IL DIRITTO DEL BAMBINO ALL’IDENTITA BIOLOGICA

Di Cleopatra D’ambrosio


Ho affrontato in precedenti interventi il tema del diritto all’identità del bambino e quello connesso del diritto a mantenere il legame con le proprie origini, con i luoghi e le persone dell’ambiente di appartenenza. Mi occuperò in questo articolo del diritto all’identità biologica.

Le considerazioni sull’identità hanno portato la Corte costituzionale a dichiarare l’illegittimità costituzionale degli artt. 278 comma 1 e 251 comma 1 del codice civile, nella parte in cui escludevano il riconoscimento dei figli nati da rapporti incestuosi, anche in forza del diritto all’identità personale (Sentenza 28 novembre 2002, n. 494).

La Costituzione non giustifica una concezione della famiglia nemica delle persone e dei loro diritti: nella specie, il diritto del figlio, ove non ricorrano costringenti ragioni contrarie nel suo stesso interesse, al riconoscimento formale di un proprio status filiationis, un diritto che, come affermato la Corte (Sentenza n. 120 del 2001), è elemento costitutivo dell’identità personale protetta, oltre che dagli artt. 7 e 8 della citata Convenzione sui diritti del fanciullo, dall’art. 2 della Costituzione. E proprio da tale ultima disposizione, conformemente a quello che è stato definito il principio personalistico che essa proclama, risulta che il valore delle “formazioni sociali”, tra le quali eminentemente la famiglia, è nel fine a esse assegnato di permettere e anzi promuovere lo svolgimento della personalità degli esseri umani.

  1. Kaes (1993) sottolinea quanto sia importante riconoscersi come appartenenti a qualcosa, a qualcuno da cui si ha avuto origine e ciò porta al bisogno di sapere chi ci ha generato, come è fatto, in cosa ci assomiglia.

L’appartenenza è ciò che primariamente si ricerca nel conoscere la propria storia e la propria genealogia, nel tentativo di intravvedere somiglianze (a chi somiglio?, qual è il gruppo etnico a cui appartengo?…). Si pensi ad esempio a come è importante per l’identità di un adottato sapere che i propri capelli rossi sono una rarità della provincia lombarda o una ricorrenza delle popolazioni nordiche. Il bisogno profondo e viscerale degli adottati di conoscere il proprio passato si scontra spesso con l’impossibilità di avere le notizie importanti e con la disperazione di dover vivere con questo buco nero per tutta la vita. Attraverso Internet milioni di persone  lanciano messaggi di ricerca (“cerco la mia mamma, cerco mio fratello…”) manifestando esplicitamente la sofferenza del non sapere, del non poter conoscere dati importanti della propria storia, del non poter entrare in possesso di quel pezzo di mondo a cui sentono di appartenere e che è identificato come parte di sé. Storie piene di attese, desiderio e speranza.

Lo stesso vale per le persone concepite con fecondazione eterologa. Si stima che siano 70 mila, nel solo Regno Unito, i concepiti col ricorso a gameti di donatori e solo quelli nati dopo il 2005 hanno accesso alle informazioni rispetto ai genitori biologici. Il Comitato Nazionale di Bioetica ha pubblicato un documento in cui si affronta, per la prima volta, il tema delle origini della fecondazione eterologa. Anche in questo contesto viene sancito il diritto alle origini, base indispensabile per la ricostruzione dell’identità personale.

Il vicepresidente L. D’Avack ha affermato: “Riteniamo necessario che si capisca che non è etico verso un figlio mantenere un segreto sulla sua nascita”. (“Ai figli della provetta bisogna dire la verità” www.governo.it/bioetica/La repubblica 26.11.11).

A volte intorno alla propria nascita, in assenza di informazioni precise, per colmare le lacune si mettono in modo meccanismi di idealizzazione.

“Mio padre e mia madre erano follemente innamorati e poi sono nato io….”

“Mia madre non è riuscita a tenermi perché…”

La storia che si vuole conoscere è la traduzione tangibile di tutto ciò che si ha per lungo tempo fantasticato, immaginato.

In fondo non è indispensabile che la storia finisca bene, come succede nelle favole tradizionali: “e vissero felici e contenti”. Il racconto può anche concludersi con delle scoperte poco piacevoli. E’ persino possibile scoprire che nel cuore di mamma o  papà non c’era e non c’è posto per un altro bambino. Questo è ciò che capita a qualche bambino adottato che, divenuto grande, va alla ricerca del proprio genitore d’origine e scopre che questi ha una famiglia numerosissima e non ha avuto e non ha posto per lui.

Può anche accadere di scoprire che il proprio antenato non era una bella persona e che la storia reale presenta dimensioni molto più dolorose delle ipotesi formulate o delle fantasie elaborate quando non si sapeva.

In tutti i casi, la ricerca si conclude: ora si sa, è proprio così, è stato verificato. Mancava una tessera nel puzzle, c’era un buco: ora l’immagine è completa, ci si sente appagati.

Impossessarsi della propria storia, del proprio mondo, è fondamentale per l’essere umano poiché consente la costruzione della propria identità.

La psico-genealogia e le ultime ricerche delle neuro-science portano ai medesimi risultati: per un vero Sè è fondamentale dare un senso simbolico ed emotivo a ciò che è accaduto nella propria storia.

Affermano che quando le ferite sono insormontabili, inenarrabili, lasciano un segno che persiste e viene trasmesso alle future generazioni che diventano i messaggeri dei propri antenati feriti, i portavoce dei loro traumi. I contenuti vissuti drammaticamente arrivano a condizionare, per trasmissione trans-generazionale, così che i discendenti possono diventare portatori di disturbi, malattie o comportamenti bizzarri. (Dolto 2001; Dott.ssa I. M. Mansuy (http://www.stateofmind.it/2014/10/microrna-traumi-generazioni/).  (continua)

 

 

 

 

 

 

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