HANDICAP, ASCOLTO E INTELLIGENZA EMOTIVA

Pubblichiamo il testo della relazione presentata al Convegno “Sofferenza del bambino, ascolto empatico ed intelligenza emotiva” , organizzato a Roma dalla facoltà Pontificia Auxilium e dal Centro Studi Hansel e Gretel il 28 aprile 2018.

Di Paola Crosetto


Sono una docente di Scienze Umane in un liceo della provincia di Torino. Insegno da 26 anni e sono sorda grave dalla tenerissima età. Porto l’impianto cocleare all’orecchio sinistro, la protesi acustica all’orecchio destro. La mia sordità è neurodegenerativa, quindi sono destinata a peggiorare negli anni ed a fare l’impianto cocleare anche all’orecchio destro.

Credo valga la pena spendere due parole sulla sordità, una disabilità alquanto sconosciuta, nonostante sia molto invalidante, poiché colpisce uno degli aspetti centrali dell’esistenza umana, quello relazionale-comunicativo. Inoltre, nell’immaginario collettivo, a causa anche dell’ informazione distorsiva da parte dei mass media, il sordo solitamente non parla, cioè è sordomuto, termine che oggi non si usa più neppure a livello normativo. In realtà il mondo dei sordi è diviso tra oralisti, come me, che usano gli ausilii (impianto cocleare e/o protesi) e che, attraverso un lungo percorso di riabilitazione logopedica, riescono a parlare (pur raggiungendo livelli diversi di competenza linguistica) e sordi segnanti che, per scelte famigliari e/o individuali, non ricorrono/non vogliono ricorrere agli strumenti, quindi imparano ad usare la LIS (Lingua Italiana dei Segni), che è una lingua a tutti gli effetti: usano le mani per esprimersi.

A seguito di un percorso personale molto significativo, sia psicoterapeutico sia formativo. sono consapevole oggi che ciò che più mi ha segnata da bambina e da ragazza non sia stata la sordità in sé, ma il non ascolto emotivo: nessuno degli adulti intorno a me mi ha spiegato che cosa mi stesse capitando, che cosa fosse la sordità e che cosa avrebbe comportato nella mia vita di bambina prima e di adolescente poi, mi ha aiutata a dare un nome, un significato, mi ha sostenuta emotivamente senza crollare a sua volta, mi ha consentito di mettere in parola tutte la tempesta emotiva che avevo dentro, mi ha permesso di mettere ordine nella confusione di vissuti che provavo. E quindi da bambina ho dovuto tenermi tutto dentro, perché ho capito subito che nessun adulto intorno a me sarebbe stato capace di essere un educatore emotivo. Ho dovuto rimuovere il mio dolore perché i miei genitori non erano in grado di reggerlo. Il modello di gestione che ho ricevuto dai miei genitori, dai miei parenti assenti e dai miei insegnanti, come si è capito, è un modello di rimozione e negazione, il quale ha come conseguenza un vissuto terribile di solitudine.

Ho dovuto lavorare molto su me stessa per non essere a mia volta un’adulta che rimuova e neghi le difficoltà degli altri. Ci ho messo molto tempo per riuscire ad elaborare il dolore di me bambina in difficoltà, per riuscire poi ad accogliere le difficoltà di mio figlio, dei miei allievi, degli altri in generale. Fino a 35 anni non parlavo della mia disabilità persino con gli allievi, rimuovevo, nascondevo le protesi con i capelli, non informavo nessuno, a meno che non fosse strettamente necessario.  Questo è un aspetto importante: per accogliere le difficoltà altrui bisogna prima aver accolto, con clemenza e benevolenza. le proprie.

Parola e disabilità nel mio vissuto di bambina erano su due binari che non si sarebbero mai incontrati. Alla mia sordità, infatti, è mancata la parola, la parola che spiega, la parola che mette ordine, la parola attribuisce significati, che dà un nome alle emozioni. Nessuno ne parlava, non se ne poteva parlare, né a casa né a scuola.

I vissuti emotivi legati alla mia disabilità sono stati confusione, paura del ritardo mentale: paura di non farcela, vergogna, frustrazione, impotenza, umiliazione,rabbia. Si tratta di vissuti che, in base alla mia esperienza di docente, sono generalizzabili a moltissimi altri casi di handicap.

I miei genitori per primi avrebbero avuto bisogno di essere ascoltati.  Che cosa vivono i genitori quando scoprono la disabilità del figlio? Accade qualcosa di analogo a ciò che colpisce dinanzi alla morte di una persona cara: si provano incredulità, rabbia, paura, rivendicazione, risentimento, spesso senso di colpa. Si avvia un potente processo di lutto, che, in ragione di come viene vissuto, può diventare un processo tragico, oppure in certi casi persino positivo. Ma da come viene elaborato il lutto dai genitori dipende l’immagine che la persona con disabilità si crea di sé. La famiglia dunque è il primo contesto da sostenere emotivamente in relazione all’evento disabilità, non solo in termini psicoterapeutici, bensì in termini pedagogici. È importante creare spazi di confronto e di elaborazione emotiva e riflessiva del proprio dolore, in modo che i genitori stessi possano elaborarne il senso e riconnetterlo alla propria esistenza, accettare la propria vita e quella del figlio.  La modalità con cui i genitori vivono la disabilità del figlio è decisiva e determinerà il modo in cui il figlio vivrà la sua disabilità.

Giuseppe Pontiggia, nel suo toccante romanzo “Nati due volte”, a proposito dei genitori di bambini con disabilità, scrive:

“Questibambini nascono due volte. Devono imparare a muoversi in un mondo che la prima nascita ha reso più difficile. La seconda dipende da voi, da quello che saprete dare. Sono nati due volte e il percorso sarà più tormentato. Ma alla fine anche per voi sarà una rinascita”.

I bambini con disabilità nascono due volte: la prima li vede impreparati al mondo, la seconda è affidata all’amore, all’intelligenza e alla cura degli adulti di riferimento.

Tuttavia, non basta curare, cioè seguire gli aspetti medici, riabilitativi della disabilità (nel mio caso visite audiologiche, esami audiometrici, interventi logopedici frequenti, protesizzazione, aspetti che non mi sono mai mancati). È importante anche e soprattutto aver cura, ossia recuperare la dimensione emotiva, affettiva, sociale e metterla in relazione con quella somatica e cognitiva. Occorre intervenire sull’ambiente circostante in modo che esso sia adatto ai bisogni ed alle capacità della persona: eliminare dunque le barriere fisiche (nel mio caso uso di strumenti/ausilii di vario tipo). Tuttavia, le barriere più pesanti da superare sono quelle psicologiche, legate al grado di accettazione e di accoglienza da parte dell’ambiente circostante di fronte alla disabilità.

Nei contesti educativi, a scuola prima di tutto, occorre abbandonare gli appelli alla buona volontà, le prediche moraleggianti, per quanto si sia animati dalla buona intenzione di favorire accoglienza ed accettazione. Occorre essere realisticamente consapevoli che, non solo la persona con disabilità prova vissuti pesanti, che vanno messi in parola nel gruppo, ove la disabilità ovviamente lo consenta; ma anche il gruppo che l’accoglie. La disabilità è emotivamente disturbante. La disabilità, nel gruppo classe ad esempio, provoca inevitabilmente vissuti emotivi che culturalmente vengono additati come “cattivi” ed inaccettabili: fastidio, paura, rifiuto, insofferenza, insopportazione, vergogna, disgusto (penso ad alcune disabilità visivamente pesanti che ho incontrato nella mia carriera, come alunne che perdevano le bave…)

È importante che questi vissuti emotivi possano essere mentalizzati, messi in parola, perché ciò che non trova spazio nella mente e nella parola può trasformarsi in agìto: esclusione, ostracismo (“non ti vedo, per me non esisti”) , presa in giro, o peggio atti di bullismo. Pertanto, occorre favorire a scuola – come in tutti i contesti educativi – modalità esperienziali, di gruppo, finalizzate a sviluppare l’intelligenza emotiva, e quindi la capacità di riconoscere di dare un nome ai propri vissuti emotivi anche “negativi”, di riconoscere le proprie fragilità e difficoltà, di mettersi nei panni di chi ha una difficoltà. A scuola ad esempio il mio modello di accoglienza nelle classi prime è immediatamente inclusivo. Le attività, in cerchio, che svolgo sin dai primissimi giorni, e che attuo con sistematicità nelle mie classi almeno una volta al mese, adottano la metodologia dell’intelligenza emotiva del Centro Studi “Hansel e Gretel” di Moncalieri e sono finalizzate a che i ragazzi si conoscano, diano un nome alle emozioni, a sviluppare ascolto, empatia, tra di loro, ma anche nei confronti del compagno con disabilità. Alla maggior parte delle attivazioni prendono parte i ragazzi disabili, ma talvolta no: approfitto della loro assenza affinché i compagni possano sedersi nella cosiddetta “sedia del disabile”, mettersi nei suoi panni, calarsi in lui, nei suoi vissuti, raccontarsi al suo posto in prima persona, e possano anche parlargli, esprimere ad esempio la propria impotenza, la propria frustrazione, ma anche il proprio fastidio.

Il mio lavoro, che va ben oltre i primi mesi di scuola e che dura tutti e 5 gli anni di liceo, è finalizzato a far “sentire nella pancia” (e non a capire con la testa) che il diverso, chiunque esso sia, non si identifica con la sua diversità, è una persona che condivide con gli altri un’umanità comune fatta di paura, dolore, rabbia, ma anche di gioia e ricchezza, risorse, opportunità di crescita per tutti.

La diversità non è un difetto, ma una ricchezza. Da un lato la disabilità è il mio limite oggettivo innegabile. La sordità infatti non mi permette di discriminare tutti i discorsi nella loro completezza, non mi consente di capire al cinema ed a teatro, mi rende difficoltoso l’uso del telefono, la sordità senza strumenti mi fa precipitare in un silenzio cupo ignoto ai normoudenti, la sordità mi taglia spesso fuori dai momenti relazionali ludici, di battuta, di scherzo. Dall’altro lato però la sordità è anche la mia risorsa: mi rende attentissima agli aspetti non verbali della comunicazione, mi fa leggere il labiale come fosse lingua madre, mi ha resa attenta alle difficoltà altrui. Ad oggi credo che la mia disabilità sia una ricchezza per le mie alunne. Con convinzione e senza paura di apparire presuntuosa, oggi affermo che le mie allieve sono fortunate ad avere un’insegnante disabile, che si presenti subito ai loro occhi con una difficoltà oggettiva, che dica loro quali sono i suoi “bisogni educativi speciali”, che non si nasconda dietro un ruolo rigido e precostituito, che si manifesti come persona con punti di forza ma anche di debolezza. L’insegnante disabile consapevole ed emotivamente attrezzato può fornire un efficacissimo esempio di come le difficoltà e di ciascuno possono essere tenute nella mente e affrontate, elaborate, di come la classe possa divenirne un contenitore accogliente, produrre agio e favorire l’apprendimento. Così come ogni ragazzo disabile è fonte di ricchezza per i compagni individualmente e come gruppo.

“La presenza di Katia in classe ci rende migliori”: questa è la frase di una delle mie alunne di seconda che accolgono Katia, una compagna autistica.

 

 

 

 

 

 

 

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