DIPENDENZE DA SOCIAL NETWORK: LE PRIME CLINICHE RIABILITATIVE PER LA PATOLOGIA DEL NUOVO MILLENNIO

Di Lorenza Chinaglia

«Avevo ansia intensa e non me ne rendevo conto,
avevo creato identità immaginarie di me stesso sui
social, stavo collegato 7 ore al giorno. I miei genitori
mi hanno spedito in clinica. Ora, dopo 30 giorni senza
internet e iPhone, sono quasi pronto a cancellare le
mie presenze sui principali siti».
David Mayer, 17 anni, Ohio.

Negli Stati Uniti, secondo le analisi del Common-Sense Media, il 50% dei ragazzi si sente dipendente da telefonini e tablet. Non occorre, però, andare oltreoceano per poter affermare che viviamo in una società iperconnessa e dipendente dai social. Oggigiorno viviamo tra schermi trasportabili e interattivi, è sufficiente prestare attenzione agli sguardi sui mezzi di trasporto, in giro per le strade o addirittura in macchina, testa china e occhi incollati ad uno schermo. Perché sì, la presenza dei social all’interno delle vite di ognuno è ormai consuetudine. I propri dati, le proprie immagini e i propri pensieri sono ormai raccolti in una o più piattaforme digitali, al servizio di un pubblico conosciuto o
meno per essere valutati, commentati o condivisi. L’uso di queste piattaforme, però e in molti casi, sta diventando sempre più un problema con conseguenze che si manifestano in modo subdolo o poco
evidente, ma che a lungo andare portano a degli effetti nocivi sulla vita di ognuno… se li si riesce a cogliere. È infatti importante considerare che le conseguenze che un uso massiccio dei social portano con sé, non riguardano delle semplici cattive abitudini, ma si possono costituire come una vera e propria dipendenza. Dipendenza alla pari di altre, come quella per le sostanze stupefacenti, in quanto, nella dipendenza da social:

  • vengono rilasciate sostanze psico-attivanti, a livello cerebrale;
  • si creano meccanismi e schemi ricompensatori che portano al riutilizzo continuo e maggiore, a
    livello mentale;
  • sono presenti sintomi di assuefazione che portano alla necessità di stare collegati sempre di più
    per raggiungere la medesima sensazione di appagamento;
  • sono presenti sintomi di astinenza che si manifestano tramite intensi disagi psico-fisici nel caso in cui non ci si colleghi per un certo periodo di tempo;
  • sono presenti sintomi di craving, ossia la presenza sempre maggiore di pensieri fissi e di forti
    impulsi verso come e quando connettersi.

 

La dipendenza è la stessa, ma non viene vista. E’ ormai consuetudine. Oltre agli elementi caratteristici della dipendenza, inoltre, quella da social ne presenta alcuni specifici come la nomofobia, la paura di rimanere disconnessi (sintomi: angoscia, difficoltà a respirare, vertigini, nausea, sudorazione, tremori, tachicardia), la ringxiety, il disturbo di cui soffre chi crede di avvertire, con grande frequenza, notifiche inesistenti provenienti dal proprio cellulare (sintomi: stati d’ansia dovuti a squilli o una vibrazioni che in realtà non esistono), il phubbing, il controllo continuo dello smartphone alla ricerca di novità e la pubblicazione ossessiva di immagini della propria giornata che deve apparire spensierata, sempre con l’acceleratore premuto e del proprio corpo.
Ovviamente si può parlare di dipendenza quando l’uso smodato del computer e di internet compromette le normali attività di tutti i giorni – il lavoro, la scuola, le uscite sociali – e soprattutto le relazioni affettive e la capacità di instaurare legami stretti e duraturi nella vita reale. E una volta identificata come dipendenza dovrà quindi essere riabilitata. Ed è così che “negli Usa i pazienti sono obbligati a curare una gallina: un animale ipercinetico, diverso dal computer che è immobile. In Cina sono picchiati, ci sono stati anche due morti. In Olanda li portano a passeggiare nella natura”, racconta Tonioni, fondatore della prima clinica di dipendenze da social nell’ospedale Gemelli di Roma. “Qui al Gemelli la terapia consiste in due appuntamenti settimanali: una seduta individuale ed una di gruppo. Negli incontri collettivi si agisce sul sintomo, nel caso degli adulti sono le ore di connessione mentre per gli adolescenti è il rapporto con le emozioni”, spiega l’esperto del Gemelli. “Una cosa che più mi ha colpito dei primi colloqui con questi ragazzi, è che non ti guardano negli occhi. Hanno bisogno di uno schermo che non li faccia arrossire”. I ragazzi che arrivano all’ambulatorio non sanno più gestire il contatto visivo, tantomeno un confronto diretto con più individui della loro età. “Due ragazzini”, racconta, “si sono seduti accanto per diverse sedute
senza mai guardarsi, ma fissando la psicologa come se fosse uno schermo”.
Quello su cui bisognerebbe riflettere, però, è che non è necessario arrivare all’estremo della patologia per evidenziare gli effetti nocivi dei social. A livelli non patologici è già possibile osservare la presenza di un comportamento ossessivo e dipendente nei confronti degli stessi che ormai sembrano essere gli unici e prioritari strumenti di distrazione ed evasione.
Tutto questo cosa comporta? Quello che si verifica è una riduzione del tempo investito nelle relazioni
interpersonali, quelle vere e proprie, poiché ci si concentra solo su quelle on-line. In questo senso ne
risente il rapporto diretto con gli altri. L’entrare in contatto con l’altro, il cogliere l’emozioni altrui
attraverso la mimica facciale, la condivisione concreta, lo scambio di sguardi, sorrisi ed abbracci che
veicolano emozioni sentite viene tutto sostituito e filtrato da uno schermo e accompagnato da emoticon spesso fraintese o mal interpretate. Il distacco fisico porta, inoltre, a volersi e potersi costruire una nuova identità a proprio piacimento, non rispecchiando quella che è davvero nella realtà. Internet sembra diventare la sola fonte di energia, soddisfazione e appagamento, mentre il mondo circostante viene disinvestito di interesse. E la situazione più allarmante è costituita dal fatto che i soggetti più a rischio sono bambini e ragazzi che sembrano non avere altri svaghi se non quelli offerti dalle piattaforme digitali. “Le relazioni web-mediate stanno travalicando quelle reali”. “Alla comunione non si regala più un braccialetto d’oro ma un iPhone. A dieci anni smartphone e tablet sono già il maggiore argomento di conversazione fra i bambini”, aggiunge Tonioni.
Ma tutto questo è difficile da cogliere perché intorno all’uso spasmodico dei social si è creata un’aura di negazionismo, che non vede, non osserva, non accetta e non prende provvedimenti. Non si tratta
ovviamente di vietare l’utilizzo dei dispositivi digitali, ma di responsabilizzare i ragazzi al loro utilizzo. Perché nonostante il termine “social” identifichi un punto d’incontro virtuale tra le persone, queste piattaforme sono sempre più anti-social, portano sempre più a distanziare gli individui. Ed è paradossale che in una società in cui vengono incentivati i contatti, quelli su cui si punta siano quelli virtuali, mentre quelli reali vengono accantonati. Ed è così che si procede verso una sostituzione della realtà sociale con una virtuale, più accogliente e sicura, che però non esiste.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *