IL DIRITTO DEL BAMBINO ALL’IDENTITÀ

Riprendiamo  una terza serie di articoli che Cleopatra D’Ambrosio ha dedicato ai diritti dei bambini. Abbiamo pubblicato l’intera riflessione con il titolo “Eppure anche i bambini sono persona…” 

Nella prima parte è stato approfondito il diritto alla vita e all’integrità fisica dei bambini. Nella seconda parte è stato analizzato il diritto all’onore, alla dignità e al decoro e alla reputazione. In questa terza parte l’autrice si sofferma sul diritto all’identità e alla riservatezza.

  

Di Cleopatra D’Ambrosio


Pensiamo ai bambini adottati  provenienti da altri stati o da altri ceti sociali a cui non viene riconosciuto il diritto di attribuire pari dignità delle due culture introiettate. Oppure ancora ai bambini  figli di immigrati che in casa parlano una lingua e professano una religione e a scuola vengono invitati non solo a parlare solo l’italiano ma anche a seguire la religione cattolica. Pensiamo anche ai bambini italiani che parlano il dialetto e vengono derisi.  Pensiamo alle mamme straniere a cui le scuole spesso chiedono di sforzarsi di parlare al figlio solo in italiano. Queste scuole chiedono un sacrificio enorme e dimenticano che quando si comunica con una lingua straniera e la lingua del cuore è un’altra, le emozioni che vengono mediate dalla lingua straniera arrivano alterate e che il disagio linguistico del bambino dipende da processi emotivi ben più complessi del mero esercizio di ripetizione. In realtà i bambini bilingue sono bambini più attenti e più competenti cognitivamente dei bambini monolingue. Proviamo a riflettere.

La legge considera l’identità personale come un bene in sé, indipendentemente dalla condizione personale e sociale, dai pregi e dai difetti del soggetto, così che a ciascuno è riconosciuto il diritto di preservare la sua individualità.La tutela al diritto all’identità personale è intesa come interesse del soggetto ad essere se stesso, ad essere riconosciuti dalla comunità come individuo con un’identità propria e inconfondibile,  a non vedere alterata, negata o violata la proiezione esterna della sua identità, cioè il diritto della persona ad essere tutelata contro attribuzioni estranee alla propria personalità, ad evitare che questa ne risulti trasfigurata o travisata, a cui si aggiunge il diritto alla vita.

La comprensione di come si  forma e in cosa si sostanzial’identità dell’individuo viene meglio compresa se oltre al punto di vista giuridico apportiamo anche quello psicologico e sociale.

Per facilità espositiva prenderò a prestito la riflessione del sociologo tedesco Norbert Elias (2011) che ci offre una prospettiva di ricerca significativa tra componente individuale e componente sociale, tra quella che lui chiama: 1) identità-Noi e 2) identità-Io.

 

1)  Identità Noi

  1. A) L’identità dell’individuo si costruisce nella dialettica tra uguaglianza e alterità. Il soggetto si auto-definisce attraverso processi di identificazione con “l’altro”: si rifà alle figure rispetto alle quali si sente uguale e con le quali condivide alcuni caratteri.

Ha il piacere di ritrovarsi nell’altro, di identificarsi in un’entità collettiva : famiglia, patria, gruppo di pari, comunità locale, nazione fino ad arrivare al limite all’intera umanità, definita come il “Noi”.

Questo bisogno fondamentale di sentirsi simile, quindi appartenente a…, spiega come mai le persone sentono il bisogno di conoscere la propria storia e quella della propria famiglia, di mantenere il contatto con le origini, di sentire d’appartenere ad una cultura, ad un popolo, ad una religione.

Esiste una comune origine che è “l’origine in una comunità inter-generazionale, che occupa un determinato territorio e condivide una lingua e una storia” ( L. SCIOLLA 2002, p.147) a cui l’individuo appartiene. La memoria collettiva è un quadro di rassomiglianze, che fissa la sua attenzione sulla permanenza di un gruppo: raccoglierne il materiale non solo serve a preservarle dalla completa dimenticanza, ma anche a restituire a tutti noi i valori comuni che ci rendono appartenenti ad un unico popolo.

Il riferimento all’albero genealogico rappresenta metaforicamente questo concetto: l’albero è un soggetto unico che solo per necessità epistemologiche può essere scomposto in fusto, rami e radici.

Possiamo quindi affermare che l’identità è sempre anche sociale nel senso che è formata da appartenenze: a una società, a un sistema culturale, a un gruppo, a una famiglia, a un luogo.

Il bisogno di rinsaldare queste appartenenze porta la persona a desiderare di parlare la propria lingua, di vivere le tradizioni, di sentire sapori e odori caratteristici della propria cultura.

L’identità personale è perciò sempre modulata dalle molteplici appartenenze dell’individuo che può essere, ad esempio, simultaneamente cittadino italiano, musicista, di religione ebraica, membro di un’associazione di volontariato e tifoso di una squadra di calcio.

Questo porta alla consapevolezza che l’identità si sostanzia di segmenti d’appartenenze che si aggiungono (e non si sottraggono ) e che sono tutte importanti e vanno perciò rispettate.

I Maori spiegano che ogni appartenenza abita il nostro cuore e che quindi si pensa, si parla e si guarda la realtà con il caleidoscopio dei colori di cui è impregnato il proprio cuore.

In conclusione l’individuo hadiritto a mantenere le sue plurime appartenenze e a vederle rispettate.

 

(continua)

 

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