LA DIFFERENZA TRA STRESS E TRAUMA

Questo articolo si pone in continuità con i precedenti articoli di Cleopatra D’Ambrosio, pubblicati il 18/6, 25/6, 2/7, 20/8 e che rinviano alla relazione dal titolo “Bambini in ammollo. L’urgenza della cura”.

Di Cleopatra D’Ambrosio


Il senso comune considera il trauma come l’espressione estrema di un evento stressante e colloca i due tipi di esperienze su un continuum di gravità.

La scienza, invece, pone una netta distinzione tra gli eventi traumatici e quelli stressanti.

Eventostressante o life events è un termine generalmente utilizzato per indicare la proprietà che ha un avvenimento di provocare una risposta nell’individuo, finalizzata ad affrontare l’evento stesso riportando poi l’organismo ad un nuovo livello di omeostasi.

Il termine stress fa riferimento ad uno «sforzo», ad una condizione di «oppressione» che può produrre «angoscia, dolore». (Treccani)
Nella vita è possibile trovarsi ad affrontarne uno o anche alcuni di questi eventi contemporaneamente ad esempio: la morte di un figlio o del coniuge, il trasloco, la difficoltà finanziarie, la menopausa, il pensionamento, ecc.

Ciò che accomuna gli eventi traumatici a quelli stressanti sono le conseguenze negative sul piano psicofisico, ma ciò che principalmente li differenzia è che, quando lo stimolo “stressante” viene rimosso, generalmente, si alleviano le conseguenze negative prodotte dell’evento stressante stesso.

Al contrario, gli effetti negativi dell’esposizione al trauma possono persistere anche per anni dopo che l’evento traumatico è accaduto.

 

Quali sono le caratteristiche del trauma?  Ne elenchiamo sei:

  1. Minaccia all’integrità fisica
  2. Evento emotivamente insostenibile
  3. Il crollo rovinoso del sistema
  4. Il corpo che ricorda
  5. La perdita di fiducia in sé e nel mondo
  6. L’impossibilità di mentalizzare

 

  1. La minaccia all’integrità fisica

 

La parola trauma deriva dal verbo greco τραῦμα, che significa «perforare», «danneggiare», «ledere», «rovinare» e contiene un duplice riferimento a una ferita con lacerazione, ed agli effetti di un urto, di uno schock violento sull’organismo.

Gli eventi traumatici violano la persona e minano l’integrità corporea. Il corpo viene invaso, ferito, profanato. Intense emozioni di paura, orrore e senso di impotenza accompagnano l’esperienza traumatica: come un fulmine a ciel sereno l’evento ci stordisce, ci stravolge, lasciandoci alterati,  come tagliati fuori dal nostro corpo.

Questo distacco da sé implica una brusca sospensione nell’esercizio delle normali capacità di riflessione e mentalizzazione e quindi ostacolano l’integrazione dell’evento traumatico nella continuità della vita psichica. (Ficher)

Il trauma è un evento che, nella realtà e nel vissuto soggettivo[1], a differenza dell’evento stressante, comporta una minaccia per la vita o per l’integrità fisica.

 

 

  1. Evento emotivamente insostenibile

 

E’ convinzione comune che i sintomi traumatici corrispondano al tipo e alla gravità dell’evento esterno (l’ha solo toccata, la molestia è meno grave dello stupro… ) E’ vero che le caratteristiche dell’evento contano, ma esso non basta a definire il trauma.

Ogni volta che parliamo di trauma ci riferiamo alle manifestazioni psichiche di un’esperienza particolarmente negativa che ha sopraffatto il soggetto producendogli emozioni molto dolorose, intollerabili che lo hanno reso privo di difese e incapace di reagire.

E’ quindi una misura soggettiva dell’impatto psicologico dell’evento percepito (Colson P. in Ferragut E. 2006)

Esso, sebbene abbia un carattere di oggettiva gravità, è sempre definito in rapporto alle capacità del soggetto di sostenerne le conseguenze. In questo senso, il trauma è definito come un evento emotivamente insostenibile per chi lo subisce.

La percezione consapevole è il dolore o l’angoscia, paura mentre il livello non consapevole riguarda la reazione neuroendocrina che mobilita il sistema cardiovascolare, metabolico e immunitario. Il DPTS sarebbe il rischio secondario dello stress emotivo p 14

Le risposte fisiologiche hanno lo scopo di difendere il corpo. La base del trauma da “evento singolo” (a differenza delle situazioni prolungate) è prima di tutto fisiologica, più che psicologica: quando ci troviamo di fronte a una minaccia non c’è tempo per pensare, le nostre risposte primarie sono istintive.

Ficher p. 73 il corpo sceglie istintivamente la risposta difensiva che più probabilmente avrà successo nel limitare il danno, lo shock o il dolore[2].

Di fronte alle peggiori esperienze umane le risposte corporee di sopravvivenza non permettono al corpo e alla mente di assegnare un significato a quel che è successo. I sopravvissuti vengono lasciati con un insieme confuso di risposte neurobiologiche e “dati grezzi” sensazioni soverchianti, reazioni fisiche, immagini intrusive, suoni e odori connessi all’evento, codificati come memorie implicite e pertanto irriconoscibili come “ricordi”.[3]

Ogni precedente capacità di far fronte alle cose entra in crisi e ci sei sente ridotti all’impotenza. E’ come se il colpo ci tagliasse le gambe.

 

 

  1. Il crollo rovinoso del sistema

 

Il trauma è un evento che sovrasta la capacità di gestire il proprio benessere, spiazza il normale funzionamento: quando non si può néresistere né ricorrere alla fuga il sistema umano di auto-difesa viene sopraffatto – sconvolto ed è come se si andasse in panne.

Il sistema crolla rovinosamente: è il crollo di un modo consolidato di vivere la propria esistenza, di credenze consolidate sulla prevedibilità del mondo, di strutture mentali precostituite, di un’organizzazione difensiva stabile. (Garland comprendere il trauma p.11)

La vulnerabilità al trauma è diverso da persona a persona, in base a vari fattori in particolare l’età e la storia precedente. Quanto più piccolo è il bambino, tanto maggiore è il rischio che ne sia sopraffatto.

 

 

  1. Il corpo che ricorda

 

Contrariamente ai ricordi “normali” che sono mutevoli e cambiano nel corso del tempo, i ricordi traumatici sono statici, fissati una volta per tutte. Sono tracce che esperienze violente e travolgenti hanno inciso profondamente nel cervello, nel corpo, nella psiche. Queste impronte dure e congelate non cedono al cambiamento né si aggiornano con l’informazione presente. E’ la loro fissità che impedisce di formare strategie nuove e di ricavare nuovi significati dall’esperienza.

Succede così che il passato vive nel presente, il passato non è mai passato. Esso vive in uno schieramento imponente di paure, fobie, sintomi fisici, malattie.

In netto contrasto con i ricordi che si possono generalmente rivisitare come narrazioni coerenti, il ricordo traumatico si presenta sotto forma di schegge frammentarie e di rudimentali e indigeribili sensazioni, emozioni, immagini, odori, sapori, pensieri.

Questi frammenti non si possono ricordare come una narrazione, ma vengono rivissuti come intrusioni incoerenti e non richieste o sotto forma di sintomi fisici. (Levine P.  Trauma e memoria p.24-25)

 

Un elemento della realtà quotidiana può far esplodere immagini, emozioni e sensazioni che erano state confinate; nonostante il trascorrere del tempo il soggetto può percepire sulla pelle e nelle narici l’odore e il disgusto.

Una volta che uno stimolo diventa attivante, il corpo vi risponde come un segnale di

pericolo a sé stante; la corteccia pre-frontale smette di funzionare, e non c’è più un cervello in grado di distinguere tra ricordo e realtà presente.

I ricordi traumatici possono anche prendere la forma di acting-outdi inconsci comportamenti compulsivi.

Acting-infarsi del male in vario modo (tagliarsi, usare droghe…)

Essere traumatizzato significa essere condannati a un incubo interminabile che riproduce ogni volta quei tormenti insopportabili e in più essere preda di varie ossessioni e compulsioni: la vita in un certo senso si arresta, finché la persona non riesce in qualche modo a elaborare quelle intrusioni, assimilarle e infine costruire una narrazione coerente che le permetta di mettere a tacere, in altre parole fare la pace coi propri ricordi. Tale compimento ripristina la continuità tra passato e futuro, stimolando una perseveranza motivante, un realistico ottimismo e un moto di ingresso alla vita.

 

 

  1. La perdita di fiducia in sé e nel mondo

 

Vivere in una situazione minacciosa alla quale è impossibile sottrarsi o reagire efficacemente neutralizzandola, e contro la quale non si ottiene sufficiente aiuto o sostegno dagli altri, soprattutto se la situazione traumatica è continua o frequente come negli sviluppi traumatici[4], genera un senso di sfiducia conseguente all’impotenza, che diventa uno degli elementi clinici più comuni e importanti nel disturbi correlati ai traumi. (Liotti G. e Farina B. 2011, p.31)

Liotti afferma: è stata arrecata un’offesa alla vita, alla fiducia, all’amore e alla speranza per il futuro.

La fiducianella bontà di fondo dei propri oggetti, ovvero del mondo stesso, viene infranta.(…) La perdita della fiducia e della prevedibilità del mondo e della funzione protettiva dei propri oggetti buoni, sia interni che esterni, significherebbe inevitabilmente la ricomparsa di timori dei timori della crudeltà e delle forza degli oggetti cattivi. Si scivola rapidamente nelle primitive credenze paranoiche. (Garland C. 2001, p. 11)

 

 

  1. L’impossibilità di mentalizzare

Molte sono le spiegazioni che consentono di capire questo dato a seconda delle teorie di riferimento.

 

In termini economici, il trauma è caratterizzato da un afflusso di eccitazioni eccessivo, rispetto alla capacità de soggetto di tollerarlo, dominarlo ed elaborarlo psichicamente (Laplanche e Pontalis, 1981).

 

Quando l’evento non è né pensabile né sopportabile (e così succede se continua ad avere una valenza traumatica) allora non è nemmeno possibile un approccio metaforico per configurarlo. (Pavan L. Banon D.1996, p. 61)

 

Racamier sottolinea che dominare l’eccitazione consiste nel legarla e farla rientrare in sistemi di rappresentazione interna collegati da nessi, mentre al contrario, risulta traumatico l’evento che introduce nell’apparato psichico del materiale che rimane non riconoscibile come proprio da quell’apparato, cioè che rimane estraneo a esso. (Racamier P. 62  cit in Pavan L. Banon D.1996, p. 61)

 

Janet contesta il processo di rimozione di Freud e ricorda che esiste un deficit d’integrazione per un difetto di registrazione dell’evento nella memoria e per la sua separazione dal flusso abituale della coscienza.

 

 

[1]Per il DSM-IV il trauma psicologico è anzitutto “l’esperienza personale diretta di un evento che causa o può comportare morte o lesioni gravi, o altre minacce all’integrità fisica (APA 1994). Inoltre, la definizione di trauma psicologico deve essereestesa a includere aspetti di relazione: minacce gravi non solo all’integrità fisica dell’individuo, ma anche al tessuto delle sue relazioni. (Liotti G. e Farina B. 2011, p.31)

 

[2](p. 71) Il sistema motivazionale dedicato alla difesa e all’incolumità fa fronte ai pericoli. L’evoluzione ha fornito ogni specie animale di un sistema per cercare scampo Liotti p.37 Il trauma attiva arcaici meccanismi di difesa immobilità tonica o freezing prima, e immobilità catalettica dopo le reazioni di attacco-fuga che provocano il distacco dall’usuale esperienza del sé e del mondo esterno e conseguenti sintomi dissociativi.

[3]Fisher p. 6  La teoria descrive in che modo la struttura fisica innata del cervello, e la presenza di emisferi separati e specializzati, faciliti in condizioni di minaccia una disconnessione tra l’emisfero sinistro e l’emisfero destro. Gli autori hanno ipotizzato che l’emisfero sinistro ha la tendenza a rimanere positivo, orientato al compito e razionale anche sotto stress, l’altro emisfero rimane in modalità sopravvivenza, in allerta verso il pericolo, pronto a scappare o congelato dalla paura, pregando per la salvezza o vergognandosi troppo per fare qualsiasi altra cosa se non sottomettersi.

[4]Van der Kolk 1996 in Liotti 2011, p. 33 ) differenzia l’evento è traumatico dallo sviluppo traumatico. Nel primo non ci si può sottrarre e sovrasta la capacità di resistenza dell’individuo….mentre sviluppo traumatico si riferisce a condizioni stabili di minaccia soverchiante da cui è impossibile sottrarsi che costellano ampi archi di tempo dello sviluppo individuale.

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