IL METODO SALOMONE-DI MAIO-SALVINI: TAGLIARE IN DUE I BAMBINI NEI CASI DI SEPARAZIONE

Di Martina Davanzo e Claudio Foti


Di fronte alla presa di posizione da parte dell’Associazione Rompere il silenzio. La voce dei bambini si è sollevato un coro di persone dalle voci contrastanti. La critica all’introduzione dell’obbligo alla bigenitorialità in tutti i casi di separazione è parsa ad alcuni un’eresia.    Chiariamo le cose: la bigenitorialità per noi è un valore importantissimo che richiede tuttavia genitori che siano almeno un po’ responsabili, emotivamente competenti e sensibili e non già genitori violenti ed incapaci di uscire dal proprio narcisismo.

Il diritto dei bambini di trascorrere un tempo equo con entrambe le figure genitoriali in situazioni di separazione  familiari è un’ideale a cui aspirare, ma non può essere un automatismo che si impone in tutte le situazioni anche in quelle (e sono numerosissime) dove circola violenza domestica, dove lo stile quotidiano di un genitore dominante (spesso il padre),  è quello della sopraffazione e della pretesa aggressiva nei confronti del partner e nei confronti dei figli.  L’affido condiviso non può essere un punto di partenza, che un padre (o una madre) può esigere come  diritto acquisito indipendentemente dal proprio impegno genitoriale,  con il medesimo atteggiamento di pretesa che si può avere di fronte ad una proprietà. La suddivisione al 50% del tempo per stare con i figli  non può essere un assegno che si va a riscuotere. Se il contratto del nuovo governo diventasse realtà sulla questione dell’affido condiviso obbligatorio molti genitori non avrebbero alcuno stimolo a riflettere sul proprio comportamento e a migliorare il proprio impegno verso i figli.  Si tratterebbe piuttosto di alzare la voce e di combattere meglio per esigere il diritto acquisito sulla proprietà dei figli.

 

Questa situazione non verrebbe attutita dall’obbligo della mediazione,  perché la mediazione nelle situazioni di violenza domestica o di violenza assistita non serve anzi è pericolosa perché può essere paralizzata oppure all’opposto strumentalizzata dal genitore più forte e più violento.

 

Già oggi molti genitori sventolano la bandiera del diritto alla bigenitorialità senza pensare minimamente a come conquistare ed onorare il ruolo genitoriale, senza sviluppare un’iniziativa affettiva verso i figli degna di questo nome, senza la minima capacità di mettersi in discussione, ma al contrario chiedendo di avere i figli con sé così come si pretende di avere la mobilia al 50%.

 

Tra i commenti contrastanti con la nostra iniziativa abbiamo trovato una storia ormai troppo comune al giorno d’oggi. È la storia di un padre separato che chiamiamo Lorenzo, difendendo a spada tratta il diritto alla bigenitorialità, racconta la sua triste vicenda sostenendo, con rammarico, che un padre separato deve oggi dimostrare la sua innocenza per poter vedere i propri figli. Un ritratto fin troppo sincero quanto ingiusto di ciò che accade nelle aule di tribunale, dove le madri vengono, nella quasi totalità dei casi, considerate il genitore più adatto a garantire il benessere dei bambini, relegando i padri in una posizione secondaria. Il racconto continua narrando che i giudici e i consulenti hanno deciso di ignorare sia le denunce mosse contro la ex-moglie per maltrattamento, sia la volontà dei bambini di trascorrere la metà del tempo con il papà, preferendo l’affidamento materno. Non abbiamo elementi sufficienti per valutare la decisione del giudice in questo caso, tuttavia possiamo affermare che casi come possono esistere e talvolta possono danneggiare i padri e non le madri.

 

Quando si contrasta il diritto alla bigenitorialità a tutti i costi si viene spesso etichettati come sostenitori a priori delle madri separate a scapito dei padri: ma non è così.  Spesso (ma non sempre e non a priori ) stiamo dalla parte delle madri, perché le madri in molte situazioni familiari sono oggetto di violenza e soprattutto risultano spesso le figure maggiormente protettive verso i figli.  Rompere il silenzio. La voce dei bambini sta innanzitutto dalla parte dei bambini.  Anche nella vicenda di Lorenzo, che abbiamo riferito, sembra che sia mancato l’ascolto del bambino.

 

Cosa succederebbe se venisse introdotto l’obbligo dell’affidamento condiviso?

Pensiamo ai casi numerosi  in cui un genitore maltrattante o abusante non venga condannato per mancanza di prove o perché i bambini non vengono considerati testimoni attendibili (cosa che, purtroppo, accade molto spesso): ognuno dei genitori lotterebbe per difendere il suo diritto alla bigenitorialità. Il bambino, posto in questa situazione, sia quello tutelante che quello violento, potrebbe lamentare a gran voce il suo malessere o rifiutarsi persino di incontrare il genitore maltrattante, tuttavia l’obbligo dell’affidamento condiviso finirebbe per costringere quel bambino a vedere, in egual misura, il genitore tutelante e il genitore maltrattante: il tutto con effetti devastanti per il bambino che non solo vedrebbe disintegrarsi la tutela del suo superiore interesse, ma sarebbe costretto e vivere in una situazione di maltrattamento. Non solo: ma il genitore tutelante, nel caso non volesse obbligare suo figlio a vedere il genitore che lo ha maltrattato, potrebbe essere accusato di essere un genitore alienante finendo per produrre l’esito peggiore. Se il genitore più rispettoso dei figli venisse etichettato come un genitore alienante, l’autorità giudiziaria potrebbe far decadere la responsabilità genitoriale del genitore tutelante, ora considerato alienante, e il bambino finirebbe per essere affidato esclusivamente al genitore che, sin dal principio, si era rivelato maltrattante.

Il diritto alla bigenitorialità è già sancito dalla legge 54 del 2006: per garantire un più equo trattamento tra i genitori non serve renderla un obbligo ma sensibilizzare i magistrati ad un utilizzo più coscienzioso di tale principio. Un affidamento condiviso dovrebbe essere disposto in tutti i casi in cui entrambi i genitori si rivelino figure positive per il bambino, tutelanti del suo superiore interesse.  Ma purtroppo questa non è una situazione diffusissima e scontata.  Se uno dei genitori, per provate ragioni, si rivelasse non tutelante per il minore, non avrebbe senso l’affidamento condiviso.  Rendere l’affidamento condiviso obbligatorio  significherebbe mettere i minori in una situazione di pericolo ogni qualvolta non fosse possibile procedere ad una condanna nei confronti del genitore maltrattante e/o abusante, evenienza che si verifica troppo spesso.

Pertanto sosteniamo che non dovrebbe essere introdotto tale obbligo ma che il perseguimento del diritto alla bigenitorialità dovrebbe essere tutelato esclusivamente da un intervento più formato, informato e aderente alla particolarità del singolo caso da parte dei magistrati e dei consulenti che si occupano di diritto di famiglia e soprattutto da una nuova capacità di ascolto dei bisogni emotivi ed evolutivi del bambino.

Serve un diritto alla bigenitorialità più tutelato e più riferito alle esigenze del bambino e al suo diritto di essere ascoltato, non un obbligo alla spartizione dei figli come se fossero un bene materiale senza vissuti emotivi da tenere in considerazione.

 

 

Martina Davanzo

Psicologa laureata in psicologia criminologica e forense

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