GIÙ DAL VIADOTTO UN TRAGICO SEGRETO DI FAMIGLIA?

Lui ha avuto il tempo di lasciare il suo appartamento a Chieti Scalo, raggiungere la casa di Pescara e portarsi via la figlia Ludovica di 10 anni fino ad un viadotto dell’autostrada A14: circa 16 chilometri che si percorrono in una ventina di minuti. L’ultimo viaggio di Ludovica con il suo papà, Fausto Filippone, 49 anni, dirigente d’azienda.

Che cosa avrà detto l’uomo alla sua bambina prima del consumarsi della tragedia? E che cosa deve aver pensato Ludovica in quei 20 minuti? Quale angoscia deve aver vissuto la piccola…

L’uomo ha fermato la sua macchina, una Bmw X1, ha percorso circa 200 metri a piedi tenendo la figlia per mano e poi, sotto gli occhi degli agenti della polizia stradale, l’ha gettata nel vuoto facendola precipitare da un’altezza di circa 40 metri.  Poi lunghe ore di terribile attesa prima di gettarsi a suo volta nell’abisso.  Prima del suicidio uno psichiatra, dottor Di Giannantonio,ha cercato di entrare in contatto con lui ed, invano, di dissuaderlo dal gesto estremo…

«Durante l’intero arco di tempo», ha affermato questo psichiatra, «abbiamo tentato di farlo riflettere sulla possibilità di non portare a termine quel disegno autodistruttivo che aveva avuto nel corso della giornata due terribili precedenti».

Prima di uccidere la figlia, l’uomo aveva buttato dal balcone anche la madre di Ludovica.   Un duplice femminicidio.   Subito dopo aver buttato la donna dal balcone  sembra che l’uomo sia apparso stranamente distaccato. Si è allontanato velocemente per andare a prendere la figlia Ludovica dai parenti e poi portarla sul viadotto Alento dell’A14 a Francavilla al Mare, per l’ultimo lancio.

«Abbiamo tentato in tutti i modi – prosegue lo psichiatra –  di convincerlo, anche sulla possibilità di intervenire per tentare di salvare la vita della ragazza. Il paziente non aveva alcuna capacità di analisi lucida della realtà, ma una visione di se stesso, della situazione, delle proprie prospettive e del proprio futuro assolutamente negativa. Si considerava senza speranza, senza alcuna via d’uscita».

Scrive il Centro, il quotidiano dell’Abruzzo, che riporta l’intervista allo psichiatra:  “Un avvenimento che si è verificato circa un anno e mezzo fa, del quale tuttavia l’uomo non ha voluto parlare, sarebbe all’origine del dramma. «Affermava di non essere mai stato una persona cattiva, scorretta, e che alcune condizioni della propria esistenza», prosegue Di Giannantonio, «erano state cambiate radicalmente nell’ultimo anno e mezzo, modificandone profondamente la personalità, l’approccio verso l’esistenza,  … depressione, ritiro sociale, distacco dalle relazioni familiari, ancorché avesse conservato una vita sociale apparentemente normale. È riuscito a tenere per sé la gravità del disagio, la sua distruttività. Apparentemente, e in maniera formale, è riuscito a condurre agli occhi degli altri un’esistenza che non aveva alcunché di patologico».

La crisi psichiatrica iniziata nei mesi precedenti, poi si è acuita. «Il paziente ha evitato qualsiasi tipo di aiuto, da parte della famiglia, che si era prodigata nel comprendere le ragioni di questo disagio, degli amici. Gli era stato proposto di farsi aiutare», aggiunge lo psichiatra, «di farsi vedere, ma lui ferocemente ha rifiutato ogni forma di aiuto, anzi ha diffidato le persone che gli stavano accanto dall’approfondire le ragioni di questa sua sofferenza che faceva di tutto per negare. Fino a questo drammatico epilogo, segno della patologia esplosa al massimo livello di gravità».

Il profilo che traccia lo psichiatra allude ad «una personalità nota per alcuni tratti di precisione, rigidità, obbligo alla perfezione. Sicuramente una struttura con tratti di vulnerabilità al giudizio degli altri, come se fosse dipendente da quello che potevano pensare di lui. Quando una serie di cose accadute nella sua vita ha cominciato a incrinare questa sua immagine priva di difetti, ombre e incertezze, cosa che ci ripeteva in continuazione», sottolinea il professor Di Giannantonio, «evidentemente ha cominciato ad andare in crisi, rispetto a questa immagine di sé, senza una sintomatologia tale da dover essere ricoverato. Un fuoco drammatico, che covava sotto la cenere e che lo ha costretto a uno sforzo infinito perché nessuno se ne accorgesse: il primo che non doveva accorgersene era esattamente egli stesso».

Quest’uomo si è portato dietro, giù dal viadotto e, nel suo volo verso la morte il suo mistero … O forse un segreto di famiglia?  “Segreti di famiglia” è il titolo di uno dei primi libri comparsi in Italia  sull’abuso sessuale intrafamiliare.

Dopo aver gettato giù dal viadotto la figlia l’uomo, aggrappato alla rete di protezione e con i piedi poggiati su una soletta di cemento, non ha consentito ai soccorritori di avvicinarsi al corpo della ragazzina, che egli stesso aveva fatto cadere, minacciando di suicidarsi.  Per ore in bilico sulla precaria posizione ha urlato “Scusa”, “Scusa”. Di cosa? Ludovica non potrà dare più risposte? Un senso di colpa che uccide?

Quando è iniziata la violenza sulla piccola Ludovica? Un dramma della follia, come si suole dire?  O un segreto di famiglia, indicibile ed orribile, che deve essere silenziato con la morte?

 

 

 

Psicologo, psicoterapeuta, direttore scientifico del Centro Studi Hansel & Gretel

Claudio Foti

Psicologo, psicoterapeuta, direttore scientifico del Centro Studi Hansel & Gretel

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