AIUTARE LE PICCOLE VITTIME DI VIOLENZA. LA FASE DELL’EMERGENZA

Questo articolo si pone in continuità con i precedenti articoli di Cleopatra D’Ambrosio, pubblicati il 18/6, 25/6, 2/7, e che rinviano alla relazione dal titolo “Bambini in ammollo. L’urgenza della cura”.

Di Cleopatra D’Ambrosio


Quando emerge una situazione potenzialmente traumatica a seguito di un episodio di maltrattamento o di abuso subito da un bambino occorre aver chiarezza sul fatto che devono dispiegarsi diverse fasi dell’intervento.

Ne individuiamo quattro.

 

PRE IMPATTO. L’intervento è volto a preparare le persone a rischio a fronteggiare gli eventi che si prevede possano accadere. Sono pensati interventi di informazione e formazione. Nella realtà dell’abuso sessuale il punto 1 è poco curato, Malgrado l’interesse per lo studio scientifico del trauma a livello cerebrale, poco si è scritto sulle cause più comuni, ancor meno sulla prevenzione e trattamento, concentrando l’attenzione piuttosto sulla diagnosi e sulla terapia.

IMPATTO o FASE DELL’EMERGENZA

FASE DEL POST-IMPATTO

FASE DELLA RICOSTRUZIONE

Ci concentreremo sulla FASE DELL’EMERGENZA o dell’impatto.

In questa fase bisogna attuare interventi di pronto soccorso psichico nell’obiettivo di ridurre o superare i danni psicologici riportati dalle vittime attraverso, interventi di riabilitazione del loro quadro psichico e di sostegno dell’Io della persona coinvolta.

Per approfondire proviamo a ricostruire un percorso “tipico”.

 1.ALLARME

 Il percorso inizia con uno stato d’allarme, di preoccupazione destato da una frase, un comportamento insolito, un gioco emblematico o una associazione del bambino.

La comparsa di nuovi disturbi come incubi, ossessioni e paure.

Può succedere che i sintomi del bambino vengono scambiati per “cattivi comportamenti” e si formulano di conseguenza delle diagnosi del tipo bambino oppositivo, iperattivo…

 

Tutti i sintomi rappresentano il campanello d’allarme di una situazione drammatica in cui il bambino è intrappolato, rivelano che sta lottando per fronteggiare un tumulto interiore: non dovrebbero essere sottovalutati ma osservati, recepiti e decifrati per poi apportare il necessario intervento d’aiuto.

 

2.MOBILITAZIONE

Chi si mobilita normalmente sono i genitori. A volte spinti da un’insegnante che ha notato e preoccupata riferisce loro degli episodi, altre volte è il bambino che in casa manifesta comportamenti insoliti oppure rivela spontaneamente scegliendo accuratamente il suo interlocutore.

Rompere il silenzio ed osare esprimere il proprio vissuto rappresenta da parte del bambino una reale presa di potere e a volte anche una dimensione sovversiva (e se accusa il fratello più grande in una situazione già molto conflittuale tra madre e padre poi cosa succede?) , o non è priva di pericoli (se accusa il padre o il nonno che sono sempre stati fondamentalmente buoni chi gli crederà?).

I genitori chiedono informazioni e aiuto.

Se l’esperto è in grado di dare adeguate indicazioni o se la situazione è abbastanza chiara si passa alla denuncia.

Secondo Sgroi(1982) a questo punto sarebbe necessario un sostegno esistenziale totale, vale a dire un aiuto per affrontare i problemi pratici di cura e di assistenza del figlio abusato, i problemi finanziari, la gestione della casa e degli altri familiari, come affrontare i vicini di casa, ecc.

Secondo le ricerche più recenti di psicologia dell’emergenza (Lavanco 2003) la risposta al dolore, al trauma dell’abuso è la “ricostruzione dello specchio che si è infranto” dentro il singolo.

Ricostruire uno specchio significa ritrovare se stessi, ma anche avere la possibilità di ricostruire una rete sociale. La rete sociale permette di condividere l’esperienza, sostenere la vittima e assumere la necessità di farvi fronte.

Herman  sostiene che la risposta della comunità ha una grande influenza sulla risoluzione del trauma.

“La riparazione della frattura fra chi ha subito il trauma e la comunità dipende in primo luogo da un pubblico riconoscimento dell’evento traumatico e poi (…) dall’individuare le responsabilità e riparare la ferita. Queste due risposte- riconoscimentoe restituzione– sono necessarie per ricostruire, nel sopravvissuto, un senso di ordine e di giustizia (Herman 2005, p. 97).

La risposta sociale è fondamentale per proteggere l’incolumità della vittima e sostenere l’autenticità dell’evento traumatico.

“Per la vittima, questo contesto sociale è dato dalla relazione con amici e familiari. Per la società nel suo insieme, il contesto viene fornito da movimenti politici che danno voce a chi è stato ridotto al silenzio. (…) La possibilità stessa che lo studio sul trauma psichico possa essere portato avanti diventa una questione politica. (…) Miglioramenti in questo senso si sono avuti solo quando la ricerca è stata appoggiata da un movimento politico forte che ha legittimato un’alleanza tra ricercatori e pazienti in grado di contrastare i normali processi sociali di repressione e negazione.” (Herman 2005 p. 21)

Inoltre, la psicologia dell’emergenza che si occupa dello studio e del trattamento del trauma psichico – come conseguenza di eventi critici che hanno colpito una persona o gruppi di individui pensa che il trauma che colpisce un individuo (nel nostro caso è il bambino) ha l’epicentro sulla vittima di primo livello ma poi, come il sasso buttato nello stagno costruisce degli anelli, le ripercussioni colpiscono le persone che vengono in contatto con il disastro.

 

Interviene sull’individuo colpito e sulla comunità definendo vittime di:

  • primo livello: le persone direttamente coinvolte
  • secondo livello: i parenti e gli amici
  • terzo livello: i soccorritori
  • quarto livello: la comunità coinvolta nel disastro
  • quinto livello: persone che anche se non coinvolte direttamente reagiscono con un disturbo emozionale
  • sesto livello: persone che avrebbero potuto essere vittime del primo livello

 

In particolare l’abuso scompensa tutti coloro che a vario titolo ne vengono a contatto, esso scompagina le coordinate dell’esistenza, sia nel senso che determina un’alterazione dei confini e dei tabù generazionali, sia nel senso che distrugge ogni regola sociale di convivenza. Chiunque accoglie il racconto del trauma ne resta colpito, confuso danneggiato.L’abuso è perciò un evento che non ferisce solo il bambino e la sua famiglia, ma investe la società intera.

 

3. METTERE IN SICUREZZA IL BAMBINO

 4. ATTUARE IL PRONTO SOCCORSO EMOTIVO

Accompagnare il bambino e i genitori ad affrontare il trauma e il percorso giuridico equivale a sviluppare dei contesti in cui anche la soggettività e l’umanità hanno un ruolo curativo-terapeutico affinché il bambino possa essere accompagnato e sostenuto ad esprimere la sua verità.

 

Sappiamo che la parola, la presenza, lo sguardo fanno nascere la speranza, rianimano un po’ il desiderio di vivere permettendo al soggetto di rimettersi in contatto con le proprie forze vitali e le proprie forze interne. Ma se non c’è nessuno, non c’è ascolto, non c’è riconoscimento, ma solo vuoto, assenza e silenzio, allora la disperazione e la sintomatologia può prendere il sopravvento. (Ferragut E. p. 18)

 

Risanare le ferite causate degli eventi traumatici ed aiutare a sviluppare una capacitàpiù ampia di tollerare le emozioni e gli stati mentali associati al trauma (aumentare la capacità di mentalizzare, di controllo e il senso di maggior sicurezza)…(J. Ficher (p.54 , p.191,  p.65)

 

 

 

 

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