LA VITTIMA UN PO’ SE L’È VOLUTA …

Di Francesca Imbimbo


“Mia moglie deve farsi perdonare” recita un titolo di giornale relativo alle ultime parole pronunciate dal manager Fausto Filippone, prima di gettarsi dal cavalcavia dell’autostrada. Il sottotitolo aggiunge che un testimone avrebbe detto “Li ho sentiti litigare”. L’articolo riguarda le circostanze dell’omicidio di una donna, Marina Angrilli, e della sua bambina di 10 anni, Ludovica, da parte del marito e padre, che poi si è suicidato. Colpisce come, a fronte di un delitto tanto terribile ai danni di una donna e di una bambina, sia necessario supporre, lasciare intendere, ipotizzare una qualche colpa della donna che possa aver portato il marito al gesto estremo: il momento di follia altrimenti inspiegabile.

Negli stessi giorni, un’altra notizia passa relativamente sotto silenzio: il sindaco di Tenno, in Trentino, si dimette dopo che la sua proposta di dedicare una lapide a una giovane donna, uccisa un anno fa dal fidanzato, non trova consenso nel paese. Anna Chiara aveva 22 anni quando è stata uccisa a colpi di pistola da Matteo, che di anni ne aveva 24. La famiglia della ragazza ha chiesto all’amministrazione comunale che potesse esserci un ricordo permanente di lei come vittima di femminicidio. Il sindaco ha subito accolto questa richiesta e ha tentato di promuovere l’iniziativa come amministrazione, senza però riuscirci: il paese infatti si è diviso, perché molti vedono come vittima lo stesso omicida, dato che alla fine si è tolto la vita. Il sindaco, di fronte all’impossibilità di ricordare degnamente la ragazza, ha dato le dimissioni.

La cronaca, che ci raggiunge quasi quotidianamente con notizie di violenze a danni di bambini e di donne, ci parla anche di una difficoltà del nostro immaginario di poter chiaramente chiamare le cose con il loro nome: la vittima dovrà pur avere in qualche modo provocato il suo assassino o il suo violentatore, se la sarà cercata, perché l’autore della violenza, di solito, “era una bravissima persona”.

Sembra troppo disturbante e difficile provare ad analizzare certi fenomeni un po’ più in profondità, collegando l’uso della violenza – fisica, verbale, economica, sessuale – all’esercizio di un potere maschilista e adultocentrico che ancora caratterizza e permea la nostra cultura italiana, bianca, civile. Quando l’autore di un reato o di una violenza familiare è uno straniero, la condanna e il disgusto emergono chiari, univoci, perentori, perché riconducibili a culture altre ed evidentemente inferiori. Quando invece chi uccide o stupra è un bravo ragazzo italiano, un padre di famiglia senza macchia, un professionista insospettabile, non riusciamo ad attribuirgli la responsabilità di un gesto impulsivo e violento ai danni di un soggetto più debole, né tantomeno ci sforziamo di capire quello che può succedere nella mente e nel cuore delle persone, all’interno delle famiglie e quindi all’interno della nostra società. Non ripercorriamo i segnali che nessuno ha saputo o voluto leggere e accogliere, non cerchiamo una lettura che dia spazio a difficoltà e sofferenze che possono disturbare il nostro ideale di genitore, di coniuge, di famiglia.

Dato che non ci sforziamo di approfondire, di ricorrere a quadri interpretativi che mettono in discussione l’immagine del “bravo cittadino”, dell’”onesto padre di famiglia”, del “giovane volenteroso”, non rimane che riportare le responsabilità sulle vittime, che, guarda caso, sono donne, bambini e bambine. Le modalità, con cui troppo spesso i media trattano casi di cronaca dolorosi e violenti, rispecchiano purtroppo un atteggiamento culturale carico di stereotipi e un immaginario collettivo ancora patriarcale, basato su una centralità ideale e reale del maschio adulto e sulla squalifica e sull’invisibilità della vittima.

Un ultimo pensiero va alla piccola Ludovica, che è stata accompagnata mano nella mano dal padre sul cavalcavia, che è stata sollevata per la vita e scaraventata per un volo di trenta metri. Una vita che non ha trovato protezione e sembra non aver avuto voce né ascolto.

 

 

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