IL DRAMMA DI DIMENTICARE I FIGLI IN AUTO E L’AMNESIA DISSOCIATIVA

Condividiamo dal sito del Centro Studi Hansel e Gretel un articolo che affronta il dramma di dimenticare i figli in auto e il suo legame con l’amnesia dissociativa

Di Eleonora Fissore


Negli ultimi anni ci siamo, purtroppo, imbattuti in notizie di minori deceduti perché dimenticati in auto dai genitori.

Nel luglio 1998 a Catania un padre di 37 anni dimentica il figlio di 2 anni in macchina, portandolo a lavoro con sé anziché lasciarlo all’asilo; il 30 maggio 2008 a Merate la mamma della piccola Maria, 2 anni, dimentica di lasciare la bambina alla babysitter e si reca direttamente al lavoro scordando la bimba in auto; il 23 maggio 2011 lo stesso copione si ripete a Teramo, dove il padre della piccola Elena dimentica anch’egli di portarla all’asilo; solo 5 giorni dopo a Passignano sul Trasimeno trova la morte Jacopo, 11 mesi, dimenticato in auto dal padre che si stava recando al lavoro, e che, eccezionalmente, quella mattina avrebbe dovuto portare il bambino all’asilo, compito abitualmente svolto dalla moglie; nel giungo 2013 a Piacenza, Luca, 2 anni, viene  dimenticato sul seggiolino dal padre; il 10 dello stesso mese a Grosseto viene evitata la tragedia grazie al soccorso di alcuni passanti che notano una bambina dentro ad un auto, dimenticata dal padre, convinto di averla lasciata al nido prima di recarsi al lavoro; nel giugno 2015 a Vicenza muore Gioia, 17 mesi, per una tragica fatalità: i genitori credevano che ad accudirla sarebbero stati i fratelli più grandi mentre questi ultimi erano convinti del contrario; il 7 luglio 2017 a Castelfranzo di Sopra una madre dimentica in auto la figlia di circa un anno, che muore per arresto cardiaco; infine, nel maggio 2018, a Pisa, un uomo dimentica la figlia di meno di un anno in auto. (www.ilsecoloxix.it). Si stima che nel mondo in 20 anni siano stati almeno 600 i bambini chiusi in auto e morti per ipertermia. (www.ilpost.it)

Solitamente l’incidente si ripete secondo una scaletta ricorrente: un genitore particolarmente stanco, stressato, nervoso per qualche cambiamento imprevisto nella routine quotidiana dimentica di lasciare il figlio in qualche luogo (quasi sempre all’asilo) e prosegue la giornata come se lo avesse fatto, fino alla drammatica scoperta del corpo senza vita del proprio bambino ancora sul seggiolino dell’auto.

Queste notizie destano clamore, indignazione, rabbia e sdegno e l’interrogativo che più frequentemente viene sollevato è: “come è possibile dimenticarsi un figlio in auto?”

Le risposte più comuni, che forse vengono date per proteggersi dal dolore provocato anche solo dal remoto pensiero che potrebbe capitare anche a noi, sono che questi genitori siano dei mostri, che l’abbiano (consciamente o inconsciamente) fatto apposta, che in realtà desiderassero la morte dei propri figli, che fossero dei genitori assenti, poco amorevoli, inadeguati, e in conclusione che meritino le peggiori cose che la vita può riservare.

Solo recentemente mi è capitato di ascoltare alla trasmissione “Radio Costanzo Show”, che va in onda su radio 105 dalle 11.00 alle 13.00 il sabato e la domenica, un intervento in cui il signor Maurizio Costanzo, commentando il più recente caso avvenuto nel pisano in cui un padre ha dimenticato la figlia di poco meno di un anno in auto, augurava all’uomo di vivere nel dolore straziante per il resto della vita, affermando che non sia possibile per un buon genitore dimenticare un figlio in auto, che a lui non sarebbe mai potuto accadere, che chi dimentica un figlio in auto sia un mostro che non merita pietà.

Affermazioni del genere sono molto pericolose, semplicistiche e denotatrici di una grande ignoranza e superficialità nei confronti di un fenomeno tanto complesso.

È indubbio che ogni caso sia un caso a sé e che non si possa mai escludere un’eventuale responsabilità del genitore, una qualche forma di intenzionalità.

Tuttavia a determinare tali drammatiche circostanze può intervenire il ricorso ad un meccanismo psichico inconscio definito dissociazione o, talvolta, una vera e propria psicopatologia, clinicamente riconosciuta e studiata, inserita nel Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (DSM-5) e denominata amnesia dissociativa .

L’amnesia dissociativa è descritta come l’incapacità del soggetto di richiamare alla memoria informazioni autobiografiche, generali o specifiche, incapacità patologica e non equiparabile ai normali processi mentali che presiedono la selettività dei ricordi. Tali sintomi causano disagio clinicamente significativo o menomazione nel funzionamento sociale, lavorativo o in altre aree importanti.  Per la maggior parte degli individui affetti da tale patologia, la consapevolezzadell’amnesia non giunge spontaneamente ma può essere soltanto sollecitata dall’esterno, da persone o da tracce ambientali di eventi accaduti ma rispetto ai quali nella mente dell’agente non è conservato alcun ricordo. (APA, 2014)

I sintomi dissociativi possono potenzialmente compromettere ogni area del funzionamento psicologico e sono vissuti come una intrusione nella consapevolezza e nel comportamento, con perdita di continuità nell’esperienza soggettiva e/o impossibilità di accedere alle informazioni o controllare le funzioni mentali che normalmente sono facilmente suscettibili di accesso o controllo. La persona solitamente presenta vuoti di memoria che possono abbracciare un arco di tempo variabile (da pochi minuti fino ad anni).

Lo psichiatra Claudio Mencacci definisce il fenomeno come un momento di black out, un vuoto di memoria transitorio in cui avviene la sconnessione delle funzioni della coscienza dalla memoria, come se una parte della corteccia cerebrale fosse disattivata, e si dimenticasse un pezzo di esistenza, di tempo, di vita. Di solito ciò avviene in momenti di forte stress o traumatici. (www.corriere.it)

È stata scientificamente dimostrata la relazione tra forte stress e compromissione della memoria. Con l’aumentare dello stress e dell’attivazione psicofisica (arousal) ad esso associata, aumenta il deterioramento della memoria e dell’apprendimento.Questi deficit sono dovuti a disturbi nell’attivazione dell’ippocampo (zona cerebrale importante per i processi mnestici), connessi alla secrezione di corticosteroidi, ormoni dello stress, che possono sopprimere l’attività neurale associata alla memoria e all’apprendimento, inducendo un’atrofia ippocampale (Joseph, 1999).

È del tutto illusorio pensare che non potrebbe mai accadere a noi un fatto del genere, perché ritmi frenetici e periodi particolarmente stressanti, difficili o traumatici rappresentano la quotidianità della maggior parte delle persone. Inoltre in molti dei casi presentati in precedenza il fattore scatenante l’episodio amnestico, oltre allo stress, è stato rappresentato da un cambio di routine, come il dover portare a scuola un figlio che solitamente veniva portato dall’altro genitore, o invertire l’ordine in cui due o più figli venivano lasciati a scuola, o dover portare il bambino in un luogo differente dal solito. Molti di questi genitori non solo affermavano di non ricordare nulla dell’accaduto, di essersi completamente scordati di avere con sé ilproprio figlio, ma addirittura sostenevano di essere stati totalmente convinti di aver lasciato i piccoli a scuola fino all’agghiacciante scoperta del corpo senza vita ancor sul seggiolino dell’automobile.

Il caso del piccolo Luca, deceduto a Piacenza nel giungo 2013, si è concluso con l’assoluzione di Andrea Albanese, padre del bambino.

 

 

È stato svolto un accertamento peritale di tipo psichiatrico, affiancato da una consulenza di parte, all’esito      dei quali si è concordemente riconosciuta la sussistenza in capo all’agente, al momento della condotta, di una malattia nosograficamente definita: l’amnesia dissociativa. Tale patologia […] si è manifestata improvvisamente nella forma di una «interruzione del collegamento tra l’attivazione dell’ippocampo […] e la rappresentazione prefrontale», responsabile del c.d. “stato di richiamo”, con l’effetto di una prolungata assenza dal pensiero cosciente di una circostanza di fatto di assoluta rilevanza: la presenza del minore incustodito ancora a bordo del veicolo. A tale conclusione l’accertamento peritale è giunto non soltanto grazie alla documentazione medica relativa alla condizione clinica del soggetto agente al momento del ricovero ospedaliero ma anche e soprattutto grazie a specifici esami neurologici, a test diagnostici mirati e a colloqui clinici.

Ma prima ancora, si è proceduto ad un’attenta disamina delle circostanze del fatto e delle modalità della condotta. Si è osservato, in particolare, che l’azione dalla quale è scaturito l’evento mortale – l’accompagnare il bambino all’asilo con l’automobile – era quotidiana e ripetitiva, eseguita dall’agente spontaneamente, nella naturale accettazione del proprio ruolo genitoriale; in quello specifico frangente, tuttavia, un fattore eccezionale e perturbante si è inserito nella sequenza degli atti normalmente compiuti dal soggetto, inducendolo a deviare improvvisamente dal proprio abituale percorso e a collocare il veicolo nel punto esatto nel quale lo stesso era solitamente parcheggiato dopo l’azione dell’affidamento del piccolo alla struttura che lo accoglieva. Nell’anomalia di questa sequenza di atti la perizia ha riconosciuto un “fattore scatenante” in grado di alterare le normali funzioni della memoria procedurale della persona coinvolta, determinando una condizione di amnesia giudicata “grave”, sia per la sua durata (tutta la giornata), sia per la consistenza del contenuto (la vita dell’unico figlio), sia per l’intensità (resistente a richiami esterni).

Gli accertamenti espletati nel corso del processo hanno evidenziato che l’assenza di consapevolezza nel soggetto agente al momento della condotta del grave pericolo per la vita del minore deve essere ricondotto agli effetti di una patologia psichiatrica, che ha compromesso totalmente, sebbene in via temporanea, la capacità di intendere e di volere della persona. Il giudice, incaricato di valutare la fondatezza dell’azione penale esercitata, ha evidenziato l’accuratezza dell’indagine peritale svolta in relazione ai dati clinici disponibili e, ritenendo «non ragionevolmente pronosticabile un mutamento del quadro probatorio già acquisito» in una eventuale, successiva fase dibattimentale, ha emesso una sentenza di non luogo a procedere per vizio totale di mente, ai sensi dell’art. 88 c.p., ritenendo altresì esclusa la pericolosità sociale dell’imputato, proprio in considerazione del carattere del tutto transitorio del disturbo psichico e della natura non ripetibile della condotta.(Ferla, 2016, p. 20-21)

 

 

È di pochi giorni fa la notizia che il Ministero dei Trasporti avrebbe deciso di intervenire obbligando gli automobilisti a dotarsi di un particolare sensore anti-abbandono che, installato sull’auto o sul seggiolino, comunica con un allarme sonoro la presenza del bambino nell’auto qualora venga dimenticato nell’abitacolo, inviando anche un sms al guidatore. Il tutto sarà possibile con una modifica dell’articolo 172 del Codice della strada, che potrà salvare la vita a centinaia di bambini ed evitare un dolore straziante a moltissime famiglie.

Tecnologie di questo genere sono presenti in commercio da parecchi anni e ormai da tempo viene avanzata da più parti la richiesta di prendere provvedimenti simili per impedire che si verifichino tali tragedie, facilmente evitabili. Ci si chiede perché si sia atteso così tanto. Probabilmente l’erronea convinzione difensiva che a NOI persone per bene non potrebbe mai accadere di dimenticare un figlio, l’impensabilità di un dolore così profondo, la tendenza al diniego della sofferenza, per la difficoltà che comporta sperimentarla su di sé, hanno fatto sì che tale proposta fosse respinta o semplicemente non presa in considerazione fino ad ora. Cercare una soluzione al problema implica l’aver riflettuto sul fatto che si tratti di un fenomeno non così raro, e dunque che potrebbe capitare proprio a tutti, anche a noi, e questa consapevolezza è destabilizzante e terrificante. La banalità del male sta nel fatto che esso può venir perpetrato inconsapevolmente e non necessariamente per mano di un mostro o di un carnefice (Arendt, 2010) e, pertanto, può riversarsi su chiunque.

 

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

  • American Psychiatric Association. (2014). DSM-5: Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali(edizione italiana a cura di Massimo Biondi), Milano: R. Cortina.
  • Arendt, H. (2010). La banalità del male: Eichmann a Gerusalemme, Milano: Feltrinelli.
  • Ferla, L. (2016), Casi difficili e accertamenti peritali in tema di vizio di mente, Jus-online, 2, 1-28.
  • Joseph, R. (1999). The neurology of traumatic “dissociative” amnesia: Commentary and literature review. Child Abuse & Neglect, 23(8), 715-727.
  • corriere.it
  • ilpost.it
  • ilsecoloxix.it

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