LA VERGOGNA: COME NASCE, A COSA  SERVE E PERCHÉ È IMPORTANTE IMPARARE A GESTIRLA

Condividiamo, dal sito del Centro studi Hansel e Gretel un articolo in cui Chiara Martorelli affronta il tema della vergogna, della sua utilità e della sua gestione nel rapporto con sé e con gli altri

Di Chiara Martorelli


Sentirsi piccoli, sopraffatti, vulnerabili, avvertire il senso di calore e rossore sul volto e non riuscire ad alzare lo sguardo: si tratta delle spiacevoli sensazioni di un’emozione un po’ sui generis: la vergogna.

La vergogna è stata definita come l’emozione dell’autoconsapevolezza ( Lewis M., 1992) perché, a differenza delle emozioni primarie di rabbia, paura, tristezza, felicità, sorpresa e disgusto, questa richiede una forma di autoriferimento, cioè un confronto tra le proprie azioni e i propri modelli o valori; ma non solo, la vergogna è anche un’emozione sociale, in quanto comporta un riferimento agli altri e non solo a se stessi, e al timore di essere giudicati e valutati negativamente. Tale emozione può essere perciò definita come un segnale intra e intersoggettivo del fatto che si è subita, o si sta per subire, un’umiliazione e una reazione ad essa.( Battacchi, Codispoti, 1992)

Per intenderci, se in una strada affollata il nostro vestito si strappasse facendoci rimanere in mutande, ciò che ci farebbe vergognare non sarebbe tanto il fatto di indossare unicamente l’intimo, quanto che tutti gli altri lo possano vedere e in un contesto per di più inadeguato.

Come tutte le emozioni anche la vergogna possiede delle componenti psicofisiologiche ad essa correlate. Le componenti fisiche sono date dalla tachicardia, il calore, la sensazione di rimpicciolire e il rossore del volto, tipico di questa emozione, che sottolinea la sua contraddittorietà: chi prova vergogna non vorrebbe farsi notare dagli altri, anzi vorrebbe scomparire, ma l’attivazione del sistema nervoso autonomo che produce questa reazione attira l’attenzione. A livello comportamentale la tendenza è quella di chinare il capo, evitare di guardare e curvarsi; i pensieri che generalmente seguono possono essere del tipo: “Sono inadeguato, incompetente, sono brutto o di scarso valore”.

Ma quando nasce questa emozione? Come riportato da Schore (2003) la vergogna fa la sua comparsa nella primissima infanzia quando il bambino è in grado di deambulare autonomamente (dai 12 ai 16 mesi) e comincia ad acquisire sempre più consapevolezza non solo di sé ma anche degli altri che lo osservano e in particolare della madre, alla quale si ricongiunge ogniqualvolta si allontana per esplorare l’ambiente. Questi ricongiungimenti hanno una grande importanza dal punto di vista affettivo, il bambino si allontana e nello sperimentare prova un senso di grandiosità ed entusiasmo, ma non sempre queste sensazioni vengono rispecchiate dalla mamma nel momento di ricongiungimento. Infatti la mancata sintonizzazione, o meglio il mancato riconoscimento delle imprese vissute soggettivamente come “grandiose” da parte del piccolo sarebbe all’origine dell’emozione della vergogna. Pensiamo a una mamma e a suo figlio di poco più di un anno (15/16 mesi) insieme al parco, la mamma siede sulla panchina mentre il bambino davanti a lei gioca; il bambino ad un certo punto con le manine sporche di fango si tocca il vestitino sporcandolo, si gira dalla mamma felice dell’impresa mentre cerca nel suo volto un sorriso, ma, inaspettatamente, vede invece uno sguardo diverso che esprime uno stato emotivo con valenza di disapprovazione, ecco che il bimbo avverte la spiacevole sensazione di non essere riconosciuto, insomma subisce una sorta di umiliazione ed inefficacia e proprio queste esperienze rappresentano i primi fattori che attivano la vergogna.

Di fatto il timore alla base della vergogna è proprio la perdita dell’accettazione e dell’approvazione da parte degli altri, ma nonostante non sia per niente piacevole da provare, essa ha anche una sua utilità. Battacchi ( 2002) sottolinea come tutta la postura della vergogna (chinarsi e non incrociare lo sguardo) sia un atto di sottomissione, si comunica cioè agli altri di aver presunto troppo e di non voler competere, condividendo così i valori del gruppo e ristabilendo l’equilibrio. L’utilità sta in questo caso nell’evitare che gli altri infieriscano ulteriormente con aggressività e implicitamente si chiede di essere accettati e non venire esclusi. La vergogna ha perciò anche una funzione protettiva nei confronti della nostra identità, un po’ come una difesa che permette di preservare l’immagine che gli altri hanno di noi, in quanto ci consente di regolare il nostro comportamento specialmente in base al contesto di riferimento.

Nonostante la sua utilità, quando si presenta come emozione pervasiva, dominante e incontrollabile, può contribuire all’evolversi di una sofferenza psicologica.

È presente infatti una relazione significativa tra intensità dei livelli di vergogna e la gravità sintomatologica nella fobia sociale (Fergus et al. 2010). Insomma, diversi disturbi, dall’ansia sociale, agli attacchi di panico o il disturbo narcisistico di personalità sono correlati alla gestione di questa emozione che, se non governata rappresenta, un po’ come tutte le altre emozioni, non più un’alleata nella vita quotidiana ma al contrario una nemica. Per esempio, pensiamo all’eritrofobia o fobia di arrossire, strettamente collegata a questo spiacevole correlato fisico della vergogna, che porta alla paura stessa di vergognarsi e di arrossire davanti agli altri, mostrando così la propria inaccettabile fragilità.  In questa fobia il soggetto tende a ritirarsi dalle situazione in cui potrebbe provare vergogna e questo evitamento rischia di diventare una componente invalidante della vita sociale dell’individuo.

In definitiva, anche per la vergogna, come per le altre emozioni, è essenziale riuscire a sviluppare una capacità di gestione e di regolazione, capacità che può essere acquisita solo attraverso lo sviluppo di uno sguardo attento al mondo interiore e attraverso una crescita dell’intelligenza emotiva.

Fonti:

  • Battacchi M.W.(2002), Vergogna e senso di colpa. In psicologia e nella letteratura, Milano: Raffaello Cortina.

-Lewis M., (1992). Shame. The exposed self. Tr. It. Il Sè a nudo. Alle origini della vergogna, Firenze, Giunti, 1995

-Schore A. N., (2003), La regolazione degli affetti e la riparazione del sé, Roma: Astrolabio 2008.

-A. Fergus T., Valentiner D. P.,McGrath P.B., Jencius S., (2010) , Shame- and guilt-proneness: Relationships with anxiety disorder symptoms in a clinical sample,Journal of Anxiety Disorders, Volume 24, Issue 8, 811-815.

 

 

 

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