TORNARE BAMBINI PER PARLARE DI SESSUALITA’ CON I FIGLI

Di Francesca Imbimbo


Quest’estate, a causa della tinteggiatura di casa, ho dovuto riordinare il mio materiale di lavoro e mi sono capitati sotto mano gli appunti di una serie di incontri tenuti ormai una quindicina di anni fa in una scuola dell’hinterland milanese.

Ero stata chiamata a parlare di pedofilia, perché i genitori avevano espresso ansia e preoccupazione per le notizie diffuse dai mass-media e avevano fatto richiesta alla scuola di un approfondimento da parte di un esperto.  Da tempo tengo incontri di educazione alla sessualità e all’affettività non solo per gli allievi delle scuole, ma anche per i loro insegnanti e i loro genitori.

Traendo ispirazione dal metodo del Centro Studi Hansel e Gretel di Torino[1], ho dedicato un incontro iniziale all’ascolto di argomenti difficili e in particolare della sessualità, partendo da un gioco che permetteva ai genitori presenti di ritornare con la memoria alle ansie e alle curiosità collegate al tema della sessualità nella propria infanzia o adolescenza. Veniva chiesto infatti di scrivere in forma anonima una paura/ansia, un desiderio/curiosità e un segreto/fantasia legati alla sessualità, specificando l’età a cui il ricordo si riferiva.

Ricordo che la platea era piuttosto ampia, un centinaio di persone; ho ritrovato 70 biglietti:  nonostante la novità della proposta e l’imbarazzo manifestato da alcuni genitori, nonostante la chiusura serrata di alcuni bigliettini (“non ricordo nulla di quando ero bambino!!”), una larga maggioranza degli adulti che erano venuti all’incontro aveva deciso di mettersi in gioco, cercando di ricordare pensieri e sensazioni della propria infanzia o adolescenza.

A distanza di quindici anni nel rileggere i bigliettini di quella serata, sono stata investita da emozioni intense, di partecipazione, identificazione ed emopatia. Mi ha colpito innanzitutto l’autenticità di quanto veniva scritto, tanto che ho l’impressione di incontrare (o re-incontrare) un gruppo di bambini e ragazzi, variegato per età e provenienza familiare, che portano con freschezza e curiosità i loro dubbi, le loro ansie, le loro domande su “come nascono i bambini”, “come poteva essere il primo rapporto”, sull’anatomia maschile o femminile, e su “quali sensazioni si provano nei rapporti con l’altro sesso”. A seconda dell’età a cui risaliva il ricordo (ai genitori veniva chiesto di sintonizzarsi con la propria infanzia scegliendo l’età attuale dei propri figli!) emergevano contenuti diversi: si riconoscevano alcune fantasie o domande più legate all’infanzia e invece ansie e curiosità di preadolescenti e adolescenti. Una bambina si chiedeva se era vero che “stando seduti vicini a gambe larghe nascono i bambini”, una domanda che sintetizzava probabilmente raccomandazioni sentite dagli adulti e scambi di informazioni parziali avvenute tra coetanei… Una bimba di nove anni aveva la fantasia che “per essere donna dovevo anche io portare l’assorbente che vedevo nelle pubblicità: perciò di nascosto miriempivo le mutande di carta igienica…” Un maschietto invece si chiedeva non un generico “come nascono i bambini” ma “da dove escono!”.  Un bambino di sette anni si interrogava se “per fare l’amore bisognasse essere necessariamente nudi”, mentre una coetanea pensava “se mi bacio con un ragazzo troppo spesso, faccio un bambino al mese!”.

Con il crescere dell’età, compaiono ansie e dubbi rispetto al proprio corpo e alla propria “competenza”: una ragazzina di 12aa provava “ansia di come sarebbe stato il primo bacio… se sarei riuscita ad essere all’altezza”, una coetanea aveva “paura di essere presa in giro perché non aveva seno” e un’altra “per il troppo seno”; una ragazzina di 14 anni esprimeva “paura della propria nudità, di mettersi in mostra di fronte ad un’altra persona per timore di essere giudicati”. Anche i maschi manifestavano le loro ansie, come la sensazione di sentirsi “debole fisicamente”, oppure la “paura di non saper baciare una ragazza”, “di avere problemi di relazione con le ragazze”, “di non svilupparsi come gli altri”.  In questi ricordi emerge un timore comune di essere diverso, inadeguato, non apprezzabile dall’altro sesso, ma anche una paura più sottile di non aderire a uno stereotipo di genere, di cui i ragazzini (già allora come ancora oggi) non erano consapevoli ma da cui inevitabilmente erano condizionati.

Le paure sono alimentate anche anche dal contesto esterno, sia familiare che più ampio: sono soprattutto le ragazze che raccontano le prescrizioni date dagli adulti e soprattuto i loro silenzi: “i miei genitori mi hanno parlato di rischi della crescita e mi avevano suggerito alcuni accorgimenti… io stavo lontana”; “dai miei genitori ho sempre appreso che la parola sessualità è avere un rapporto con l’altro sesso e rimanere incinta”; “ho trovato un profilattico e ho chiesto che cos’era. Mio padre l’ha bruciato senza rispondere”. “il mio compagno di banco si toccava, io vedevo ma lo ignoravo; non l’ho mai detto né ai genitori néalla mestra”: in questo caso si ha proprio l’impressione che la ragazzina sia rimasta in silenzio perché ha sentito che il canale di comunicazione era chiuso, di questo argomento non si poteva parlare con gli adulti, che gli adulti erano troppo imbarazzati e in difficoltà per poter rispondere.

Numerosi sono i racconti di incontri spaventosi ma che sono rimasti congelati nel ricordo, non condivisi o rielaborati con un adulto di fiducia: “avevo circa 11aa e  mi ricordo che quando scendevo le scale c’era un ragazzo che si masturbava. Quindi tutte le volte che dovevo scendere, in me c’era tanta paura”; “mi si è messo davanti un uomo con i genitali scoperti e io sono scappata spaventatissima. Avevo 10aa e non ne ho parlato con nessuno”; “una volta ho incontrato un uomo che mi faceva delle strane domande mentre si masturbava davanti a me”. Due ricordi appaiono più complessi e confusi: “Avevo paura di alcuni uomini di mia conoscenza”, oppure “avevo 5aa, un vicino di casa mostrava attenzioni nei miei confronti e io me ne sono accorta, evitandolo”: in questi due casi, si ha l’impressione di un problema più grande di chi lo vive, ma che viene gestito in autonomia, in solitudine, senza che si possa parlarne con un adulto.

Infine emerge anche l’aspetto più delicato, del rapporto con le figure maschili della famiglia: una ragazzina di 12aa racconta che una sua coetanea “maliziosa e navigata” aveva inventato una cattiveria su suo padre, ossia che “voleva baciare le bambine… era una cattiveria, però mi aveva lasciato dei dubbi”. Una ragazzina di 14 aa, nella consegna sul segreto o fantasia legato alla sessualità, prima sottolinea la parola segreto e poi scrive “approcci da parte del padre. Avevo 16anni”: un segreto pesantissimo che riemerge come un flash tanti anni dopo, quando ci si interroga su come parlare di sessualità con i propri figli.

Naturalmente nei ricordi di questi bambini c’è anche la fantasia di “immaginare l’atto sessuale come qualcosa di molto bello”, il desiderio “di sperimentare l’emozione di un bacio” o la certezza “che sarebbe arrivato il principe azzurro che mi avrebbe aperto le porte alle emozioni e ai sentimenti più nascosti”. C’è anche una sana esplorazione in solitaria o con gli amici, pur accompagnata sempre dai sensi di colpa: “si giocava al dottore con gli amichetti”, “mia cugina mi confidò come si faceva a masturbarsi… in gran segreto!”; “ho provato piacere quando casualmente mi sono toccata e mi sono sentita in colpa”; “avevo paura di essere scoperta mentre la sera sotto le coperte mi spogliavo e mi toccavo”. La spontaneità e la curiosità dei bambini, la scoperta del corpo e del piacere  sembrano qui più forte delle prescrizioni e dei silenzi, delle assenze e delle paure.

L’emozione che sento per questi bambini e questi ragazzi del passato, che oggi sono genitori alla ricerca di risposte su come parlare ai propri figli e su come proteggerli dai “pericoli”, è di grande tenerezza: sono stati individui che, durante la loro crescita, hanno affrontato i cambiamenti del loro corpo e delle loro sensazioni quasi sempre da soli, o al più insieme a coetanei e amici; sul tema del corpo che cambia, delle mestruazioni, del concepimento e della nascita, del piacere, dei rapporti tra le persone, hanno dovuto interrogarsi e trovare le risposte da soli, oltre a gestire sensazioni ed emozioni contrastanti e apparentemente proibite. A distanza di tempo dal momento in cui i biglietti sono stati scritti… a distanza di tempo anche più grande da quando quei ragazzini hanno provato dubbi e curiosità sulla sessualità, le loro parole scritte nei bigliettini mi sono risultate ancora così autentiche e potenti, nella loro semplicità, da commuovermi. Mi emozionano e mi fanno ritrovare una ragazzina di tanto tempo fa che,nonostante avesse un padre medico e una madre insegnante, a quattordici anni non sapeva ancora cosa volesse dire “diventare signorina”.

[1]C. Roccia, C. Foti (1992), L’abuso sessuale sui bambini, Unicopli; cfr. C. Foti, C. Bosetto (2000), Giochiamo ad ascoltare, Angeli; C. Foti, P. Oddenino (2009), La sessualità questa sconosciuta, SIE Edizioni.

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