NON LASCIARE DA SOLO IL TUO BAMBINO DI FRONTE ALLA MALATTIA E ALLA DISABILITA’

Di Francesca Imbimbo


Anna è una giovane donna che è stata da poco  operata per un tumore al seno, tra due settimane inizierà la chemioterapia. Mi racconta della sua intenzione di spiegare la malattia di cui soffre  al figlio Andrea di 5 anni; ne ha parlato con il marito, con la psicologa dell’ospedale, con la madre. Si sta preparando perché per lei non sarà facile affrontare questo argomento, ma è consapevole dell’importanza di mettere in parola ciò che riguarda la propria malattia e la paura che ingombra il suo animo, per aiutare il figlio ad affrontare il difficile passaggio che si preannuncia.

Marina è un’educatrice di comunità, mi racconta di quella volta che ha dovuto dire a due fratellini, Abdul di 7 anni e Fatma di 4, che la loro mamma era morta. Si ricorda ancora la panchina su cui erano seduti, il rumore delle foglie degli alberi del piccolo parco isolato dove li aveva portati per poter fare questa comunicazione. Ricorda di aver cercato di usare parole semplici, di aver tenuto a bada le proprie emozioni per accogliere lo sguardo sgranato di Abdul, gli occhi abbassati di Fatma. Ricorda di come i due bambini la cercavano nei giorni successivi per un contatto, un breve abbraccio, un pianto silenzioso.

Di fronte alla malattia, alla morte, alla disabilità, spesso gli adulti fanno fatica a parlare con i bambini, a rispondere alle loro domande dette o non dette, a permettere di tenere aperto un canale di comunicazione e dialogo complesso e inesplorato. La nostra resistenza dipende da normali difese che tutti possono avere di fronte al dolore della perdita di una persona cara, di fronte all’angoscia della malattia propria o di qualcuno a noi vicino, di fronte alla sofferenza derivante dal confrontarsi con un limite fisico o psichico. Prendere consapevolezza delle proprie fatiche di fronte a queste tematiche permetterà di provare a superarle, per aiutare i bambini coinvolti nelle medesime situazioni e per non lasciarli da soli con emozioni, domande, pensieri più grandi di loro, che meritano invece di essere condivise.

Paola Crosetto, che è diventata sorda in tenera età e che ora insegna in un liceo, ha raccontato la propria esperienza di bambina lasciata sola con la sua disabilità, senza parole o sostegno da parte degli adulti a lei vicini che le permettessero di trovare un senso a quanto le stava accadendo e un aiuto nella fatica della crescita.Paola ha parlato della confusione in cui si è trovata a crescere, del senso di colpa derivante dal pensare che i propri genitori stessero male a causa sua, dell’isolamento in cui era intrappolata e della rabbia che non trovava sbocco o comprensione. La bambina sorda, che parla attraverso le parole della donna ormai adulta, ci fa capire chiaramente quanto importante sarebbe stato per lei se gli adulti avessero superato le loro difficoltà e resistenze ad accettare la malattia e a dialogare su questo tema, quanto sarebbe stato utile  se gli adulti avessero dato spazio a una comunicazione su quanto stava avvenendo alla figlia e all’intera famiglia.

http://www.rompereilsilenziolavocedeibambini.it/2018/05/20/handicap-ascolto-e-intelligenza-emotiva/

Anche il giornalista Massimo Gramellini, nel suo libro “Fai bei sogni”, dà voce al bambino che perde improvvisamente la madre, al ragazzo che cresce in un congelamento delle emozioni e all’adulto che apprende molti anni dopo che quella morte è stata in realtà un suicidio. Nessuno ha parlato con lui, nessuno ha spiegato quanto era realmente accaduto, e lui stesso è cresciuto con domande inespresse e un dolore che non ha potuto mai dispiegarsi ed essere accompagnato a una rielaborazione.

Nella nostra pratica quotidiana di adulti che hanno relazioni, siano esse professionali o personali, con bambini, dobbiamo imparare a considerarli come persone, con proprie opinioni ed emozioni, con una propria capacità di comprendere quello che avviene nella vita. Senza una messa in parola, il bambino subirà comunque l’impatto della malattia (propria o altrui), del lutto o della disabilità, ritrovandosi però da solo ad affrontare le intense emozioni che prova, affannandosi alla ricerca di un senso davvero difficile da trovare, prigioniero di una solitudine derivante dal vivere un’esperienza che lo isola dai suoi coetanei.

Come diceva Janusk Korczak, medico e pedagogo polacco che si è occupato dei bambini orfani del ghetto di Varsavia:

È faticoso frequentare i bambini.

Avete ragione.

Poi aggiungete: perché bisogna mettersi al loro livello,

abbassarsi, inclinarsi, curvarsi, farsi piccoli.

Ora avete torto.

Non è questo che più stanca.

È piuttosto il fatto di essere

obbligati ad innalzarsi fino all’altezza

dei loro sentimenti.

Tirarsi, allungarsi,

alzarsi sulla punta dei piedi.

Per non ferirli.

Per non ferire i bambini, per non lasciarli soli di fronte a eventi difficili da decodificare e da tollerare anche per noi adulti, per non lasciarli in preda alla confusione, all’angoscia e alla rabbia, dobbiamo trovare il modo di parlare con loro anche sui temi più difficili – cfr. C. Foti (a cura di) L’ascolto più difficile. Sessualità, abuso, trauma, lutto, malattia, aggressività, conflitto, guerra, dispensa n. 19, Centro Studi Hansel e Gretel, n. 19, Sie.)

Con parole semplici, rispettando i loro silenzi e tollerando le loro domande spesso ineludibili, comprendendo e legittimando le loro emozioni, rimanendo saldi nel nostro ruolo di adulti senza per questo negare anche i nostri stati d’animo e difficoltà.

Il bambino che abbiamo davanti ci dice “Parla con me, io sono in grado di capire!”.

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