COME E’ POSSIBILE CHE LA PSICOTERAPIA MODIFICHI IL CERVELLO?

Riprendiamo l’intervento pubblicato martedì nell’articolo “ ‘Modifica la mente e modificherai il cervello’. La psicoterapia come fattore trasformativo”.

Di Eleonora Fissore


La psicoterapia risulta trasformativa in quanto situazione di apprendimento relazionale.  Dentro una relazione interpersonale attraversata da disponibilità affettiva, accudimento, empatia – per quanto inevitabilmente limitate e circoscritte, ma ciononostante profondamente autentiche, la mente del paziente e dunque anche il suo cervello possono conoscere significative modificazioni.

Le esperienze lasciano segni duraturi su di noi, in quanto sono immagazzinate come memorie all’interno dei circuiti sinaptici e, dal momento che la psicoterapia stessa rappresenta un’esperienza di apprendimento, essa implica anche dei cambiamenti nelle connessioni sinaptiche.

Eric Kandel (1998; 1999), neurologo, psichiatra e neuroscienziato statunitense, premio Nobel per la medicina, considera la psicoterapia un vero e proprio trattamento biologico.La mente umana si forma grazie all’interazione tra processi neurofisiologici ed esperienze vissute.La psicoterapia, come esperienza di apprendimento, altera la forza delle sinapsi tra i neuroni e modifica così in modo stabile il cervello, cambiando in modo evidente le connessioni sinaptiche e causando modifiche strutturali cerebrali che a loro volta agiscono sull’interconnessione delle cellule nervose.

 

Vi sarebbero una serie di fattori aspecifici, propri di qualsiasi tipo di psicoterapia, indipendenti dunque dall’orientamento seguito, che garantirebbero l’efficacia del trattamento.

Una meta-analisi condotta da Smith & Glass (1977) ha considerato 375 trial controllati, confrontando popolazione che si era sottoposta a psicoterapia e campione di controllo e mostrando l’efficacia della terapia al di là della base teorica e della metodologia adottate. Successivamente, anche Wampold (2001) non riscontrò differenze tra gli effetti di differenti trattamenti.

I fattori comuni a tutti i tipi di trattamento psicoterapeutico  possono essere raggruppati in 5 macro-categorie: 1) un legame forte e emotivamente connotato tra paziente e terapeuta , 2) un setting di cura riservato e adeguato, 3) un terapeuta che offra una spiegazione di carattere psicologico e culturalmente coerente dell’origine del disturbo 4) una spiegazione adattiva e accettabile per il paziente, e 5) una serie di procedure che conducano il paziente a comportarsi in modo più adattivo, utile e positivo. (Wampold, 2001; Wampold & Budge, 2012)

Il principale fattore curativo sarebbe rappresentato dall’alleanza terapeutica che si stabilisce tra paziente e psicoterapeuta, intesa comela qualità e la forza della relazione collaborativa tra cliente e terapeuta: questo concetto include i legami affettivi positivi come fiducia reciproca, simpatia, rispetto e prendersi cura. Essa comprende anche gli aspetti più cognitivi della relazione terapeutica, quali il consenso e l’impegno per gli obiettivi della terapia ed i mezzi per raggiungerli. (Norcross, 2002)

L’alleanza terapeutica essenzialmente è un sistema bipersonale, composto da paziente e terapeuta, che favorisce l’esplorazione del sé e la guarigione relazionale. (Schore, 2014)

“Quando efficace, questo sistema diadico creato congiuntamente può facilitare l’ulteriore sviluppo e l’organizzazione del sistema interno cervello-mente-corpo del paziente. Le neuroscienze dimostrano che il cervello adulto mantiene una sua plasticità e che questa plasticità, specialmente del cervello destro dominante per l’autoregolazione, permette l’apprendimento emotivo che si accompagna a un’esperienza psicoterapeutica efficace” (Schore, 2008, p.29)

“In particolare sarebbero utili quegli interventi del terapeuta che trasmettono fiducia, stima, calore e più in generale un atteggiamento empatico; altrettanto importante è il prestare attenzione all’unicità dell’esperienza del paziente, concentrandosi sull’identificazione, l’esplorazione e la comprensione dei pattern relazionali-affettivi che tendono a manifestarsi in modo ripetitivo nelle sue esperienze e condotte. Interpretazioni accurate, interventi supportivi, la facilitazione dell’espressione degli affetti e un ascolto partecipe dell’esperienza del paziente sembrano ugualmente contribuire allo sviluppo di un buon livello di alleanza.” (Lingiardi & Muzi, 2014, p.668-669)

Studi sperimentali recenti, che si sono avvalsi  delle moderne tecniche di neuroimaging, dimostrano che la psicoterapia non è solo un efficace trattamento psicologico, in grado di indurre dei significativi cambiamenti nella sfera psichica dei soggetti affetti da un disturbo, mutamenti persistenti negli atteggiamenti, nelle abitudini e nel comportamento conscio e inconscio, ma che lo fa anche producendo alterazione dell’espressione dei geni che producono mutamenti strutturali nel cervello e, più precisamente, dei cambiamenti nell’attività funzionale di alcune aree del cervello (Kandel 1998, 1999; Siegel 1999).

Tramite PET è stato dimostrato come vi siano cambiamenti significativi dell’attività metabolica nella corteccia orbitofrontale destra e nelle sue connessioni sottocorticali come risultato di un trattamento psicologico efficace. La corteccia orbitofrontale destra è particolarmente coinvolta nella regolazione emotiva, dello stress, nel favorire l’empatia e nell’elaborazione delle informazioni socioemotive. (Schore, 2008)

Sono state inoltre condotte delle ricerche che hanno esplorato, anziché i cambiamenti nell’attività funzionale del cervello, i cambiamenti indotti dalla psicoterapia in alcuni parametri biologici, nei soggetti affetti da uno specifico disturbo psichico (Paquette et al, 2003; Berti Ceroni, 2003).

Dai risultati forniti dai diversi studi è emerso che la psicoterapia apporta dei significativi cambiamenti nell’attività funzionale del cervello dei soggetti affetti da disturbi psichici e che tali cambiamenti cerebrali si correlano al miglioramento clinico di questi soggetti, per cui nei soggetti in cui, alla fine di un periodo di trattamento psicologico, si osserva una significativa riduzione dei sintomi clinici è rinvenibile un cambiamento significativo dell’attività funzionale del cervello (Wykes, et al., 2002). Altro dato di non minore importanza è che la psicoterapia induce un cambiamento nell’attività funzionale di specifiche aree cerebrali, ossia induce un cambiamento nell’attività di quelle aree corticali e/o sottocorticali il cui funzionamento anormale sostiene i sintomi clinici che caratterizzano una specifica patologia psichica (Kandel, 1999).

Confrontando i cambiamenti neurobiologici indotti da un trattamento psicologico e quelli prodotti da una terapia farmacologica è emerso, infine, che la psicoterapia e il farmaco sono entrambi efficaci nella cura delle diverse patologie psichiche indagate, ossia sono entrambi in grado di indurre un significativo miglioramento clinico nei soggetti in questione e che tali modalità di trattamento agiscono entrambe a livello cerebrale, modificando l’attività neuronale delle stesse aree del cervello e, a livello neurobiologico, inducendo un uguale cambiamento di alcuni parametri biologici come determinati fattori neuroendocrini (Baxter, et al.,1992)

LeDoux (1994) ha proposto che la pratica psicoterapeutica potesse essere considerata un modo di rewire the brain, ossia di riorganizzare l’assetto delle connessioni cerebrali

 

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

Albasi, C. (2009). Psicopatologia e ragionamento clinico. Milano: Cortina.

Baxter, L. R., Schwartz, J. M., Bergman, K. S., Szuba, M. P., Guze, B. H., Mazziotta,  J. C., Alazraki, A., Selin, C. E.,  Ferng, H., Munford, P. &  Phelps, M. E. (1992) “Caudate glucose metabolic rate changes with both drug and behavior therapy for obsessive-compulsive disorder”, Archives of general Psychiatry, 49(9), 681-689.doi: 10.1001/archpsyc.1992.01820090009002

Berti Ceroni, G. (2003). Come cura la psicoanalisi?Milano: Franco Angeli.

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