VISITA PEDIATRICA, INDICATORI E ABUSO SESSUALE

“Ricorderò sempre il caso di una bambina di 9 anni che durante la visita pediatrica non ha pronunciato una parola e poi alla fine, mentre si stava rimettendo le scarpe, con la testa bassa ha detto “Eppure anche te mi hai toccato, ma non mi hai fatto male come il mio babbo”. Era una bambina perfettamente integra dal punto di vista fisico».

Chi parla è Stefania Losi, pediatra responsabile del servizio Gaia (Gruppo abusi infanzia adolescenza) dell’ospedale pediatrico Meyer di Firenze.

L’intervista è stata realizzata dall’agenzia Dire ed è stata riportata su Toscana oggi.

Quali sono i sintomi e come si deve comportare un pediatra di fronte al sospetto di un bambino abusato? Lo spiega Stefania Losi, pediatra responsabile del servizio Gaia (Gruppo abusi infanzia adolescenza) dell’ospedale pediatrico Meyer di Firenze, che fornisce anche dati allarmanti su questo fenomeno.

 

Ipotizziamo che la bambina di cui ha parlato la pediatra si chiami Carla. Carla non aveva manifestato indicatori che rinviassero in modo inequivocabile ad un abuso sessuale. Eppure la pediatra aveva dato ascolto ed attenzione alla piccola, creando un clima emotivo e relazionale che ha consentito a Carla di aprirsi e di parlare.

«Addirittura nel 95% dei casi di abusi accertati il bambino non presenta alcun segno fisico», ha affermato Stefania Losi. Per esempio, «un’iperemia dopo 48 ore non si vede più a livello vulvare, così come una penetrazione anale, fatta senza violenza, non si vede».

L’abuso sessuale su un bambino intrafamiliare presenta delle implicazioni psicologiche che mancano in una violenza sessuale che avviene con la costrizione della vittima. Lo stupro «può essere violentissimo ma finisce – afferma Losi. Il vero abuso  è volontario e ripetitivo nel tempo. L’abusante deve creare un legame, un segreto, con quel bambino affinché vada avanti questo connubio. Non deve essere svelato né con le parole né con la fisicità».

In questi casi – viene domandato – come deve comportarsi un pediatra? Gli indicatori sono «simili a quelli tipici di altre situazioni stressanti per il bambino e che, però, non hanno alcuna attinenza con gli abusi sessuali. Parliamo di disturbi del sonno, autolesionismi, regressione di tappe evolutive. Ogni segno deve essere contestualizzato e valutato».

Nella semeiotica medica esistono pochi indicatori specifici che rinviano in modo univoco ed incontrovertibile ad una determinata malattia.  D’altra parte un insieme di indicatori aspecifici, appartenenti al piano somatico, al piano emotivo, al piano comportamentale, al pieno espressivo, al piano delle comunicazioni verbali possono costituire una convergenza specifica di sintomi che rinvia inequivocabilmente ad un abuso.  Non conosciamo il caso di Carla, ma ipotizziamo che in lei si sia manifestata questa convergenza specifica di sintomi.

I dati forniti dalla dott.ssa Losi sul servizio Gaia dell’Ospedale Meyer sono significativi. Mostrano che dal 2008 al 2017 si è passati da 21 minori maltrattati e/o abusati a 126 casi. Nel 2017 la componente maschile si attestava al 45%, quella femminile al 55%. Il 26% dei minori arrivati avevano subito un abuso sessuale con età media 7-8 anni, mentre il 74% erano stati maltrattati. Il gruppo abusi infanzia e adolescenza dell’azienda ospedaliero-universitaria del Meyer di Firenze ha realizzato anche l’indagine nazionale «Maltrattamento e abuso sui bambini. Una questione di salute pubblica», a Firenze su un campione di 385 casi di maltrattamento (193 maschi e 192 femmine) dal 2011 al 2015. Tra i minori maltrattati, 42 avevano meno di 1 anno, 110 bambini avevano da 1 a 5 anni, 99 soggetti da 6 a 10 anni e, infine, 134 da 11 a 18 anni.

Il servizio Gaia dell’Ospedale Meyer è composto da una decina di specialisti multidisciplinari, dall’ortopedico al pediatra al radiologo, fino all’assistente sociale e allo psicologo e al neuropsichiatra. Ciascuno fornisce il proprio contributo di conoscenza e di intervento.

La dott.ssa Losi compie in questa intervista un’affermazione importante: i pediatri «devono sicuramente osservare questi cambiamenti e credere ai bambini quando dicono certe cose – consiglia Losi – stabilendo un rapporto di piena fiducia e aspettando che siano pronti ad esprimersi.

Non bisogna partire dalla diffidenza verso i bambini, dal presupposto che siano bugiardi. Credere ai bambini, dare loro voce e fiducia in effetti risulta fondamentale per aiutarli ad esprimersi e chiedere aiuto.»

 

 

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