IL PRONTO SOCCORSO EMOTIVO PER I BAMBINI VITTIME DI TRAUMA

Questo articolo si pone in continuità con i precedenti articoli di Cleopatra D’Ambrosio, pubblicati il 20/8, 27/8  e che rinviano alla relazione dal titolo “Bambini in ammollo. L’urgenza della cura”.

Di Cleopatra D’Ambrosio


E’ di fondamentale importanza che il bambino vittima di violenza riceva prontamente aiuto sul piano relazionale ed emotivo perché un tale aiuto, oltre a fornire un immediato sostegno contro la solitudine, serve a ridurre al minimo ed impedire lo sviluppo di sintomi traumatici.

Numerose ricerche scientifiche hanno dimostrato che se adeguatamente sostenuti i bambini, di solito, sono capaci di riprendersi dal trauma.[1]

In molti paesi la comunità degli operatori ha riconosciuto l’importanza di non lasciare da solo il bambino: condividere l’esperienza traumatica con gli altri è una precondizione per costruire un mondo pregno di significato.

Gli operatori hanno sperimentato l’importanza di implementare reti di sostegno che permettano di:

 

  • ricevere immediato aiuto da un terapeuta
  • usufruire di un sostegno emotivo
  • disporre di informazioni necessarie per poter decidere ed orientarsi

 

Il bambino ha bisogno di fidarsi e di essere informato per poter affrontare la situazione con serenità e divenire collaborante[2].

 

  •  Il bambino ha bisogno di sentirsi rispettato per riacquistare il senso di sicurezza e di valore

 

E’ necessario ricostruire la dignità e rendere a sé l’onore dovuto” (Levine P. )

 

Per poter riacquistare la padronanza di sé le persone in genere, e il bambino in particolare, ha bisogno d’essere aiutato a sentirsi interiormente calmo e sicuro.

Inizialmente non è importante ricordare l’esperienza traumatica ma affrontarne  gli effetti: imbarazzo, umiliazione, sfiducia, vergogna, senso di colpa, disorientamento.

Dobbiamo sapere e aiutare il bambino a capire che la vergogna, il dolore e la rabbia sono ricordi emotivi di un sé troppo precoce per potersi consolare da solo.

Il piccolo ha bisogno di sperimentare relazioni con adulti che trasmettano una presenza rassicurante, calma e flessibilità. Ha bisogno di persone competenti che gli permettano di sentirsi al sicuro e protetto in ogni fase del percorso.

 

  • ha bisogno d’essere aiutato a ripulire la mente

 

Il piccolo deve essere aiutato a districarsi dalla ragnatela che l’abusante gli ha tessuto addosso, ripulire la mente da tutte le bugie e le falsità che gli è stato fatto credere dall’abusante.

Alcuni bambini hanno paura di confidarsi perché l’abusante li ha minacciati “ se parli…”

Li ha convinti che farà del male ai loro genitori oppure che la madre morirà di dolore se lui parlerà o che lo allontaneranno mettendolo in collegio e non vedrà più i suoi genitori, o ancora che papà e mamma non gli vogliono bene e non sono interessati alla sua sorte, ecc.

Ha paura del perpetratore o, se questi è una figura importante affettivamente, prova sentimenti di ambivalenza o a volte sviluppa un controllo accudente.

Ha paura di non essere creduto, l’abusante gli ha detto che se parla nessuno gli crederàe teme anche che l’abusante, essendo più forte, otterrà la meglio.

Ha paura d’essere percepito come complice.

Ha timore delle possibili conseguenze (se il papà va in galera?).

E’ disorientato perché l’esperienza vissuta non ha ancora trovato un senso.

 

  • ha bisogno di sperimentare che la fiducia non è morta

 

Le persone provano un certo sollievo all’idea che adesso sono in buone mani, mani esperte che aiuteranno ad affrontare il problema.

Questo stato di benessere è deducibile dal fatto che è stato riconosciuto che le persone sono più facilmente portate a esprimere e a riconoscere il proprio dolore, quanto più l’interlocutore con cui interagiscono è capace di identificarsi e di dare segnali di aver capito e riconosciuto quello che è stato detto (Goldberg e Huxley 1993).

Ciò vale sia in ambito familiare[3]che professionale.

Per potersi fidare veramente, sia dei loro genitori che dei professionisti con cui vengono in contatto, i bambini devono essere certi della potenza personale delle persone coinvolte, cioè della loro sicurezza interiore e della loro capacità di vivere le emozioni.

Essere potenti significa mostrare che non si ha paura delle proprie emozioni e che le si vive. Quando l’adulto si mostra forte nascondendo le proprie emozioni, i propri timori o le proprie sofferenze, i bambini non si sentono rassicurati nella relazione.

Così vediamo molte CTU e molti incidenti probatori in cui il bambino, non preparato, non rassicurato, piena di emozioni contrastanti non viene aiutato e quindi vaga per la stanza e mostra comportamenti di evitamento.

 

  • ha bisogno di assicurarsi che il mondo non si è rovesciato

 

La risposta curativa per questi bambini parte dal presupposto che non incontreranno una nuova esperienza abusante come quella vissuta. Questa volta le cose andranno in modo diverso.

L’esperienza dell’abuso ha indotto il bambino a credere che:

essere dipendenti è pericoloso perché si può essere minacciati, imbrogliati, traditi. Ora è fondamentale che sperimenti relazioni rassicuranti e protettive. Non più minacce ma cose sicure che possono essere condivise ed approfondite. (Liotti 2007, p. 149)

essere visti corrisponde ad essere esposti e per questa ragione essere in pericolo. Adesso non sperimenterà più una situazione relazionale pericolosa, ma una relazione adulto-bambino caratterizzata da protezione e sicurezza in cui il bambino vivrà l’esperienza di sostegno, di incoraggiamento, e potrà concedersi la libertà di essere emotivamente vulnerabile nel rapporto con un altro empatico e com-prensivo. (Muller p. 40)

essere vulnerabili per questi bambini la vulnerabilità ha a che fare con i sentimenti di umiliazione, con la sensazione d’essere giudicati, manipolati, usati e derisi. Essere vulnerabile è qualcosa di cui vergognarsi, è un pericolo da evitare e una situazione che il piccolo sente come malsicura e sconcertante. Lo stato di vulnerabilità non può essere mostrata o sostenuta per molto tempo perciò è motivato a ripristinare il controllo che si accompagna all’auto-protezione. La manovra di distanziamento che il bambino mette in atto ha proprio questo scopo.

Il bambino deve poter sperimentare che questa volta la sua vulnerabilità darà origine ad una relazione rispettosa e sensibile, questa volta sarà compreso e sostenuto.

esprimere le emozioni è vergognoso e pericoloso perché si mostra debole e facilmente aggregabile  dal nemico.

E’ necessario che possa rassicurarsi e sapere che provare questi sentimenti è normale, è una cosa normale connaturata all’essere esseri umani e non c’è nulla di male nell’avvertirli.

Qualsiasi cosa provi va bene e merita tutta la nostra attenzione.

 

  • ha bisogno di dare un nome alle emozioni

 

Quando la paura è passata e il bambino è tranquillo è necessario che possa parlare di quello che ha provato e di come si sente per poter dare un nome alle emozioni e condividere gli stati emotivi.

Studi condotti con la risonanza magnetica funzionale dimostrano che il semplice identificare e nominare verbalmente, nel dialogo con l’altro, le emozioni modera l’attivazione dell’amigdala di fronte a stimoli emotigeni (Lieberman 2007 in Liottisviluppi traumatici p.117)

Ficher p. 203 In generale, il semplice atto di dare un nome alle emozioni soverchianti, identificandoli, fa diminuire l’intensità emotiva del cliente.

 

  • ha bisogno di condividere gli stati emotivi

 

Condividere gli stati emotivi con gli altri rappresentano uno dei più potenti fattori di regolazione e controllo delle aree cerebrali implicate nel genere risposte emotive, sia durante lo sviluppo sia nella vita adulta ( Deceti, Meyer 2008)

Cohen e alt. (2006) hanno messo in evidenza l’importanza che il clinico si senta a suo agio quando ascolta le storie relative al trauma, facendo notare che anche una sottile riluttanza e un’ansia da parte del terapeuta vengono spesso comunicate all’individuo e che il cliente spesso si trattiene dal raccontare tutta la storia  nel timore che il terapeuta non sia in grado di gestirla. Gabel (1992) sostiene che la violenza sessuale è una delle forme di maltrattamento più eluse: “Il bambino ha paura di parlare e quando lo fa l’adulto ha paura di ascoltare”.

 

[1]Quando il bambino riceve protezione, sicurezza, supporto e accettazione dalla propria madre, il rischio di problemi psicologici, emotivi e comportamentali dopo la rivelazione diminuisce (Everson e al 1989; Malacrea 1998).

Di contro, numerose ricerche dimostrano che la mancanza di supporto sociale in prossimità dell’esperienza traumatica gioca un ruolo chiave nella genesi del DPTS .

Questi stessi dati vengono riferiti rispetto al supporto delle figure professionali che il bambino incontra per far fronte all’esperienza traumatica. (Devo 2003)

Muller (p.54 ) documenta che il sentirsi sostenuti da un terapeuta e da altre figure autorevoli e benevole fa da tampone nei riguardi degli effetti dell’angoscia.

[2]Art. 14 recita: Lo psicologo forense rende espliciti al minore gli scopi del colloquio curando che ciò non influenzi le risposte, tenendo conto della sua età e della sua capacità di comprensione, evitando per quanto possibile che egli si attribuisca la responsabilità per ciò che riguarda il procedimento e gli eventuali sviluppi. Garantisce nella comunicazione con il minore che l’incontro avvenga in tempi, modi e luoghi tali da assicurare la serenità del minore e la spontaneità della comunicazione; evitando, in particolare, il ricorso a domande suggestive o implicative che diano per scontata la sussistenza del fatto reato oggetto delle indagini.

[3]E’ stata inoltre riscontrata un’elevata correlazione tra madri supportive e rivelazione del bambino: 63% contro 17% . (Denov 2003, Elliott e Briere 1994;  CDA p 65)

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