NO ALLA PRESCRIZIONE PER I REATI COME L’ABUSO SESSUALE

È stata promossa una petizione che sottolinea la necessità di abolire la prescrizione per i reati che inducono traumatismo, come l’abuso sessuale. I punti focali che la petizione mette in risalto per sostenere la richiesta di abolizione della prescrizione sono 3 e ne daremo una breve descrizione attraverso le parole di Nicola Malorni, psicologo e analista, che ha pubblicato un articolo a supporto della petizione, avanzata da Stefano Carta, un docente dell’università di Cagliari,  e pubblicizzata da Avaaz:

 

  • 1)La vittima può dimenticare (rimuovere) il fatto per moltissimi anni. Questo è un sintomo importante dell’attivazione di una difesa psichica prodotta di necessità dal trauma. La mente della vittima è come divisa in due. 

 

Molte persone incontrano, nella loro vita, esperienze di vittimizzazione di natura sessuale (secondo l’OMS 1 persona su 5). Molti di loro trovano ascolto e aiuto nei familiari, nei servizi sociali, negli operatori sanitari che se ne prendono cura; “spesso, tuttavia, i percorsi delle vittime sono stati molto tortuosi e lunghi, hanno conosciuto vicoli ciechi ed aree desertificate dalla mancanza di “ascolto” o di attenzione ai numerosi “messaggi” non verbali che loro, attraverso comportamenti sintomatici, tendevano ad inviare alla famiglia, alla scuola, ai servizi. Traumi senza voce, inascoltati, mai narrati, rimossi, segretamente custoditi per anni nelle piaghe dei sintomi psichici ed anche fisici di un malessere muto che ha finito spesso di contaminare ogni area della vita: da quella amicale a quella sentimentale, a quella lavorativa e sociale in genere”.

Nel primo caso il ricordo viene condiviso, narrato, rielaborato ed entra a far parte della storia personale di ciascuno di noi, nel secondo caso “il ricordo dell’evento viene relegato in un’area dello psichismo non accessibile alle parole, anche se l’eco del trauma è spesso ravvisabile in comportamenti sintomatici gravi che tendono, in qualche modo, a far riaffiorare vissuti emozionali, sensazioni e immagini simbolicamente riferibili al trauma originario”.

La vittimizzazione, soprattutto quello di natura sessuale è in grado di insegnarci “come la mente delle vittime sia capace di dividersi in due impedendo al trauma di accedere al pensiero ed alla narrazione: da una parte l’assenza di qualsiasi ricordo associato all’evento traumatico reale, dall’altra il sintomo con le emozioni e le immagini correlabili all’evento originario”.

2) La vittima si sente paradossalmente in colpa, responsabile del danno infertole e prova intensissimi sentimenti di vergogna, il che possono indurla a NON DENUNCIARE il fatto. Evidentemente, una mancata denuncia può essere prodotta anche dalla rimozione del fatto stesso. 

 

La vergogna, il senso di colpa e le altre emozioni che la vittimizzazione induce costituiscono un altro ostacolo alla denuncia: “soprattutto i bambini (ma non solo) possono attribuire a se stessi la responsabilità per cui si convincono che “denunciare è sbagliato, mantenere il segreto è giusto”.

L’incapacità di comprendere ciò che viene inflitto alle vittime, l’incredulità verso e l’incapacità di accettare il doppio volto degli abusanti generano una commistione tra confusione e seduzione che si rivela un vicolo cieco. “Questo vicolo cieco è spesso l’inizio di un calvario: la dipendenza, l’immaturità, l’incapacità di comprensione dell’accaduto spinge le piccole vittime a “sacrificare” la propria possibilità di liberazione dalle trappole seduttive tese dall’abusante. “Come potevo denunciare un uomo come mio padre, tanto amorevole con tutti i miei fratelli? Nessuno mi avrebbe creduto e sarei rimasta senza nessuno” – è il racconto di una donna vittima di violenza durante l’infanzia. 

 


3) Gli effetti post-traumatici – estremamente dannosi – NON SI ESAURISCONO NEL TEMPO, a meno che il trauma sia trattato adeguatamente (e quindi, a meno che la vittima sia in grado di ricordarlo e/o riesca a superare i sentimenti paradossali che abbiamo indicato). In sostanza, il danno causato da un atto traumatizzante SONO CONGELATI NEL TEMPO, si può dire che NON CADANO MAI IN PRESCRIZIONE.

Un trauma non elaborato può portare effetti devastanti alla vittima che, con il tempo, tendono ad intensificarsi. Il dolore provocato da una tale esperienza di vittimizzazione funziona come una bomba ad orologeria e il rischio che avvenga un’esplosione non può essere diminuito dalla profondità con cui tale ordigno viene sotterrato nel terreno ma permarrà, costante nel tempo. “Può anche capitare che la mancata elaborazione del trauma, in assenza di un percorso psicoterapeutico, porti le vittime a “ripetere coattivamente” il trauma subìto a danno di altri: è questo uno degli effetti più devastanti del traumatismo, basato sulla dissociabilità della mente umana, a causa della quale la vittima è portata, al fine di espellere l’angoscia, a identificarsi con l’abusante, comportandosi a sua volta in modo violento nei confronti di altri.”

E quindi come possiamo aiutare le vittime? Come possiamo evitare la rimozione? Come possiamo eliminare gli ostacoli alla denuncia? “Oggi sappiamo che la psicoterapia aiuta la vittima a ricordare e a superare i vissuti paradossali che si costellano intorno al trauma. Lì dove l’evento traumatico è “congelato nel tempo”, andando – come dire – “in prescrizione”, la psicoterapia mobilita le risorse dell’individuo facilitando l’accesso ai ricordi e a più funzionali forme di rappresentazione dell’evento traumatico”.

Tuttavia questo non basta. È necessario dare alle vittime la possibilità di raccontare la loro storia rispettandone i tempi e i bisogni. È necessario consentire l’accesso alla giustizia anche dopo anni che l’evento si è consumato, consentendo alla vittima di ricordare, rielaborare e accettare ciò che gli è successo.

Noi di Rompere il Silenzio. La voce dei bambini appoggiamo appieno la campagna promossa da Avaaz e invitiamo tutti a firmare la petizione per chiedere l’abolizione della prescrizione per i reati che inducono traumatismo, come l’abuso sessuale.

 

“La conseguenza più crudele dello stupro infantile, ormai lo sappiamo, è che rende il bambino nemico di se stesso. Quasi sempre la vittima introietta il disprezzo dell’aguzzino e si giudica sporca, mostruosa. Secondo questo perversomeccanismo mentale, la colpa è sempre di chi si fa stuprare. Lo stupratore diventa quasi come un destino già scritto, un evento crudele ma inevitabile come un terremoto, un’alluvione, e questo finisce per alleviare la sua colpa.”

(Dacia Maraini)

 

 

 

 

Martina Davanzo

Psicologa laureata in psicologia criminologica e forense

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *