionamenti sociali capaci di penetrare nella famiglia, al di là delle responsabilità dei genitori, ma in questo caso almeno i ragazzi più incapaci di mettersi in discussione, i ragazzi che erano risultati trainanti e non gregari nell’azione di gruppo violenta apparivano per alcuni versi la fotocopia dei loro genitori.

Psicologo, psicoterapeuta, direttore scientifico del Centro Studi Hansel & Gretel

Claudio Foti

Psicologo, psicoterapeuta, direttore scientifico del Centro Studi Hansel & Gretel

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