LA CASA INTERNAZIONALE DELLE DONNE:

Di Martina Fabbri


La Casa internazionale delle donne ha una lunga storia che comincia il 2 ottobre del 1976 quando i movimenti femministi romani occupano palazzo Nardini, un immobile del quattrocento vicino a via del Governo Vecchio, dietro piazza Navona.

All’interno del palazzo si sperimentavano spazi di autoaiuto per la conoscenza del proprio corpo e la salute riproduttiva, consultori per le donne che volevano abortire in un paese in cui l’interruzione di gravidanza era ancora illegale, ma anche servizi di consulenza legale e centri di ascolto per le donne vittime di violenza, un asilo, diversi progetti culturali, attività teatrali, riviste.

A partire dal 1981 le donne della Casa cominciano una trattativa con le istituzioni cittadine per l’assegnazione di un luogo in cui trasferire le proprie attività, perché palazzo Nardini era in condizioni sempre più fatiscenti.

Il 29 marzo 1985 il sindaco democristiano di Roma, Nicola Signorello, decise di sgomberare palazzo Nardini e di concedere alle femministe romane un’ala del palazzo dell’ex convento del Buon Pastore a Trastevere, un vecchio penitenziario femminile in disuso.

Nel 1992, grazie al sostegno del Coordinamento donne elette del Comune di Roma, il movimento femminista romano confluisce nel Progetto Casa Internazionale delle donne, elencato tra le opere di Roma Capitale e approvato dal Comune stesso. La Casa Internazionale delle Donne diventa organismo autonomo preposto a valorizzare la politica delle donne, offrire servizi e consulenze.

Questo luogo, unico nel suo genere, è un luogo storico, riferimento per oltre 30.000 donne che la visitano ogni anno e delle numerose associazioni che la fanno vivere, il punto di incontro, confronto culturale e politico, di crescita personale e professionale, l’archivio del femminismo, la sede di tante battaglie delle donne contro discriminazioni e violenze, una struttura aperta che guarda al territorio e al mondo, un laboratorio dove si coniuga la politica di genere, un centro cittadino, nazionale e internazionale di accoglienza, d’incontro, di promozione dei diritti, della cultura, delle politiche, dei “saperi” e delle esperienze prodotte dalle e per le donne, un centro di accoglienza e sostegno alle donne in difficoltà e/o vittime di violenza, un luogo di promozione della legalità, contro le mafie e la criminalità organizzata.

Un luogo che ha bisogno della forza e della costanza delle associazioni e delle donne che lo abitano. Oltre una decina di dipendenti, con la loro professionalità tengono vivo un ristorante, una segreteria organizzativa, una foresteria e un centro congressi. Il magnifico scenario della Casa internazionale è abitato da eventi di teatro, musica e spettacolo sempre più numerosi e d’alto spessore, che rendono la Casa Internazionale delle Donne un centro propulsore della cultura e delle azioni delle donne.

Per gestire e mantenere tutto questo vi è bisogno di risorse: una tessera di sostegno viene prodotta ogni anno e, in cambio di convenzioni speciali con altre strutture chiede un piccolissimo/grande contributo a tutti sia associazioni che ospiti della Casa.

Dal 2001 la Casa ha accumulato con il comune un debito di circa 800mila euro di affitto non pagato e ora rischia di chiudere perché il comune vuole riprenderne possesso e indire un bando di gara per l’assegnazione degli spazi e dei servizi, dopo una mozione presentata il 17 maggio dai consiglieri del Movimento 5 stelle e approvata dall’assemblea capitolina, malgrado una trattativa avviata per risolvere la situazione.

Eppure, le donne che la animano hanno spiegato che la Casa ha pagato per tutti i 15 anni di gestione, buona parte del canone e ha sostenuto gli ingenti costi di manutenzione di cui uno stabile storico, quale è il complesso del Buon Pastore, necessita.
Il tutto senza contributi e finanziamenti pubblici, solo con l’autofinanziamento.

Infatti la Casa internazionale delle Donne non ha mai gravato economicamente sull’amministrazione capitolina (se non come mancato introito derivante da un canone di locazione insostenibile di € 9.000 al mese). L’amministrazione comunale non tiene conto dei servizi sociali, culturali, di tutela dei diritti e della salute delle donne erogati in oltre 20 anni e la costante ottima manutenzione dello storico Palazzo del Buon Pastore.

Nonostante il debito con il comune superi gli 800mila euro di affitto non pagato, le attiviste sottolineano che 600mila euro sono stati versati nelle casse del comune come parte dell’affitto e che inoltre le associazioni si sono occupate di tutte le spese di manutenzione ordinaria e straordinaria dello stabile per un valore che hanno valutato intorno ai 300mila euro.

La Presidente della Casa, Francesca Koch, dichiara che mesi fa si sono sottoposte al comune una serie di proposte, tra cui l’abbattimento dell’affitto in base alla legge sul terzo settore, la rateizzazione del debito, il riconoscimento dei crediti che la Casa vanta con il comune.

Oltre non aver ricevuto in merito un riscontro dal Campidoglio, il 2 maggio scorso, la presidente della commissione delle elette dei cinquestelle Gemma Guerrini ha presentato una relazione, senza preavvisare la Casa, in cui definisce il progetto Casa Internazionale delle Donne ‘fallimentare’, facendo leva sul presupposto del mancato versamento dell’affitto. Sulla base di questa relazione Guerrini ha articolato una mozione, approvata dall’assemblea, in cui chiede al Campidoglio di riprendere in mano la Casa per “allineare i progetti alle esigenze del comune” e indire un bando di gara per i servizi, non tenendo conto delle proposte fatte dalle associazioni che risiedono nella Casa”. Inoltre rimuove completamente la dimensione storica e politica delle associazioni che animano il centro.

“Noi siamo innanzitutto un soggetto politico, mentre nel bando di gara cade l’autonomia di questo spazio, oltre che la caratteristica di uno spazio gestito dalle donne per le donne. È clamorosa l’ignoranza degli amministratori, è come se volessero fare piazza pulita di tutta la storia, è come se la storia cominciasse con il loro arrivo”, afferma la Presidente della Casa. “Sindaca e amministrazione comunale hanno, ovviamente, tutta la libertà di fare progetti per le donne, ma non come Casa internazionale delle donne. Quello della Casa internazionale è il progetto dei movimenti femminili e femministi, lo è da quarant’anni e tale deve restare. La nostra autonomia e la nostra storia non sono oggetto di discussione”.

Per questo le attiviste della Casa hanno chiesto alle donne (e non solo) di mobilitarsi sottoscrivendo una petizione in difesa della casa e hanno chiesto di incontrare la Sindaca Virgilia Raggi. Nell’incontro, presenti anche le assessore Laura Baldassarre, Rosalba Castiglione e Flavia Marzano, la sindaca ha confermato la sua posizione, non concedendo nessuna apertura: la Casa internazionale delle donne tornerà nelle mani dell’amministrazione che ne vuole fare “un centro di coordinamento per i servizi” e vuole fare un bando di gara per assegnare i luoghi e i servizi che si svolgono all’interno del centro.

Giulia Rodano, ex assessora regionale alla Cultura, contesta alcune delle notizie circolate in questi giorni, bollate come fake news: «Il Campidoglio nega che ci sia il rischio di sfratto, ma l’alternativa al piano di rientro del debito è il recupero del bene». E manda un messaggio alla consigliera Gemma Guerrini, prima firmataria della delibera votata in consiglio comunale: «Continua a dire che il Comune vuole creare un centro di coordinamento di servizi a tutela delle donne e contro la discriminazione di genere, ma qui è attivo un consorzio di oltre 30 associazioni che ne fanno parte. Il nostro logo è depositato alla Camera di commercio. Dunque, se si vuole fare un’altra cosa si deve sfrattare la casa»

… e si allarga la rete in difesa della Casa internazionale delle donne. Mentre il collettivo annuncia la «mobilitazione permanente», in Regione Lazio si studia una delibera di giunta – tempo stimato per l’approvazione dell’atto è di un mese – per dichiarare la struttura del Buon Pastore «luogo di interesse pubblico», questo, pur restando l’immobile di proprietà del Comune, darebbe alla Casa una boccata d’ossigeno: «Stabiliremo una convenzione per usufruire della struttura — spiegano dal Consiglio Regionale —. Potremmo aprire sportelli e organizzare iniziative, al fine di offrire un aiuto anche di tipo economico».

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