BAMBINI ABUSATI: QUANTO E’ IMPORTANTE IL TESTIMONE CONSAPEVOLE!

Pubblichiamo dal sito del Centro Studi Hansel e Gretel un articolo che affronta l’importanza della consapevolezza di fronte ad eventi traumatici come l’abuso sessuale.

Di Eleonora Fissore


 Abuso e maltrattamento rappresentano esperienze estremamente destabilizzanti e traumatiche per i minori, ma vi sono diversi fattori che mediano l’esito che queste condizioni possono determinare sullo sviluppo psico-fisico della vittima. “È realmente possibile fare qualcosa per i bambini, quantomeno accogliendo il loro disagio, diventando testimoni consapevoli e soccorrevolidella loro sofferenza. Esiste la possibilità concreta di far qualcosa rispetto al maltrattamento dei minori, in una prospettiva che contrasta opposte posizioni: il senso di onnipotenza, lo scoraggiamento e il senso di inutilità” (Foti, Bosetto, Maltese,  2003, p.122).

Uno dei principali fattori  di protezione, particolarmente per quanto riguarda la vittimizzazione sessuale, è la possibilità che il bambino ha di rivelare l’accaduto ad una persona disponibile ad un ascolto empatico, protettiva ed accudente. La rivelazione ha un importanza fondamentale poiché è la condizione fondamentale per interrompere l’abuso e iniziare il processo di riparazione ed elaborazione del trauma (Malacrea, Lorenzini, 2002).

“In generale, si è riscontrato che parlare di un evento traumatico diminuisce l’angoscia, aumenta il supporto, e diminuisce i sintomi fisici associati a quel fatto.”(Malacrea, Lorenzini, 2002 , p.39)

“I bambini che rivelano hanno maggiori opportunità di apprendere che quanto è accaduto non è una loro colpa e, attraverso un intervento di cura, possono evitare che le conseguenza deformanti dell’abuso vengano incorporate nella loro struttura di personalità. Un ulteriore beneficio è la riduzione della rivittimizzazione: si ipotizza che il racconto di quanto accaduto possa insegnare ai bambini alcune strategie per evitare altri abusi nel futuro, attraverso l’opportunità di esperienze emozionali correttive che possono diminuire anche il rischio della trasmissione generazionale dell’abuso”. (Malacrea,  Lorenzini, 2002, p.41)

Uno dei principali fattori protettivi deriva dalla capacità materna di fornire supporto al suo bambino. Gli studi di Everson, Hunter, Runyon, Edelsohn & Coulter (1989) hanno sottolineato la potenzialità risanatrice di un atteggiamento materno di comprensione e credito verso  la vittima. Una reazione positiva della madre alla rivelazione dell’abuso del proprio figlio ha una forte influenza sullo stato mentale del bambino.  Il funzionamento emozionale della madre è uno dei predittori più significativi a lungo termine dell’assetto psicologico del figlio. La mancanza di sostegno non aiuta certo il bambino nell’elaborazione degli eventi traumatici ed in generale può causargli gravi danni (Manion et al.,  1998).

Purtroppo in situazioni tanto complesse e controverse, quale  può essere l’abuso perpetrato da un padre non è scontato che la madre decida di accogliere la rivelazione del figlio e schierarsi senza riserve dalla sua parte. Come descritto da Caputo (1997), la madre, di fronte ad un abuso subito dal figlio da parte del marito, può assumere il ruolo di:

                                                                                                                                                                              1) madre complice: possono esserci atteggiamenti ambigui (collusione inconscia) per cui la donna non è consapevole del fatto che una parte di sé sia favorevole alla messa in atto dell’abuso; la madre sarebbe mossa da un’incontrollata pulsione a fare in modo che la “fatalità” dell’incesto si realizzi, fino al vero e proprio aiuto fisico al coniuge che usa violenza (collusione manifesta).

2) madre assente: è la madre che non è riuscita a stabilire un rapporto sano, autentico, di fiducia con i propri figli. Di fronte all’abuso del figlio non si sente toccata più di tanto, non si sente emotivamente coinvolta nel ruolo di responsabile e garante della sua protezione.

 

Petrone e Troiano (2005) forniscono invece la seguente classificazione:

 

1) la madre che collude:La madre, inconsciamente ma anche consapevolmente, “sacrifica” il proprio bambino, soddisfacendo così il proprio bisogno di aggredire e umiliare l’altro, rimanendo però in ombra, in una posizione passiva.

 2) la donna che dipende: ha una personalità estremamente fragile. Non è dunque in grado di svolgere il proprio ruolo psicobiologico di protettrice dei piccoli e non ha alcun potere all’interno della famiglia, ma è subordinata totalmente alla figura del partner.

3) la donna vittima:  queste donne, come dimostrano molti studi, sono state in passato a loro volta vittime di abusi sessuali. In questo caso, oltre alla motivazione inconscia a rifarsi su terzi del male subito nell’infanzia, la donna mette in atto i meccanismi di difesa della negazione e della rimozione, per cui le emozioni devastanti legate all’incesto agito da un altro familiare non vengono riconosciute. La madre diventa allora ella stessa la piccola bambina di un tempo, che rimane inerme di fronte alle violenze agite da altri più forti.

Gli studi di Everson e colleghi (1989) rilevano che solo il 40% delle madri delle vittime si schiera dalla parte di queste una volta venute a conoscenza dell’abuso. L’autore, inoltre, divide le madri in base alle loro reazioni di fronte all’abuso dei figli da parte di un altro familiare:

1) la madre molto protettiva: crede al racconto del figlio, si schiera dalla sua parte, lo difende. Decide così di troncare qualsiasi rapporto con l’abusante e di scegliere il bene del figlio. Chiaramente una reazione materna del genere rappresenta per il figlio abusato una grande risorsa.

2) la madre poco protettiva: è rappresentata da quella donna che, per suoi limiti personali, non si accorge di fatto o non riesce ad accorgersi degli abusi che il figlio subisce. E’ in questo senso totalmente assente nei suoi confronti. In passato ha anche lei  subito maltrattamenti fisici o sessuali e, come era impotente allora nei confronti di chi le faceva del male, lo è ora nei confronti di chi fa male alla sua prole.

3) la madre ambivalente: la donna si accorge dell’abuso, in qualche modo ne soffre, vorrebbe intervenire, ma poi di fatto è combattuta. Riconosce il male, ma cerca di minimizzarlo, per limiti personali, ma anche per paura di ripercussioni sul rapporto di coppia e sull’immagine della famiglia. La soluzione ideale a questo suo conflitto sarebbe che l’abuso si interrompesse da sé.

“Quando un bambino viene abusato da entrambi i genitori o quando l’abuso di uno solo non è seguito da un atto di protezione da parte dell’altro, quando la famiglia viene meno ad ogni dovere di tutela, per il bambino crolla l’universo delle relazioni di protezione.” (Foti, 2004, p. 47)

“Ciò che può spezzare la strategia perversa è la crescita nella comunità adulta della disponibilità di attenzione e di vicinanza emotiva nei confronti dei bambini, è la diffusione della competenza all’ascolto empatico con i soggetti in età evolutiva, è lo sviluppo della capacità di dialogare con i bambini, di riconoscere i segnali del loro malessere.” (Foti, 2004, p. 7)

È di fondamentale importanza che i bambini, in particolare se deprivati o maltrattati, incontrino persone capaci di accoglierne empaticamente il  malessere e capaci di favorirne la presa di coscienza,  diventando quindi “testimoni consapevoli” , portatori di autenticità e di sostegno del Sé ferito e sofferente del bambino (Foti et al., 2003).

Il concetto di testimone soccorrevole è riconducibile alla psicoterapeuta svizzera Alice Miller, che lo utilizzò  in riferimento ai casi di maltrattamento e abuso su minori. Essa definì questa figura come “una persona che sta accanto (sia pure episodicamente) a un bambino maltrattato e gli offre un appoggio, un contrappeso alla crudeltà che caratterizza la sua vita quotidiana. Questo ruolo può essere svolto da qualunque persona del suo ambiente: un insegnante, una vicina, un collaboratore domestico o anche la nonna. Molto spesso si tratta di un fratello o di una sorella. Questo testimone è una persona che offre un po’ di simpatia o d’amore al bambino picchiato o abbandonato. Non cerca di manipolarlo a scopi educativi, ha fiducia in lui e gli trasmette il sentimento di non essere ‘cattivo’ e di meritare affetto e gentilezza. Grazie a questo testimone, che non necessariamente dev’essere consapevole del suo ruolo decisivo e salvifico, il bambino apprende che al mondo esiste qualcosa come l’amore. In circostanze favorevoli, il bambino svilupperà fiducia nel suo prossimo e potrà custodire in sé amore, bontà e altri valori della vita.”

Questa importantissima figura “ha il duplice compito di rassicurare il bambino sull’attendibilità della propria percezione della realtà e di mostrargli l’esistenza di rapporti umani gratificanti; può essere […] chiunque sia in grado di vedere il mondo dal punto di vista del bambino, e di offrirgli affetto ed accettazione incondizionati, trasmettendogli la sensazione di essere amato così com’è e permettendogli di integrare nel proprio Sé anche le sue parti deboli ed immature.” (Foti, Ferro, Bosetto, 2010, p. 58)

Il testimone soccorrevole viene visto dal bambino come un’alternativa alla crudeltà e alle violenze sperimentate quotidianamente. Grazie a questa figura, il bambino comprende che l’adulto non è capace solo di cattiverie e abusi, ma, può essere anche protettivo, dolce e amorevole. Il bambino maltrattato realizza in questo modo che anche lui può essere meritevole di amore e affetto. “Ha dunque un’enorme importanza sociale; secondo la Miller è l’elemento in grado di spezzare la catena della violenza che lega tra loro le successive generazioni” (Foti et al., 2010, p. 59).

Nella sua esperienza con adulti abusati da bambini, la Miller notò che coloro che non avevano potuto contare su un testimone soccorrevole, crescendo, sviluppavano spesso atteggiamenti violenti, indifferenza nei confronti delle sofferenze dei minori e rifiuto ad ammettere di essere stati vittime da bambini di violenze, torture e umiliazioni. Sentimenti e atteggiamenti che invece non sono presenti nei bambiniche nella sfortuna della loro condizione di sottomissione hanno avuto accanto a loro questa figura salvifica.

Spesso la figura del testimone soccorrevole è incarnata da una persona molto vicina al minore, ma questo atteggiamento di vicinanza emotiva, profonda empatia e contenimento è altresì imprescindibile nella figura del terapeuta che si occupa del sostegno psicologico di questi bambini e della riparazione del trauma lacerante da essi subito. “I nostri pazienti – afferma Alice Miller (1989, p. 161)  – hanno bisogno di trovare nei loro terapeuti e analisti  persone che li assistano e li sostengano nel vivere il dolore”. Pensiero affine a quello del celebre psicoanalista e psichiatra ungherese Sandor Ferenczi (1988, p.75) che, oltre 50 anni prima (31 gennaio 1932), affermava: “Pare che i pazienti  non possano credere, o almeno non completamente, alla realtà di un avvenimento se l’analista, unico testimone del fatto, mantiene un atteggiamento freddo, anaffettivo e, come i pazienti lo definiscono, puramente intellettuale, mentre gli avvenimenti sono di natura tale da suscitare in qualsiasi spettatore sentimenti e reazioni di rivolta, di angoscia, di terrore, di vendetta, di lutto, e propositi di un aiuto sollecito onde rimuovere o distruggere la causa o il responsabile; e poiché si tratta generalmente di un bambino, di un bambino ferito (ma anche indipendentemente da ciò), vi è il sentimento di volerlo confortare affettuosamente ecc., ecc. Si può dunque decidere di prendere veramente sul serio il ruolo di osservatore benevolo e soccorrevole, vale a dire di lasciarsi effettivamente trasportare con il paziente in quel dato momento del suo passato.”

 

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

Caputo, I. Mai devi dire. Indagine sull’incesto, Milano: Tea, 1997.

Everson, M.D., Hunter, W. M., Runyon, D. K., Edelsohn, G. A., & Coulter,  M. L. (1989). Maternal support following disclosure of incest. American Journal of Orthopsychiatry, 59(2), 197-207.doi: 10.1111/j.1939-0025.1989.tb01651.x

Ferenczi, S. Diario clinico: gennaio-ottobre 1932, (a cura di Judith Dupont) ; edizione italiana a cura di Glauco Carloni. Milano: Raffaello Cortina, 1988.

Foti, C.Il trauma dell’abuso tra negazione e riparazione, Sie Editore, 2004.

Foti, C., Bosetto, C.,  Maltese, A.  Il maltrattamento invisibile. Scuola, famiglia, istituzioni,  Milano: Franco Angeli, 2003.

Foti, C., Ferro, L., Bosetto, C. In memoria di Alice Miller. Educazione e  psicoterapia nel rispetto delle emozioni. Sie Editore, 2010.

Malacrea, M., Lorenzini, S. Bambini abusati. Linee-guida nel dibattito internazionale, Milano: Raffaello Cortina, 2002.

Manion, I., FirestoneP., Cloutier, P., Ligezinska, M., McIntyre, J., Ensom, R.(1998) Child extrafamilial sexual abuse: predicting parent and child functioning.Child Abuse & Neglect, 22(12), 1285-1304. doi: 10.1016/S0145-2134(98)00103-3.

Miller, A.  Il bambino inascoltato, Torino:  Boringhieri, 1989.

Petrone, L. & Troiano, M. E se l’orco fosse lei? Strumenti per l’analisi, la valutazione e la prevenzione dell’abuso al femminile, Milano: Franco Angeli, 2005.

 

 

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