LE LACRIME CHE POSSONO CONFONDERE

Di Francesco Monopoli


Il noto programma “Le Iene” che ha prodotto e produce grande simpatia  e successo di ascolto ci ha abituato a produzioni di qualità molto differenziata.  Sul tema dell’abuso sessuale per esempio ci sono stati interventi molto interessanti che hanno messo in difficoltà e smascherato diversi violentatori.    E’ comparso recentemente un servizio apologetico.  Il 15 giugno va in onda un servizio dal titolo “Padre in fuga: pedofilo o vittima?

Se uno ha la pazienza di aprire il servizio dal sito della nota trasmissione potrà notare come il sottotitolo “Andrea è stato condannato per abusi sulla figlia di 2 anni. L’ultima sua speranza: la revisione del processo”

La trasmissione si era occupata già in passato di questa vicenda in cui un padre (nel servizio chiamato Andrea) era in attesa di una sentenza definitiva circa la colpevolezza di aver abusato della figlia che all’epoca aveva due anni.

Nella specifica puntata del 16 maggio la trasmissione partiva con il dare notizia circa l’avvenuta condanna del sig. Andrea in via definitiva.

Questo dato viene fornito come fosse un mero dettaglio di contorno al vero argomento che viene mano a mano proposto, teso a dimostrare come si tratti dell’ennesimo caso in cui un “ignaro e povero genitore ” sia finito in una ingiusta condanna per un reato infamante.

Non a caso viene immediatamente posta l’attenzione al fatto che questo padre non veda la figlia dal momento in cui è stato accusato del fatto: si parte dunque dal tentativo di presentare la figura di un padre escluso dalla genitorialità per favorire l’identificazione del pubblico. Emerge dunque l’immagine di un padre che recrimina per il fatto di “aver perso ogni contatto con la figlia” e che piange affermando di essere innocente..

Il giornalista autore del servizio si chiede a questo punto se possono essere lacrime più o meno sincere visto il tipo di reato sospettato e senza rispondere direttamente alla domanda sposta immediatamente il focus sulle presunte “non poche incongruenze” che a suo dire esisterebbero nel procedimento.

Senza dunque prendere posizione direttamente ecco che si fanno subito due operazioni molto superficiali e discutibili:

1) trasmettere l’idea  che un pedofilo se fosse tale non potrebbe mai mostrare una simile umanità: chi commette un  crimine di questa grandezza sarebbe  dunque un mostro che qualsiasi persona ad occhio nudo saprebbe stanare.

2) insinuando questo dubbio si apre alla implicita prospettiva che ci troveremmo dunque di fronte ad un padre amorevole, disperato per il vedersi accusato ingiustamente di un crimine odioso di cui è ovviamente vittima per via di un complotto.

Con uno schema che si ripete spesso ecco che tale sequenza di messaggi ed immagini spinge lo spettatore a parteggiare per l’innocenza del genitore e ad essere pertanto disponibile a seguire il servizio quando viene ipotizzato il “vero colpevole”. E il vero colpevole non può che essere la madre denunciante.

La prima a comunicare degli abusi è stata la madre della bambina dalla quale il padre si stava separando.

Si apre nel servizio una sequela di batti e ribatti dove le prove che hanno costituito il processo vengono una ad una fatta analizzare da esperti pronti a sostenere che sono state o manipolate, o falsate o suggerite da una madre che aveva intenzione di farla pagare ad un marito fedifrago.

Un pediatra intervistato arriva a dire che è possibile essere condannato per abusi inenarrabili senza che vi sia un solo segno fisico, ma semplicemente a seguito della testimonianza di qualcuno.  Non idealizziamo certo i procedimenti giudiziari,  spesso pieni di aspetti discutibili, di carenze e di disattenzioni, ma l’idea che si possa condannare qualcuno puramente su dichiarazioni verbali senza  uno straccio di verifica fattuale è discutibile.

Conclusioni: 1 I processi non possono essere riassunti con un servizio televisivo, inevitabilmente destinato a semplificare le questioni. 2. i processi di appello non si possono fare in televisione, a partire dalla capacità di mobilitare un giornalista. 3. E’ gravissimo trasmettere  il messaggio che le lacrime di una persona accusata di pedofilia e più in generale il suo comportamento esteriore possano essere elementi diagnostici significativi della sua innocenza, escludendo così  l’ipotesi di una strumentale teatralizzazione.

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