IL PAESE DEGLI ADULTI PERDUTI CHE NON SANNO RICONOSCERE LA LORO RESPONSABILITÀ

Al festival della TV e dei nuovi media non poteva mancare l’incontro tra due giornalisti appassionati di inchieste sociali: Gad Lerner e Pablo Trincia si sono, infatti, confrontati sul tema “inchiesta, verità o giustizia” sul palco di Dogliani.

Lerner, in onda con La difesa della razza su Rai3, e prima autore di un’inchiesta su ricchezza e povertà, spiega come sia sempre più difficile raccontare la realtà: “Quando siamo andati a Rosarno nella piana di Gioia Tauro all’alba per incontrare gli immigrati che raccolgono gli agrumi e capire come vivono arrivava un giovane carabiniere che aveva fatto il turno di notte. Mi ha salutato e mi ha detto: ‘Vede quelli? Ora viene Salvini e li manda tutti via’. Prevale un sentimento di vendetta e poi mi chiedo: arriva l’uomo forte e poi gli agricoltori di Rosarno come fanno?”. Fare inchiesta sociale è importante, capire i punti di vista, perché il mondo in cui viviamo è sempre più complesso”.

Ma ciò che accomuna i due autori è l’interesse per la storia che, vent’anni fa, ha coinvolto le famiglie di Massa Finalese e Mirandola; mentre allora Lerner scriveva articoli di cronaca su un caso ancora aperto, oggi Trincia cerca di regalare alle persone la “verità” andando a bussare alle porte di quelle famiglie e cercando i bambini, oggi ormai adulti, coinvolti in quegli avvenimenti. E così nasce Veleno- il paese dei bambini perduti, il podcast scaricato da oltre un milione e mezzo di persone dal sito di Repubblica.it.

Un titolo accattivante, un argomento insolito ma in grado di catturare l’attenzione: “Si parla spesso di contenuti brevi, si continua a ripetere che la gente sia distratta ma se il racconto è bello ho sempre pensato che sia disposta a seguirti. Velenoracconta gli angoli bui della mente. È interessante cambiare angolatura, avere uno sguardo laterale, innovare il linguaggio ma cercare sempre la complessità. Veleno ci ha fatto scoprire la velocità dell’audio senza l’obbligo dell’immagine ma dietro c’è stato un lavoro lungo e approfondito, abbiamo cercato i documenti, rintracciato i bambini che furono protagonisti degli abusi. Bussare alle porte significava riaprire la ferita, ma era l’unico modo per cercare e raccontare la verità”. Queste, secondo Trincia, le caratteristiche che hanno reso Velenocosì ricercato e convincente: insomma, una buona tecnica narrativa e qualche escamotage per attirare l’attenzione degli ascoltatori e il gioco è fatto. Tutto sommato sembra così semplice “prendere all’amo” milioni di persone. Eppure non si parla della parzialità dell’inchiesta, condotta solo dall’angolatura dei condannati; non si parla dei bambini che quei genitori non li hanno più voluti sentir nominare; non si parla delle condanne che sono state inflitte alle famiglie ma solo di assoluzioni. Un bel colpo, insomma, quello dell’autore che con voce suadente e un personaggio che si spaccia come portavoce della verità assoluta va a bussare alle porte di quelle famiglie a distanza di vent’anni per raccogliere e divulgare la LORO verità.

Insomma, un incontro in cui si è parlato molto di “forma” e poco di “sostanza”; a quanto pare un bel tema, un veloce succedersi di interventi pieni di emotività e di particolari agghiaccianti è ciò che basta per convincere le persone che la storia di Mirandola e Massa Finalese sia stata, come la definisce l’autore, un’allucinazione collettiva. Ma allucinazione collettiva non è stata perché ha tenuto in questi 20 anni una ricostruzione giudiziaria che ha resistito pur con qualche modifica ai tre gradi di giudizio.  Ha tenuto una sentenza che ha attestato la convergente credibilità di 16 testimoni in età minore, hanno tenuto le dichiarazioni di quei bambini che oggi hanno raggiunto la loro maggiore età senza avere nessun pentimento, senza mai ricercare le loro famiglie, nelle quali evidentemente si sono consumate violenze ed  avvenimenti di tale gravità di averli tenuti per sempre lontani.

Tutto sommato viviamo in un paese dove di abuso sessuale non si può parlare troppo, perché ancora oggi costituisce una realtà di cui la comunità fa fatica ad attribuirsi la paternità: e quindi cosa potevamo aspettarci di fronte ad una storia, raccontata in modo sicuramente convincente, che si prende il merito di “smacchiare” gli abitanti della bassa di tutti gli atroci delitti che furono loro attribuiti?

Psicologa laureata in psicologia criminologica e forense

Martina Davanzo

Psicologa laureata in psicologia criminologica e forense

3 Comments

  • Gentile Martina,
    prima di scrivere un commento su un qualsiasi lavoro è bene essere preparati, onde evitare di scrivere sciocchezze.
    Da quello che scrive deduco che NON ha ascoltato la serie, e onestamente lo trovo abbastanza singolare, visto che addirittura le dedica un articolo. Se l’ha fatto, evidentemente non è stata attenta, o si è distratta pensando ad altro.
    Ora le spiego il perché. Lei scrive:
    “non si parla dei bambini che quei genitori non li hanno più voluti sentir nominare; non si parla delle condanne che sono state inflitte alle famiglie ma solo di assoluzioni.”
    Evidentemente non ha sentito le puntate 5,6 e 7, all’interno delle quali parliamo proprio del fatto che i bambini li abbiamo cercati (2 di loro peraltro ci hanno detto di avere seri dubbi su quello che hanno dichiarato da piccoli, ma a lei questo deve essere sfuggito, o forse le fa comodo ometterlo) e in generale abbiamo parlato del fatto che non vogliono tornare a casa.
    Per quanto riguarda le condanne, è evidente che non ha sentito la puntata 3, nella quale parliamo di Federico Scotta, condannato in via definitiva e l’inizio della puntata 5, in cui spieghiamo che ci sono state condanne e assoluzioni (basate tuttavia sempre e solo sulle stesse “prove”: ovvero, se un bambino accusa me e lei di averlo abusato, le prove sono sempre e solo le sue dichiarazioni e la relazione della dottoressa della Mangiagalli. Eppure capita che io venga assolto e lei condannata).
    Lei inoltre aggiunge:
    “Ma allucinazione collettiva non è stata perché ha tenuto in questi 20 anni una ricostruzione giudiziaria che ha resistito pur con qualche modifica ai tre gradi di giudizio.”
    Qualche modifica????? Lei non sa di cosa parla. Non sa che il processo Pedofili bis ha condannato tutti in primo grado a Modena, ma poi assolto TUTTI in appello e Cassazione a Bologna per quanto riguarda gli abusi nei cimiteri e comunque assolto anche dagli abusi domestici tre genitori, un fratello e una maestra e riabilitato Don Giorgio Govoni.
    Non sa che il processo Pedofili-ter ha assolto in via definitiva i coniugi Covezzi da ogni accusa, dopo 16 anni.
    Non sa che il processo di Reggio Emilia ai parenti della Covezzi ha assolto tutti con formula piena.
    Non sa che il quinto processo ha assolto l’avvocato dei Covezzi dall’accusa di aver minacciato uno dei loro figli.
    A quanto pare, Martina, lei non sa tante cose. Troppe cose. E non mi pare che le interessi capire.
    Eppure scrive anche:
    “Ha tenuto una sentenza che ha attestato la convergente credibilità di 16 testimoni in età minore, hanno tenuto le dichiarazioni di quei bambini che oggi hanno raggiunto la loro maggiore età senza avere nessun pentimento, senza mai ricercare le loro famiglie, nelle quali evidentemente si sono consumate violenze ed avvenimenti di tale gravità di averli tenuti per sempre lontani”.
    Errore grave anche qui. Dei sedici bambini allontanati, 6 avevano l’età inferiore a 3 anni, perciò non potevano testimoniare.
    Ne restano dieci. Tre dei quali oggi raccontano un’altra verità. Ma a lei questo sembra non interessare. Così come non le sembra interessare il fatto che un bambino allontanato in quella maniera, che non rivede più i genitori e si sente da loro abbandonato, e che si ritrova davanti a professionisti che in continuazione gli fanno intendere che i genitori abbiano fatto delle cose cattive, possa sviluppare crescendo un sentimento di odio e repulsione.
    Non ha letto di tutti i numerosissimi casi simili nel resto del mondo, di cui ormai è piena la letteratura scientifica?
    E dire che lei, Martina, si definisce una psicologa. Dovrebbe averlo studiato.

    Posso chiederle una cosa, con tutto il rispetto? Se evidentemente non ha tutte queste informazioni, per quale motivo scrive queste cose? Lo desidero davvero sapere, senza polemica.

    Detto questo, la invito a fare qualcosa di molto audace, che tuttavia richiede una grande prova di maturità e di umiltà. Si sieda, si infili le cuffie e ASCOLTI. Ma questa volta per davvero.

    Dopodiché Martina, per puro amore della verità, rettifichi quello che ha scritto. Non perché glielo chiedo io, per carità. E’ liberissima di scrivere tutto quello che vuole.

    Ma perché il suo articolo è pieno zeppo di errori. E sotto c’è la sua firma.

    Con rispetto,
    Pablo Trincia

    • Martina Davanzo

      (2 giugno 2018 - 21:59)

      Gentile Pablo,
      vedo che le parole di qualcuno che non ha creduto alla sua “verità” le suscitano qualche fastidio. Lei indubbiamente ha dedicato anni di lavoro per dimostrare che tutta la gravosa e vastissima indagine di giudici, periti e psicologi per la vicenda della bassa Modenese, conclusasi con la condanna di diversi imputati dopo i tre gradi di giudizio, sarebbe a ben vedere tutta fuffa.
      E siccome lei comprensibilmente ha faticato tanto per fare uscire “Veleno” pretenderebbe che il suo documentario venga esaminato con lo stesso atteggiamento di studio esegetico con cui i rabbini studiano la Torah. Io non ho certo dedicato alla sua inchiesta giornalistica un tale lavoro di religiosa analisi, ma l’ho esaminato a sufficienza per maturare la convinzione che un numero rilevante di bambini testimoni in quella vicenda sono stati ritenuti dalla magistratura credibili vittime di violenze e che Veleno si pone la finalità di distruggere la sofferta e convergente testimonianza di quei bambini. 16 sono i bambini allontanati dalle loro famiglie e non i bambini testimoni (che erano comunque ben 10) ma la sostanza, Pablo, non cambia.
      Lei fa un elenco indubbiamente fondato di assoluzioni. Ma il suo scopo è quello di impressionare come fanno gli illusionisti che portano il pubblico a spostare il focus dell’attenzione su ciò che a loro fa comodo, in questo caso sui processi che non hanno raccolto prove sufficienti e che dunque si sono doverosamente conclusi con l’assoluzione, per distrarre l’attenzione dai processi che hanno raccolto prove sufficienti e dunque si sono conclusi con la condanna. Come scrive la giunta dell’Associazione Nazionale Magistrati, caro Pablo, «va rimarcato che l’inchiesta giudiziaria ha condotto a plurime sentenze di condanna, fondamentalmente confermate sino in Cassazione, salvo che per alcuni imputati. È necessario ricordare che l’accertamento della commissione dei reati si compie nelle aule di giustizia. E non può essere rielaborato in contrasto con giudicati penali di condanna e, soprattutto, dando voce, senza alcun contraddittorio, ad alcuni testi e protagonisti della vicenda, alcuni dei quali anche condannati in via definitiva per delitti gravissimi, la cui repressione si fonda proprio sulla formazione della prova nell’immediatezza dei fatti a garanzia della sua genuinità, al fine di evitare la reiterazione nel tempo dei traumi, proteggere i testimoni da successive pressioni ed episodi di ritrattazione non certo infrequenti, nei casi di reati in danno di minori »
      Lei mi accusa di non aver sentito la serie e di non sapere molte cose ma forse è il caso che anche lei si faccia un esamino di coscienza: parla di abusi rituali, di pedofilia, di come un bambino che “allontanato in quella maniera, che non rivede più i genitori e si sente da loro abbandonato, e che si ritrova davanti a professionisti che in continuazione gli fanno intendere che i genitori abbiano fatto delle cose cattive, possa sviluppare crescendo un sentimento di odio e repulsione”; ma lei questi bambini li ha mai visti? Li ha mai sentiti raccontare le atrocità che, spesso, vengono loro inflitte? Dubita della mia competenza con un tono dove non si ritrova nemmeno un briciolo del rispetto che enuncia sopra la sua firma, tuttavia se non erro lei è un giornalista, non uno psicologo. Lei non si occupa di maltrattamenti e abusi sessuali su minori e, se permette, è proprio lei quello che non sa molte cose: lei fa interpretazioni sul funzionamento psichico profondo, interviene su questioni come il vissuto di abbandono, la suggestione, l’induzione (che non sono la stessa cosa), il conflitto intrapsichico, la genesi dell’odio, la ritrattazione … Complimenti!
      Quattro di quei bambini (oggi divenuti adulti) un tempo ritenuti dalla magistratura credibili vittime di violenze hanno scritto: «Sui media e nei pubblici dibattiti, si dà spazio a persone che hanno scontato pesanti condanne per aver abusato dei propri figli. Non ci siamo mai sentiti ‘rapiti’ dalle istituzioni, ma, al contrario, da queste tutelati e protetti. Non abbiamo mai chiesto in questi anni di rivedere i nostri parenti naturali, non abbiamo pianto quando abbiamo saputo che qualcuno di loro non c’era più». Dunque la sua straordinaria interpretazione psicologica è la seguente: questi bambini divenuti adulti sono stati suggestionati 20 anni fa da alcuni psicologi (che negli ultimi anni non hanno certo rivisto) e per questa potentissima azione suggestiva, pur non avendo subito violenze dai loro genitori anche di fronte al loro funerale si sono guardati bene dal riprendere i contatti con la famiglia d’origine…
      Vede, caro Pablo, un giornalista può occuparsi di fatti di cronaca, esprimendo la propria opinione, ma non può pretendere di ricostruire la verità di qualcun altro solo spulciando delle carte giudiziarie o tentando di avere colloqui con le vittime o con le persone condannate senza attivare l’impegno dell’ascolto. Lei ha ricostruito la SUA verità, non la loro. E per di più lo ha fatto vent’anni dopo l’accaduto, pretendendo che delle vittime, che allora erano bambini, potessero coerentemente riportarle i fatti successi all’epoca. Se non ha mai studiato la psicologia infantile, la psicologia della testimonianza né la psicologia del trauma non dovrebbe nemmeno azzardare delle pseudo diagnosi come ha fatto nella puntata 7 con la madre di Dario, o con lui stesso credendolo afflitto da pensieri persecutori, o nella puntata 5 cercando di comprendere le motivazioni per cui Alessandro oggi non ricordi le sue dichiarazioni, o quando parla di falsi ricordi, isteria collettiva, psicosi pedofilia.
      Forse anche lei ha delle cose da imparare, cose che non sa e su cui non ha riflettuto prima di ideare questa serie. Forse la verità di cui, in modo piuttosto presuntuoso, si predice svelatore credo sia la sua, non la loro. Forse se crede che una vittima di abusi sessuali possa raccontare l’inferno che ha vissuto al primo giornalista che, piantonandolo sotto casa, si presenta a fargli delle domande allora non ha la minima idea di cosa significhi subire e ricordare quei momenti. Alcune vittime, pur arrivando in terapia volontariamente, ci mettono anni a raccontare ciò che hanno vissuto e pretendere di ottenere la verità nella maniera con cui si è posto lei è decisamente poco rispettosa nei loro confronti.
      Ha cercato di mettere in luce la presenza di vittime che non ricordano, che dubitano che quei fatti siano successi davvero, eppure ci sono altre vittime che hanno fatto l’appello sopracitato tramite il loro legale per ribadire che si sono sentiti protetti dalle istituzioni ora come allora, non usati o manipolati, “ma a lei questo deve essere sfuggito, o forse le fa comodo ometterlo”.

      Lei è stato in grado di trovare un argomento interessante, affrontarlo in maniera seduttiva e proclamarsi dalla parte dei bambini con atteggiamento falsamente empatico nei loro confronti. Purtroppo non è stato né rispettoso né d’aiuto a quelle vittime: ha riaperto ferite che hanno cercato per anni di guarire, senza curarsi delle conseguenze di questo gesto, conseguenze di cui qualcuno dovrà prendersi cura al posto suo. Un atto che mostra, purtroppo, la sua ignoranza di questi argomenti.
      Dice che la ricerca della verità è l’unica cura. Una cura per chi? E soprattutto quale verità? La sua?
      Quando vorrà condurre una ricerca davvero informata su ciò che sta andando ad indagare tenga conto che la letteratura scientifica ha sviluppato un dibattito piuttosto articolato. Le faccio un solo esempio. Lei sottolinea che tre dei bambini testimoni di allora raccontano oggi un’altra verità.
      Ma lei è a conoscenza che ci sono studi importanti sulle ritrattazioni dei bambini abusati sessualmente. E’ stata compiuta per es. una ricerca37 analizzando la testimonianza di 116 casi di bambini abusati nei quali l’abuso è stato accertato in sede giudiziaria (l’imputato ha confessato, oppure è stato condannato, oppure ancora ci sono referti medici che comprovano inequivocabilmente l’abuso). In questa ricerca emerge che nel corso della rivelazione il bambino può attraversare nel 22% dei casi la fase della ritrattazione totale o parziale e della successiva riaffermazione, in base a cui la rivelazione dell’abuso viene riconfermata dopo la ritrattazione in una fase successiva nel 93% dei casi.
      In tutta la sua indagine lei parte dal presupposto ingenuo che se un bambino è stato abusato allora è in grado di parlarne con precisione. In una ricerca38 svolta da Faller, tra le più autorevoli studiose del fenomeno, su 103 casi di abuso in cui l’imputato ha addirittura confessato, emerge fortemente questa difficoltà: il 9% delle vittime infatti non ha mai rivelato l’abuso neppure dopo la confessione dell’imputato. Lawson e Chaffin riscontrano risultati simili in una ricerca svolta su minori dai tre a dodici anni sottoposti a visite mediche in quanto affetti da malattie veneree: il 57% di essi non riescono a rivelare l’origine dell’infezione. Ciò che lei bellamente e sistematicamente ignora è la difficoltà enorme dei bambini a parlare degli abusi subiti, tanto più pesante è stata la vittimizzazione.

      Pablo, “posso chiederle una cosa, con tutto il rispetto? Se evidentemente non ha tutte queste informazioni, per quale motivo scrive queste cose? Lo desidero davvero sapere, senza polemica.”

      Martina Davanzo

  • questi casi mi fanno ancora dolore e sofferenza,quasi un male fisico come quello delle vittime,ci vuole il rispetto,la riservatezza e il diritto all’oblio se nelle vittime non è stata attivata una resilienza che li renda forti della dignità,consapevolezza,forza dell’aver subito danno da agressori che non hanno tenuto conto che il minore in quanto tale non poteva consentire,alibi vigliacco usato da tanti pedofili o presunti autori di scoop,grazie maria rosa dominici

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